Almeno state zitti

Adesso hanno le ricette.

Ora sanno cosa si deve fare.

Sanno chi ha sbagliato, cosa ha sbagliato, perché ha sbagliato.

Protagonisti del nulla, propongono la soluzione, che passa per il fare tutto quello che non hanno mai fatto, non hanno mai saputo fare, o forse non hanno voluto.

E si propongono! Si autocandidano a soluzione di tutti i problemi, perché loro, che erano esattamente lì quando si sbagliavano tutte le scelte, ora sanno quelle giuste da fare.

Di più, loro SONO la scelta giusta da fare.

Per il bene del partito.

Per il bene della sinistra.

Per il bene del Paese.

Adesso ci sono loro, possiamo scegliere loro, dobbiamo fidarci di loro.

Noi qui, spettatori senza diritto di rimborso sul biglietto, senza voce in capitolo, unici a pagare errori che eravamo stati gli unici a denunciare.

Loro lì, ad aspettare il loro turno, a pretenderlo, indignati per il finale di uno spettacolo che hanno messo in scena praticamente da soli, pronti a spiegarci perché non ci è piaciuto.

Almeno stessero zitti.

Quando muore un intellettuale

Quando viene a mancare un intellettuale della statura di Serianni, leggo grande rammarico, dolore e peana diffusi a piene mani, sia dalla gente comune che dal mondo politico.

Si parla sempre di grave perdita, eppure io non ricordo un periodo in cui gli intellettuali abbiano contato poco come in questa fase storica.

La cultura per taluni che la odiano è addirittura una colpa, il marchio della difesa di un’élite o dell’asservimento al sistema, l’orrenda pretesa del privilegio.

Per altri che la usano, la cultura è al massimo un orpello, da tirare fuori come si fa con l’argenteria buona, all’occasione e per fare bella figura, purché venga poi riposta nel cassetto una volta svolta la sua funzione.

Per altri ancora, i peggiori, essere intellettuali significa non usare la cultura a beneficio della collettività, ma brandirla come uno strumento di visibilità, la quale deve essere costantemente alimentata, coerentemente fine a sé stessa.

Quando muore un intellettuale vero (quale Serianni certamente era), tutti lo piangono.

Curioso che lo facciano anche quelli che, chiamati a prendere decisioni per la collettività, o a esprimere il proprio consenso o dissenso verso le scelte del potere, non siano mai stati sfiorati dall’idea di chiedere agli intellettuali indicazioni sul da farsi, finché questa opzione era disponibile.

Renato Nicolini: il “Meraviglioso urbano” e “Qualcosa che rimane”

Dieci anni fa ci lasciava Renato Nicolini.
L’architetto che fu Assessore alla cultura della capitale in anni in cui si faceva cultura della politica, e che riscoprì la politica della cultura.

Aveva 34 anni quando immaginò che alla base di una politica culturale dovesse esserci l’incontro: l’antico e il modernissimo, con i resti di Massenzio che incontravano l’arte più giovane, quella del cinema.

In un momento in cui la cultura era elemento di distinzione, con l’università sottoposta a continui controlli per impedire che divenisse di massa, Nicolini osò unire l’alto col basso, l’élite con il popolare, Visconti con il Pianeta delle Scimmie.

Realizzò concretamente la riscoperta dei luoghi attraverso non soltanto la mera conservazione, ma la restituzione ad essi di una funzione, una vivibilità, un uso, che li rendesse città e non più eredità o arredo urbano.

C’era nella sua visione, perseguita anche con sperimentazione, coraggio (come per il festival della poesia di Castelporziano) e la quasi gratuità degli eventi, l’importanza dell’aggregazione del diverso, la necessità di instaurare l’abitudine all’uscire, all’andare fuori: di casa (in anni in cui non era scontato), dalle proprie abitudini, gusti, sensibilità, per spingersi a stare con l’altro, per vivere un evento ed essere contemporaneamente, insieme all’altro, l’evento stesso.
Il cittadino vive la cultura e la città, alimentandole entrambe.

A Renato Nicolini e all’Estate Romana, nata come me nel 1977, venne contestata l’assenza di strutture, il mancato investimento in realtà stabili, durature e non fruibili solo in un dato momento.
La politica dell’effimero divenne per alcuni un dispregiativo.
“Bisogna spendere soldi per qualcosa che rimanga alla città”, dicevano i detrattori.
Eppure dopo quasi mezzo secolo ancora si parla di quell’esperienza, che è diventata essa stessa un patrimonio della città.

