Salvini: niente processo grazie al M5S, ma il vero regalo a maggio

4307819_1835_salvini_diciotti_di_maioSalvini non va a processo per volere degli iscritti del Movimento Cinque Stelle.

Stavolta ci si salva dal processo, invece che nel processo.

Probabile che Salvini sarebbe stato facilmente assolto, come l’archiviazione già ottenuta dalla procura di Catania sembrava indicare. La stessa archiviazione era un elemento importante per stabilire che nei confronti del vicepremier leghista non ci fosse nessun fumus persecutionis, e che i magistrati di Catania avessero aperto il fascicolo perché atto dovuto di fronte alla vicenda, così come il Tribunale dei Ministri successivamente.

Nel processo il governo tutto avrebbe potuto provare che non ci fosse nessun reato. Continua a leggere

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Le prime pietre

FB_IMG_1548595306244.jpgl’Olocausto, o meglio la Shoah, è iniziato poco a poco. Prima che il primo ebreo salisse sul primo vagone, era iniziato quando la collettività aveva accettato di ragionare in termini di noi e loro, vedendo differenze anche tra chi, fatto di carne, sangue e spirito, sogni e bisogni, diverso non poteva essere. L’orrore fu palese solo quando la costruzione fu finita, e i primi a gridare furono quelli che avevano posato le sue pietre, ognuno la propria, fatta di giusto e sbagliato, di leggi, regole e visione ordinata del mondo.

Nessun olocausto avviene all’improvviso, senza che si siano gettate le basi perché si concepisca, si realizzi, si neghi o si giustifichi.

Se non lo capiamo, è inutile ricordare. O sforzarci di mostrare che lo facciamo.

Vai avanti tu, che mi vien da ridere

banfi unescoQuando ho letto che Lino Banfi era stato indicato dal vicepremier Luigi Di Maio come rappresentante del Governo Italiano all’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, come quasi tutti ho pensato a uno scherzo.
Per chi reputa la cultura la base del progresso di ogni popolo, immaginare un incarico del genere affidato all’Allenatore nel Pallone, o se volete a Nonno Libero, non è stato facile. Dietro ogni scelta politica c’è una cultura che la sostiene e la rende possibile, così come ogni azione culturale, in qualche modo, è politica. Ebbene, dietro questa indicazione, (come altre in passato, per carità, ma forse oggi in maniera maggiormente compiuta), c’è una precisa cultura e un’indicazione politica che non è possibile accettare.
vai avanti tuIntendiamoci: non ce l’ho con Lino Banfi, quello che dichiarava che avrebbe votato Berlusconi anche se avesse ucciso 122 persone. Ho riso nei suoi film meglio riusciti (Il Commissario Lo Gatto, Vieni avanti cretino, Fracchia la belva umana, su tutti), è un artista che ha alle spalle un percorso comunque da rispettare, sebbene spesso fatto di filmetti scollacciati che raccontavano un’italietta arrapata e mediocre.
Piuttosto la scelta risulta indigesta perché lascia trasparire la considerazione di cui godono l’Educazione, la Scienza e la Cultura da parte di chi ha pensato possibile questa designazione: se non è certo la migliore risorsa disponibile nella cosiddetta società civile, ancora meno possiamo ipotizzare che Lino Banfi sia strategicamente importante nello scacchiere politico della maggioranza di Governo, in particolare del M5S.
Se non si designa il migliore dunque, è perché non ne vale la pena. Oppure non se ne è capaci, malgrado in questi anni chi si poneva come novità, come alternativa e come cambiamento, abbia cavalcato (giustamente) temi come la meritocrazia, la fuga di cervelli, il ricambio generazionale.
Ebbene, questa rivoluzione ha portato alla nomina quale rappresentante del governo italiano all’UNESCO, di un ultraottantenne che non ha nessun merito né competenze in materia. Educazione, Scienza e Cultura: al futuro commissario UNESCO possiamo oggettivamente riconoscere di padroneggiarne solo una su tre (più di molti membri del Governo italiano).
Sarebbe quasi divertente, se dopo la sua dichiarazione “nelle commissioni ci sono i plurilaureati, ma io porterò il sorriso”, non partissero gli applausi.
Vai avanti tu, che mi vien da ridere.

117. (E non me ne vergogno)

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La vignetta di Mauro Biani per “Il Manifesto”

Quando qualcuno ha lucrato sulla pelle dei miserabili del pianeta, io non c’ero.

Quando hanno arrestato chi lo faceva, io ho brindato.

Quando hanno voluto un reato che punisce una persona per il semplice fatto di esistere, facendo del luogo di nascita una discriminante, io non c’ero.

Quando i sondaggi hanno suggerito di dire che non avevamo il dovere di salvarli tutti, io non l’ho detto.

Quando l’incapacità di affrontare i problemi reali ha lasciato che gli altri individuassero i capri espiatori, e li si è sacrificati sulle coste libiche, io non ero d’accordo (e l’ho detto).

Quando la strategia politica ha spinto a cavalcare il problema invece che risolverlo, io non l’ho seguita.

Quando mi hanno indicato un disgraziato dicendomi che mi toglieva qualcosa, io non ho distolto lo sguardo da chi puntava il dito.

Quando hanno detto che dovevamo avere paura perché erano loro a portare il male, dove prima male non c’era, io non ci ho creduto.

Quando i privilegiati hanno fatto la classifica degli ultimi, cercando di distinguerli tra quelli che vengono prima e quelli che vengono dopo, io non ho visto altro che ultimi.

Quando hanno boicottato il tavolo che cercava di condividere il problema, per poi dire ai propri elettori che l’Italia non poteva farsene carico da sola, io non ci sono cascato.

Quando hanno consentito per conservazione del potere che uno sciacallo dettasse legge sul tema, consentendogli di ergersi a difensore di un Popolo ingannato, io non c’ero.

Quando hanno fatto finta di difenderci insultando la dignità di poche decine di persone lasciate fuori dalla porta, io non ho applaudito.

Quando hanno capito che per convenienza elettorale era necessario parlare d’altro, non battersi per le cose giuste ma per quelle popolari, io non ero con loro.

Quando hanno contato i morti e contriti hanno parlato dei problemi globali, io almeno non mi sono dovuto vergognare.

Forse dove non è servito il rosso delle magliette, può arrivare quello dei volti.

 

“Questa è Roma!”

Lega a roma 3Il rischio di cadere nel luogo comune c’è, è evidente. La possibilità di generalizzare assegnando a una moltitudine di individui una caratteristica comune, ereditata dall’appartenenza ad una stessa città, anche.

Eppure, c’è molto del mito della romanità nella protesta che in queste ore sta prendendo forma sui muri della città, indirizzata verso la manifestazione che la Lega di Matteo Salvini organizza a Roma per l’8 dicembre.

Come, la Lega? A Roma? Quelli del “Roma Ladrona la Lega non perdona?”

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