Beppe Grillo, Natalino Balasso, storia di comici, di Popolo e di Re.

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A giudicare dalla loro parabola artistica, fatte le dovute proporzioni tra Beppe, mattatore degli anni ’80, e Natalino che si è allontanato dagli schermi troppo presto, circa un decennio dopo, la carriera di Beppe Grillo e Natalino Balasso mostra parecchi punti in comune: entrambi comici popolari, dissacranti, coraggiosi nel fustigare i costumi dei loro tempi, entrambi lasciano la TV  per dedicarsi con maggiore libertà al proprio lavoro. Prima in teatro e poi sul web, dagli applausi ai like il passo è breve.

Di Grillo ormai sappiamo tutto: allontanato dalla TV per aver attaccato il PSI al Governo negli anni ’80, da anni gestisce uno dei blog più influenti del mondo. Si impegna in tematiche sociali e prima attacca, poi tocca e infine invade la politica, trasformandosi  da comico a fondatore e “capo politico” di una delle forze maggiormente rappresentate oggi in Parlamento, alla guida di diverse città tra cui la Capitale del Paese.

Un percorso che Natalino Balasso non ha (ancora?) compiuto: come più volte ha affermato, si è allontanato dalla popolarità e dai soldi facili delle tv commerciali per poter disporre di maggiore libertà artistica. Anche lui però, come il suo collega, non disdegna di vestire l’abito del comico-guru e predicatore del web:  lo fa in particolare nei video denominati pomposamente “discorsi di fine anno”, l’ultimo dei quali capace di registrare oltre mezzo milione di visualizzazioni in tre giorni. Continua a leggere

Capitale

Oggi lo posso di’ solo in romano,
spiegateme, che cazzo s’esurtamo?
Chi semo noi, tifosi o cittadini?
Che c’ho da gioi’, se invece che uno nostro,
se bevono uno de quelli vicini?

Se dicono che c’era in giro un mostro
a spartisse la città che tutti amiamo
siccome era er nemico tutt’apposto?
Che cazzo ce ne frega, noi brindamo?

Perché così paremo meno brutti?
“Hai visto? Pure loro fanno uguale”
So’ tutti boni a di’ “lo fanno tutti”
Ma mica se è così fa meno male.

Ma che davero stamo a pensa’ a quelli,
che annavano strillando de onestà
Convinti che bastassero li strilli
pe fa’ resuscita’ questa città?

Compagno che giosci, te lo dico:
Pe’ vince nella corsa degl onesti,
se speri che te ingabbino er nemico
nun stai a fa’ quello che dovresti.

Che tanto ormai l’hai visti: so incapaci!
Da cittadini stamo preoccupati
ma se sei mejo come tanto dici
me spieghi come mai che l’hai imitati?

Ma n’era meglio stasse zitti boni
prova’ ‘na vòrta a fa’ la differenza
riempisse de tristezza, abbassa’ i toni
e smette de parla’ solo alla panza?

Lettera alla donna che ha dimenticato sua figlia in macchina

Tu questa lettera non la leggerai, ma se anche lo facessi, non ti aiuterebbe nemmeno un po’. Però aiuta me, sento di doverti dire qualcosa dopo aver letto dell’ennesima tragedia assurda che ha coinvolto l’ennesimo bambino. Il tuo, in questo caso.

“Come si può essere così orribili da dimenticare il proprio figlio in macchina?”

Nelle ultime ore tutti ci siamo fatti questa domanda, tu per prima. Come puoi essere così orribile da aver dimenticato tua figlia? Non lo sai, non puoi saperlo e neanche io lo so.

Quello che so è che nessuno a cui non sia capitato qualcosa del genere, può capire cosa sia successo. Almeno non tanto da poter esprimere giudizi. Dolore sì, ma giudizi no. Continua a leggere

Gli scrittori non ci salveranno

Cover LSC MAG 5

La copertina di LSC Mag su cui è stato pubblicato questo editoriale.

Mario Soldati in America primo amore descrive l’accoglienza ricevuta a Neviorche da un italo americano emigrato nella grande mela.

Il suo ospite ha maggiore dimestichezza con l’inglese rispetto allo scrittore, sebbene ciancichi la lingua yankee con residui di un italiano dialettale.

L’italoamericano, che negli anni ‘30 ascolta Torna a Surriento sparato dal grammofono, è orgoglioso della sua condizione: parla la lingua, vive in un posto lontano da casa, un posto che è diventato la sua casa, non è meno americano di chi è nato oltreoceano, o almeno non ci si sente.

