
Guardo il tesserino rosso che ho al collo da giorni, è la prima volta che ne ho uno così.
Non c’è nemmeno bisogno di mostrarlo, i commessi mi lasciano passare dopo uno sguardo, una cosa che mi fa sentire più importante di quanto sono.
Il Transatlantico non è mai stato così pieno, o perlomeno io non l’avevo mai visto così. Dal primo ingresso a Montecitorio mi aveva incuriosito quel nome, la grande area che costeggiava l’ingresso alla Camera dei deputati mi era sempre sembrata qualcosa di vuoto, appena animata dai pochi che parlottavano a mezza bocca o da quelli appena più rumorosi che si assiepavano alla bouvette.
Lo scrutavo dal confine, la striatura verde sul tesserino precedente mi impediva di attraversarne l’uscio, e mai, guardandolo, avevo pensato a un transatlantico. Il ventre di una balena pigra, questo mi sembrava quell’enorme hangar con le tende bordeaux, gli stucchi, le felci, i giornali abbandonati e le poltrone in pelle, quasi sempre vuote.
Oggi è diverso. Ci sono centinaia di persone, un brusio e un’eccitazione nell’aria che non avevo mai sentito. C’è la stampa, i volti più noti, che cercano notizie come l’ultimo cronista di provincia. Ci sono i leader che si fanno vedere più spesso in TV che in Parlamento e, soprattutto, ci sono le voci. Mi aggiro indisturbato tra i nugoli di uomini incravattati e di donne elegantissime cercando di coglierne qualcuna.
Arrivano generose, le voci, nessuno nasconde nulla, tutti cercano notizie fingendo di saperne più di quanto sanno, ognuno pensa che l’altro possa rivelare chissà cosa. Marini non ce l’ha fatta, Prodi incredibilmente nemmeno, e contare sulle dita i nomi di chi siano stati quelli che hanno affossato il Professore sembra essere il rompicapo più gettonato. Quando qualcuno chiede la mia opinione un po’ mi lusinga e parecchio mi spaventa: vorrei dire ciò che penso, ma mi rifugio in un “non saprei” e l’attenzione degli interlocutori si sposta subito altrove. Un po’ mi dispiace, ma tiro un sospiro di sollievo, chiedendomi quale alchimia mi abbia trasformato in questi giorni da strumento tecnico senza nome a persona di cui conta il parere, persino in una circostanza importante come la scelta del Presidente.
C’è un nome che torna dal primo giorno: Rodotà. I nuovi arrivati lo ripetono come un mantra. Tra le voci dei giorni precedenti avevo colto quella di uno di loro, il più famoso, quello più a suo agio in TV, che era fermo nel respingere l’offerta di un giovane collega brianzolo della maggioranza: “Voi votate Prodi, lui dà l’incarico a Rodotà e facciamo insieme le riforme”.
Mi era sembrata una notizia enorme, invece la sera nessun rilievo nei TG, come per la stragrande maggioranza delle ipotesi che avevo sentito. Qui ci sono quelli bravi e sanno distinguere una voce da una notizia, avevo pensato.
Adesso però c’è lo stallo. I volti eccitati dei primi giorni sono via via più increduli, si direbbero preoccupati. Sembrano bambini che non hanno fatto i compiti. Quando mi capita di incrociare lo sguardo con qualcuno che conosco, deputato o collega, ne ricevo sempre un assenso serioso, come a dire: adesso la dobbiamo risolvere.
Poi all’improvviso, per un paio d’ore a metà giornata, il clima si distende. Non capisco perché, non c’è aria d’accordo, non c’è aria di intesa, ma solo di attesa.
Le voci non circolano più, e se lo fanno è sui display dei telefoni o all’interno dell’aula, dove nemmeno un tesserino rosso può entrare. Finché i telefoni iniziano a suonare.
Prima quelli dei parlamentari, poi quelli dei giornalisti. Il mio tace, forse lui non sa che ho anche io un tesserino rosso. Gli inviati dei TG si agitano, si mettono a chiamare anche loro, i cameramen che li scortano puntano gli obiettivi come plotoni di esecuzione che attendono l’ordine.
Sento una grossa risata, è un vecchio senatore campano, dell’opposizione.
Aguzzo le orecchie, cerco i colleghi che conosco, la prima che vedo è una bella ragazza che corre verso la sala stampa. La chiamo per nome, si gira e, senza farmi dire altro né fermare la corsa, mi dice: “Napolitano!”
Non capisco, Napolitano è il presidente uscente, qui bisogna scegliere quello nuovo.
Mi fanno male i piedi, avrò fatto chilometri nel Transatlantico, vorrei sedermi ma i divanetti in questa situazione è bene lasciarli a quelli che del tesserino rosso non hanno nemmeno bisogno.
Mi guardo intorno e c’è sorpresa, ma anche sollievo, come se finalmente si fosse trovata la soluzione a un rebus. Qualcuno sorride senza allegria, il bambino non ha fatto i compiti ma forse la maestra ha rimandato l’interrogazione.
Un brusio crescente si alza, ognuno corre al suo posto, la pancia della balena ora sembra un alveare, o forse davvero il ponte di un transatlantico, non lo so perché su un transatlantico non ci sono mai stato. Mi viene da ridere se guardo dove sono e penso che la prima immagine che mi evoca quella parola è il Titanic.
Napolitano. Napolitano… Napolitano!
Guardo il tesserino rosso, mi chiedo se lo utilizzerò ancora.
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