Ripensare gli spazi urbani per un nuovo modello di cittadinanza: ne ho scritto per Left

La quarantena ha presentato in maniera evidente il costo in termini sociali di città nelle quali vive più della metà della popolazione italiana, pensate con un centro storico di pregio e molte periferie-dormitorio, ove l’urbanistica non favorisce la convivenza ma anzi la mancanza di spazi comuni e servizi di qualità acuisce conflitti sociali tra deboli: con l’economia in ginocchio e la necessità di interventi pubblici per rilanciarla, è doveroso pensare a un ripensamento del sistema-città e a nuovi modelli di partecipazione attiva alla trasformazione di esse. Ne ho scritto per Left, trovi qui l’articolo completo.

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La zona rossa che dobbiamo attraversare

Il deserto dei tartari DrogoÈ una notte strana questa.

C’è un silenzio surreale, un’aria immobile e la sensazione che nessuno stia dormendo. Come quando da bambini si fingeva il sonno per ingannare i nostri genitori con uno scherzo infantile, immagino ognuno, sotto il piumone, tenere gli occhi sbarrati e pensare al futuro, o a un nemico invisibile, di quelli che fanno paura. Continua a leggere

Sul Coronavirus

Avere paura è sbagliato, non siamo di fronte alla peste e per quasi tutti gli infetti non ci sono rischi vita. Esorcizzare la paura con incontri, feste, appuntamenti che incentivano la socializzazione, in questo periodo di scuole chiuse e massimo sforzo, non aiuta. Paura no, attenzione sì. Continua a leggere

Ascensore sociale e meritocrazia: ne ho scritto per Left

La meritocrazia è un valore, ma solo se sono garantite a tutti le stesse possibilità. Ripartire dal riconoscimento delle diverse condizioni di partenza e impegnarsi nella rimozione degli ostacoli reali che incontra chi non proviene da una famiglia agiata, colta, in grado di sostenere ogni legittima aspirazione di miglioramento, è il dovere principale di chiunque oggi voglia rappresentare le istanze progressiste.

Ne ho scritto per Left, qui l’articolo completo.

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Politica e comunicazione, da Berlusconi alle Sardine

Per un leader politico conta saper comunicare. Una volta si usava l’espressione “bucare lo schermo”, adesso che i parametri non sono più solo televisivi, ma anche del web 2.0, non basta più una bella immagine, un sorriso accattivante e una buona parlantina: la comunicazione si è fatta più veloce, immediata, basata sulla capacità di engagement, fosse anche negativo.

In un sistema che fatica a distinguere tra valore e popolarità, chi è più bravo a interpretare il sentiment più diffuso, chi “arriva di più” alla gente, guadagna consenso. Poco male, se non fosse che oltre a questa popolarità fatta di followers, like e condivisioni non c’è nulla che attribuisca anche credibilità: se dici quello che mi piace sentirmi dire, mi piaci. E se piaci a tanti, vuol dire che hai ragione e sarai sicuramente tu quello che sa quale sia la soluzione per i problemi che ci affliggono. Quindi: ti voto.

Un ragionamento elementare che sembra essere accettato senza alcuna obiezione dall’elettorato, che nel giro di pochi anni ha visto regalare in maniera schizofrenica plebisciti a Berlusconi, Renzi, Grillo e Salvini, profili politicamente distanti ma uniti nella capacità di saper utilizzare, meglio dei rivali, gli strumenti della comunicazione. Continua a leggere

Troisi, Benigni: non ci resta che un solo incontro. Ne ho scritto per The Vision

Nel 1984 il cinema italiano produce film diversi per qualità e ambizioni, molti destinati a diventare dei cult: tra gli altri si ricorda il cinema d’autore di Nanni Moretti con Bianca, il Blockbuster L’allenatore nel pallone con Lino Banfi, il fenomeno trash di Arrapaho ispirato al disco degli Squallor.

Accoppiate inedite e mai più riproposte videro protagonista Carlo Verdone, con Lello Arena in Cuori della tormenta e con Enrico Montesano nei Due Carabinieri.

Ma l’esperimento più riuscito è Non ci resta che piangere, film di Natale che vede riuniti davanti e dietro la macchina da presa (e alla sceneggiatura), Massimo Troisi e Roberto Benigni. Continua a leggere

C’è bisogno di bellezza

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Foto di Fabrizio Mei

Qualche settimana fa mi è stato chiesto di firmare un appello per una legge che tuteli la bellezza. Si tratta di un patrimonio diffuso del nostro Paese, non solo la bellezza del territorio e dell’ambiente, ma anche quella derivante dalla diffusione di istruzione e cultura, quella generata dall’arte, quella che è permessa da rapporti economici sani e sostenibili.

Non condivido ogni passaggio del testo (ad esempio la contrapposizione tra grandi eventi e spazi culturali diffusi: io credo invece che possano essere messi gli uni al servizio degli altri), ma la bellezza è un valore che non possiamo più dare per scontato e che anzi dobbiamo difendere nelle scelte di ogni giorno: per questo, sono orgoglioso di averlo sottoscritto insieme ad un gruppo di ricercatori, docenti, esperti e artisti. Continua a leggere