Uomini che odiano le donne?

Viviamo l’epoca della (illusoria) disintermediazione globale, che ha permesso a chiunque sia dotato di una tastiera o di uno smartphone di entrare in contatto con tutti, fossero questi i grandi della terra, le icone pop del momento o una semplice platea virtuale.

In questo contesto c’è un termine inglese, haters, che è entrato nel vocabolario comune insieme alle altre parole legate all’utilizzo dei social network: selfie, like, follower ecc.

Un hater è letteralmente un odiatore, qualcuno cioè che impegna gran parte del suo tempo a odiare un personaggio che abbia una qualche visibilità, manifestando questo suo sentimento pubblicamente, sui social network, legittimato da una mal interpretata libertà di espressione.

Il fenomeno è complesso, tocca molti aspetti dell’organizzazione sociale, ed è trasversale: coinvolge utenti di diversa età e attivi in diversi ambiti, ed è difficile indicarne le cause, individuate a volte nell’invidia sociale, altre nella mancata educazione, altre ancora nella necessità di crearsi un’identità virtuale riconosciuta e definita proprio in base all’opposizione al nemico.

Le caratteristiche tipiche di questo comportamento sono la violenza verbale, le minacce, gli insulti, impensabili in contesti diversi dal confronto virtuale nei quali non verrebbero tollerati.

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Laura Boldrini

Fece notizia la reazione di Laura Boldrini, che da Presidente della Camera dei deputati denunciò questa deriva, ma prima di lei anche il Ministro Cécile Kyenge era stata bersagliata, nel suo caso con commenti che al sessismo più becero univano una buona dose di razzismo. Ma se per Boldrini e Kyenge l’ostilità era nata da posizioni politiche assunte (o presunte), spesso è bastato molto meno: recentemente Teresa Bellanova è stata fatta oggetto di numerose critiche per la scelta dell’abito con cui ha prestato giuramento al Quirinale, prima di lei Giorgia Meloni aveva subìto attenzioni sgradevoli per la silhouette mostrata in gravidanza, mentre Mara Carfagna e Maria Elena Boschi hanno pagato l’avvenenza fisica con pesanti battute circa le loro abitudini sessuali quali base del loro successo politico.

Il fenomeno è trasversale, come si è detto, sia perché investe soggetti di diversa appartenenza politica, sia perché non coinvolge solo gli uomini: Mara Carfagna fu pubblicamente accusata da Sabina Guzzanti di aver fatto carriera grazie a favori sessuali, mentre Giorgia Meloni venne messa alla berlina da Asia Argento.

Il caso poi ha voluto che quest’ultima fosse a sua volta investita da un odio ancora più grande con l’esplosione del caso Me Too, legato alle molestie sessuali nel mondo dello spettacolo (e non solo).

Né va dimenticata Michela Murgia: la scrittrice ha denunciato in un post una lunga sequela di insulti, feroci, volgari, offensivi e insinuanti, ricevuti nel periodo in cui ha manifestato la propria opposizione alle politiche del Governo Conte, e in particolare dell’ex Ministro Matteo Salvini, il quale a sua volta si era reso protagonista di un gesto deplorevole come l’agitare davanti a una folla una bambola gonfiabile e indicandola quale “Laura Boldrini”.

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Carola Rackete

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un odio generalizzato, che è sfociato spesso in minacce, denigrazione e tentativi di mortificazione, verso la Capitana Carola Rackete e l’attivista ambientalista Greta Thumberg: in entrambi i casi non sono state contrastate solo le idee o le azioni, ma si è scesi sul personale, inventando fake news, deridendo l’aspetto fisico o l’atteggiamento di entrambe (“sbruffoncella”, “disagiata”) e, nel caso della Rackete (la Thumberg è poco più di una bambina), immaginando o augurando immancabili peripezie sessuali, poste a base delle sue scelte o auspicate come giusta punizione.

la Thumberg d’altro canto è stata derisa con un tweet anche dall’uomo più potente del mondo, il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, a maggiore riprova che non è solo quella parte di popolo che si vuole immaginare più degradata e becera a rendersi protagonista di questi diffusi linciaggi mediatici.

Anche se è difficile dare una lettura univoca del fenomeno, non può sfuggire un aspetto che sembra tornare con una certa frequenza: oggetto degli insulti più feroci, quasi sempre del tutto gratuiti, sono spesso le donne, verso le quali l’odio viene incanalato immancabilmente con insulti sessiti. Né la rete, va detto, sembra l’unico mezzo utilizzato per esprimere giudizi, stigmatizzare, in qualche modo fare opinione.

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Fabio Volo e Ariana Grande

Recentemente Fabio Volo, che quando era conduttore de Le Iene non ha esitato a mostrarsi completamente nudo in TV, ha definito la pop star Ariana Grande “un puttanone”, a causa dell’abbigliamento e dell’atteggiamento sexy che la stessa avrebbe nel suo ultimo video, arrivando al paradosso: il sesso come strumento universale di valutazione delle donne, qualunque ruolo esse ricoprano (ricordate la cancelliera tedesca definita culona inchiavabile?), diventa strumento che si ritorce contro di esse anche in quel campo in cui la sessualizzazione spinta del messaggio è componente fondamentale del successo: una pop star sexy e ammiccante, creata ad uso e consumo dei maschi, che incentivi la creazione di quel modello di ragazza socialmente riconosciuto vincente, paga il rispondere esattamente al modello che il mercato sessista vorrebbe imporle.

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Giulia De Lellis mostra il suo libro.

Allo stesso modo i successi del libro di Giulia De Lellis e del documentario di Chiara Ferragni vengono commentati dai più con apprezzamenti sulle capacità, reali o presunte, delle due protagoniste, senza alcuna indagine del fenomeno, nemmeno la più banale: che senso ha chiedersi perché il libro di De Lellis venda più di quello di Stephen King senza considerare che gli acquirenti della youtuber non fanno parte del mercato editoriale propriamente detto, e che senza il libro della loro beniamina non avrebbero certo speso i loro soldi in libreria? Al di là delle considerazioni sulla dubbia qualità dei prodotti in questione, resta anche in questo caso un sospetto: Giulia De Lellis e Chiara Ferragni sono colpevoli di immettere sul mercato prodotti scadenti, traviando potenziali lettori o spettatori, oppure pagano l’essere donne che, comunque la si pensi, sono state protagoniste di grandi successi?

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