Quei romani, dell’alta borghesia o dei quartieri popolari, benestanti o proletari, colti o semplicemente curiosi, hanno vissuto un’esperienza che è rimasta nelle loro vite, nel loro modo di essere cittadini e di considerarsi in rapporto ai luoghi, all’arte, al “meraviglioso urbano”.

Un’abitudine alla fruizione della cultura che certo non ne esaurisce tutte le modalità di incontro con essa né tutte le funzioni, ma che senz’altro oggi è interiorizzata e si è ripetuta in moltissime esperienze successive, fino alle Notti bianche a cavallo degli anni duemila, cui partecipavano generazioni anagraficamente e culturalmente lontane da quelle di Massenzio.

Se la cultura non è di tutti, può però essere per tutti, così come può esserlo la città, che non conosce più barriere temporali, spaziali e sociali.

L’Estate Romana e l’effimero che ha rappresentato, hanno significato (anche) questo, e se non si tratta di qualcosa che rimane, cosa lo è?

#qualcosarimane

Renato Nicolini

Green Pass e Leggi razziali. Cosa non avete capito?

La discriminazione degli ebrei in Italia, attraverso l’approvazione delle leggi razziali, è la pagina di storia più buia che il nostro Paese abbia scritto dopo l’unità.
Con le restrizioni volute dal regime fascista, gli ebrei non potevano accedere ai pubblici uffici, stare nell’esercito (dal quale vennero congedati o messi in quiescenza), subivano limiti alla possibilità di avere proprietà immobiliari, attività industriali e commerciali (ad esempio non potevano avere dipendenti che non fossero ebrei), con la conseguente confisca dei beni e delle aziende.
Erano vietati i matrimoni misti, venne impedito ai bambini di andare a scuola (in questo l’Italia fascista fu addirittura più veloce della Germania nazista, che tale provvedimento non lo aveva ancora varato), i professionisti di razza ebraica erano messi in condizione di non poter esercitare la professione e, quando potevano, subivano una tassazione speciale. Persino nel mondo dello spettacolo c’era una norma che limitava o impediva l’accesso ad artisti ebrei.
Questo in tempo di pace.
Successivamente i cittadini ebrei vennero rastrellati, caricati su carri merci stipati all’inverosimile e inviati nei campi di concentramento; quelli che sopravvivevano al viaggio (spesso non era così), venivano selezionati: da una parte la forza lavoro da sfruttare fino al deterioramento completo del corpo e dello spirito, dall’altra corpi da gasare subito nelle docce e ammassare nelle fosse comuni. Non mancavano ebrei costretti a prostituirsi con i militari in cambio di condizioni appena più decenti, così come altri usati come cavie umane per la ricerca medico scientifica, che spesso sfociava nella mera curiosità sadica.

Tutto questo non succedeva perché gli ebrei avevano fatto scelte politiche in contrasto col regime: in Italia esistevano ebrei che erano stati fascisti, militari che avevano partecipato alle guerre coloniali del regime, funzionari di Stato e persino di partito.
La discriminazione avvenne perché erano nati ebrei e quindi dal fascismo considerati diversi, inferiori, senza alcuna possibilità di scegliere se appartenere o meno alla categoria discriminata.

Le limitazioni subite non erano temporanee, non affrontavano uno stato di emergenza, non cercavano di tutelare la salute di nessuno, bensì erano riconducibili, secondo i fascio-nazisti, a quello che era l’ordine naturale delle cose.
Limitazioni che rendevano degli esseri umani qualcosa di cui sbarazzarsi, gradualmente o in maniera drastica, dopo aver sottratto loro non la possibilità di accedere a un ristorante, ma tutti i beni, la dignità, la vita.

Oggi leggo quasi ovunque paragoni tra quella tragica storia e le limitazioni alla libertà personale che il green pass comporta. Non voglio entrare nel merito e non voglio convincere nessuno. Ho fatto il vaccino perché penso che senza sarei stato più pericoloso per me e per chi mi sta intorno, esattamente come ho accettato l’obbligo di guida con lenti sentendolo una necessità, non una limitazione alla mia libertà di non portare gli occhiali al volante.
Quando ho accettato di indossare la cintura di sicurezza, l’ho fatto concedendo ad altri di decidere quale fosse il comportamento corretto per la mia salute, e non ho mai protestato contro i vaccini obbligatori che si fanno per accedere in certi paesi esotici, figuriamoci considerarli una limitazione alla mia possibilità di viaggiare ovunque.