E lui, arrivato con la valigia di cartone, apostrofa lo scrittore torinese, che arranca con l’inglese, con un «accà siete ‘nu cafone.»

Soldati, intellettuale che va negli Usa per via di una borsa di studio per la Columbia University, fuori dal contesto che gli è proprio, in casa di un emigrato con la valigia di cartone che, in qualche modo, è riuscito a ritagliarsi uno spazio a New York, è questo: ‘nu cafone.

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Caro Franceschini, la letteratura non è mica democratica

Da due giorni mi domando cosa abbia spinto Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali, a proporre di realizzare la Biblioteca Nazionale dell’Inedito.

Una proposta folle, che non ha alcuna logica, non risponde a nessuna reale esigenza di promozione culturale e della quale si fa parecchia fatica ad individuare una benché minima utilità, dal momento che una Biblioteca messa su con questo criterio sarebbe anche tecnicamente inconsultabile (cosa cerco? E quale autore su quale argomento se nessuno li ha valutati e schedati?)

Il tweet con cui Franceschini lancia la sua idea di biblioteca nazionale dell'inedito.

Il tweet con cui Franceschini lancia la sua idea di biblioteca nazionale dell’inedito.

L’idea che tutti debbano scrivere, e soprattutto tutti abbiano il diritto di veder conservati i propri scritti, si basa su presupposti totalmente sbagliati. Già Walter Veltroni, anni fa, in un’intervista da Fabio Fazio, avanzò l’idea che la letteratura fosse fondamentalmente democratica. Le stesse parole utilizzate dalla casa editrice Albatros Il Filo, famosa per essere la più importante casa editrice a pagamento italiana: “Processo di democratizzazione della letteratura”. Niente di più falso: la letteratura non è affatto democratica, né dovrebbe esserlo! Semmai è l’accesso ad essa che dovrebbe, mentre la letteratura è necessariamente elitaria, dall’alto (di chi sa scrivere) al basso (di chi vuole leggere). Ed è leggendo che il lettore si eleva, non scimmiottando lo scrittore.

Le motivazioni per cui l’idea del Ministro ha suscitato ilarità, quando non vera e propria preoccupazione per le sorti della letteratura e dell’editoria italiana, sono già state ampiamente elencate nelle ultime 48 ore, mi limito quindi a un breve riassunto. Continua a leggere

Aiutiamoci a casa nostra (Tor Sapienza, Italia)

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Io vivo al Tufello, prima ho vissuto a Centocelle, Casilino-Labicano e Tiburtino.

Negli anni ottanta, tra il Pigneto, Torpignattara e Centocelle, c’erano pochissimi immigrati, ma gli indici della qualità della vita erano molto peggiori di adesso: furti, rapine, morti per overdose. Non era una matrice “etnica” allora, non lo è adesso. Era la crisi post anni 70, disoccupazione, riflusso, quartieri morti per eroina, carcere, assenza di servizi e spazi di socialità.

Spaccio e degrado, quartieri senza vita che si spegnevano alle sette di sera (a parte i rari centri sociali), la brava bella e italianissima mala romana gestiva bische, scommesse, sfasciacarrozze, pizzo, speculazione edilizia nella città post sanatoria dei borghetti.

Qualcuno ricorda via Braccio da Montone tra l’85 e metà anni novanta? Qualcuno ricorda via Acqua Bullicante alle otto di sera? Il nulla e la paura. Continua a leggere

Con gli occhi sudati e le mani in tasca

Busta-lettera-anteriore

Caro Matteo,

ogni rito ha le sue liturgie, e la politica non fa eccezione, ti ci devi abituare.

È scritto che colui che è incaricato di guidare il Governo vada in Parlamento a chiedere una fiducia che sa già di avere, ma che liturgicamente è necessario che chieda attraverso un discorso che dovrebbe convincere i parlamentari.

Non credo sia mai successo che un solo parlamentare abbia deciso la propria posizione in base alle parole del Presidente incaricato in aula, ma funziona così, ci sta. Nemmeno tu ti sei potuto esimere da questo compito, che poi è pure quello più semplice fra tutti quelli ti sono stati assegnati.

E se ti può consolare, pensa a Enrico Letta che ha dovuto consegnarti la campanella, che dieci secondi di inferno che deve aver passato nel farlo. Continua a leggere