Mi ricordo

Mi ricordo il pongo, i Masters e i Playmobil su un camion dei pompieri di plastica arancione, ed è da lì che inizio a ricordare.

Mi ricordo che ero piccolo in un mondo in cui tutto era più grande, con giganti cui abbracciavo le ginocchia.

Mi ricordo che amavo i sofficini con gli spinaci. Ora non più, ma non ricordo il perché.

Mi ricordo cos’ho mangiato a pranzo, per la cena di ieri mi dovrei sforzare.

Lo sto facendo. Non mi ricordo. Continua a leggere

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Sbagliare

Sbagliare.
L’abito, la valutazione, la risposta, le scelte, il campo, le azioni, i giudizi, l’uscita, il linguaggio, le proporzioni, il commento, l’indirizzo, le compagnie, le cause da sostenere, il tempo, la direzione, la mira, le previsioni, i nemici, il numero, il passo, la data, i modi, la mossa, il posto, la fermata, gli accordi, le parole, le dosi, i calcoli, la strada, il tono.

Accettarlo e ricominciare.

Solo questo ho imparato, finora.

Ma c’è ancora tempo.

Chinaglia raccontato da chi non c’era

Qualche settimana fa, la rivista il Muro Magazine mi ha chiesto se volessi scrivere per loro un articolo sul calcio e la narrazione, tema centrale del Festival Potere alle Storie, la cui prima edizione è stata realizzata a Latina tra il 10 e il 12 novembre. Ho accettato, raccontando un campione che non ho mai visto giocare a calcio.

IL numero speciale della rivista il Muro Magazine che ha ospitato questo articolo.
Foto Umbi Meschini

Le storie e il calcio sono due buoni argomenti per convincermi a scrivere per questo numero speciale del Muro: da quando mi ricordo il racconto è una dimensione che si è sempre intrecciata alle traiettorie del pallone, nutrendo la fantasia con aneddoti utili a creare l’epica del calcio, più che la sua effettiva cronaca.
Un po’ deve aver contribuito anche il dato anagrafico, perché per un amante del calcio la seconda metà degli anni ’70 è stata un buon periodo in cui nascere: giusto in tempo per non perdersi il mitologico calcio degli anni ’80, quello dell’apertura agli stranieri, delle coppe europee, del mundialito e di Pablito, di Maradona, Platini, Rumenigge, Falcao, Socrates, Zico, Junior e dei tanti calciatori anonimi riconoscibili solo grazie alle figurine Panini. Allo stesso tempo, essere poco più che quarantenni oggi, significa non faticare troppo ad orientarsi nel calcio delle pay tv, del campionato spezzatino in diretta sul cellulare, del calciatori superpagati che sfoggiano fidanzate modelle, tatuaggi e acconciature improbabili. Continua a leggere

Due fotografie, pallonate contro la vita, un calcio scomparso e la Lazio che c’è ancora

 

Oggi Giorgio Chinaglia avrebbe compiuto settant’anni. Per l’occasione, pubblico un mio ricordo del centravanti laziale scritto in occasione della sua scomparsa.

chinaglia

C’è una foto famosa, con l’omone urlante che punta il dito contro i nemici inferociti, sul volto l’urlo vittorioso di chi ce l’ha fatta per l’ennesima volta.

Poi ce n’è un’altra, magari famosa anche quella, ma io non l’avevo mai vista prima d’oggi.

Sul muro una scritta, fatta da una mano malferma, dice “Laziali Basta.rdi”. Roba da far digrignare i denti e stringere i pugni per chi a Roma ha scelto i colori del cielo.

Ma subito sotto la scritta, nella foto, c’è lui. Continua a leggere

Il lavoro mobilita l’uomo.

PD_ER_Manifesto_Primo_Maggio.inddMio padre che lavora la notte e dorme di giorno. Mia madre che mi mette in un box con fratelli e cugini per scrivere a macchina la tesi di qualcuno che oggi forse è nonno. Un negozio da mandare avanti, con mia sorella adolescente alla cassa. Un fratello che va a Rimini a fare il cameriere l’estate, poi si imbarca per tre anni e trova un miliardo di modi per tirar fuori uno stipendio.

A sedici anni fare volantinaggio per andare in vacanza. A 18 vendere le guide alla facoltà nella città universitaria per pagarci la tassa. A venti fare il magazziniere a 3 ore da casa, sudando freddo ogni volta che arrivava un camion da scaricare e col muletto devi correre, che deve ripartire subito. Quando c’è bisogno mettersi alla catena di montaggio, dove i colleghi anziani sono senza espressione, pagati a cottimo, e si incazzano ogni volta che blocchi la macchina perché non riesci a starle dietro. Continua a leggere

La biblioteca del posto dove vivo

Oggi, quasi casualmente, sono stato alla Biblioteca comunale del posto in cui vivo.

Ho sbirciato tra gli scaffali e ho parlato per un po’ con le operatrici che si impegnano affinché quello spazio abbia la dignità che merita.

Fra migliaia di libri e spazi allestiti con grande attenzione, l’orgoglio maggiore l’ho visto quando queste due signore, non certo nel fiore degli anni, mi hanno detto di aver personalmente riverniciato la ringhiera delle scale, o un vecchio armadio. Che erano rossi e belli, e ci stavano proprio bene lì, ho pensato.

Fra migliaia di libri ho visto gli occhi di chi tiene al suo lavoro e al ruolo che pensa di dover ricoprire, ma sente di essere stato lasciato solo dietro le linee nemiche. Perché oggi in biblioteca non ci si va quasi più, e l’importanza di costruire nella nostra vita uno spazio per la letteratura, per la lettura, è ormai un lusso che si ritrova solo nei discorsi dei radical chic.

Mi è tornato in mente David Foster Wallace e il suo celebre discorso Questa è l’acqua sulla necessità di fare della lettura, degli studi umanistici, la nostra possibilità di leggere la vita, prima che i libri.

Mi è venuto in mente che un mondo bello si costruisce dalla difesa delle cose belle, e che il primo lavoro di trasformazione deve essere fatto sull’agenda delle nostre priorità.

Fra migliaia di libri mi è venuto in mente che io, in quella biblioteca, non ci ero andato quasi mai.

E quella ringhiera rossa era bellissima.