Malgrado ciò, chi non vuole vaccinarsi credo abbia il diritto di dire le sue ragioni, anche quando sono complottiste o strampalate: quella è una libertà che non possiamo né dobbiamo negare.
Quello che non possiamo tollerare però, è che in virtù di questa libertà, ignoranti che non conoscono, non capiscono o non rispettano la Storia, tirino in ballo il dramma degli ebrei e delle leggi razziali.

Non mi interessa se non volete vaccinarvi, ma mi interessa che i vostri comportamenti non mettano a rischio la salute degli altri, facendo di voi degli irresponsabili egoisti.

E non mi interessa se, secondo la vostra singolare idea di libertà, volete protestare contro una forma di tutela che prevede limitazioni che chiunque può superare vaccinandosi, ma mi interessa che nel portare avanti questa vostra idea non utilizziate il più grande dramma che la storia occidentale ricordi, atteggiandovi a perseguitati, rendendovi soltanto degli intollerabili, mitomani, cialtroni.

Una Mercedes per Malika

(Foto Il Messaggero)

Ho già detto la mia su Malika, la ragazza cacciata di casa perché lesbica.

Di famiglia musulmana, dopo che la sua vicenda era stata resa nota da un servizio delle Iene attraverso la diffusione di orribili messaggi vocali da parte della madre, la ragazza è stata protagonista di una grande gara di solidarietà, che ha raccolto oltre 140.000 euro di donazioni da parte di persone che volevano aiutare Malika a rifarsi una vita.

Oggi la ragazza racconta di aver utilizzato parte di quei soldi per comprarsi una Mercedes, un gesto che agli occhi di molti mortifica il fine per cui tanta gente si era mossa per aiutarla.

Anche a me non è piaciuto leggere quell’affermazione e certo tutta la vicenda non mi pare edificante nella ricostruzione che ne ha fatto Selvaggia Lucarelli, ma per onestà intellettuale devo dire che non trovo giusto sindacare sul modo in cui il destinatario di una donazione intende impiegare la stessa: quei soldi le sono stati donati quale risarcimento alla sorte che le era toccata, per permetterle di avere una vita migliore: è questo lo spirito che ha animato i tanti donatori.

Il fatto che Malika abbia pensato che la cosa giusta da fare fosse comprarsi una macchina costosa invece che investire sul suo futuro, non cambia i termini della questione.

Si tratta sempre di una disgustosa storia di omofobia, cui molti hanno deciso di reagire aiutando la ragazza.

Che poi lei abbia fatto dei soldi un uso tanto effimero, denota soltanto una sua scarsa intelligenza, confermata dal fatto di sbandierare l’acquisto quando sarebbe stata consigliabile una maggiore oculatezza.

Successivamente poi Malika ha ritrattato, spiegando che l’auto l’aveva comprata usata perché ne aveva bisogno: mi sembra l’ennesimo tassello di una vicenda stucchevole, di cui non dovremmo parlare in questi termini.

Quello che sarebbe davvero grave, e ad oggi non c’è nessun elemento che possa far ritenere che sia così, sarebbe scoprire che tutta la vicenda è stata una montatura per carpire soldi a gente in buona fede. Invece il fatto (oserei dire purtroppo…) non sembra essere messo in dubbio, i vocali sono autentici e la ragazza è stata davvero allontanata dalla famiglia per il suo orientamento sessuale.

Se però si solidarizza con Malika per il trattamento ricevuto, delude constatare come lei non abbia pensato di impiegare parte di quei soldi per aiutare chi non ha avuto la sua stessa visibilità. Ma non sorprende, e non solo perché non era affatto obbligata a farlo: la mancanza di sensibilità sociale ed empatia verso il prossimo, era già emersa quando Riccardo Pirrone, Social media manager di Taffo che pure aveva incentivato la raccolta fondi, aveva mostrato come, già in passato, Malika aveva condiviso sui social idee traboccanti egoismo e vago razzismo, sposando in merito ad accoglienza e solidarietà, le peggiori posizioni dei sovranisti.

Quegli stessi sovranisti che oggi puntano dito contro di lei.

Ma sì sa: quando il saggio punta il dito verso la luna, lo stolto guarda il dito; quando invece lo fa verso un caso di omofobia, quello guarda la Mercedes.

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