Quando muore un intellettuale

Quando viene a mancare un intellettuale della statura di Serianni, leggo grande rammarico, dolore e peana diffusi a piene mani, sia dalla gente comune che dal mondo politico.

Si parla sempre di grave perdita, eppure io non ricordo un periodo in cui gli intellettuali abbiano contato poco come in questa fase storica.

La cultura per taluni che la odiano è addirittura una colpa, il marchio della difesa di un’élite o dell’asservimento al sistema, l’orrenda pretesa del privilegio.

Per altri che la usano, la cultura è al massimo un orpello, da tirare fuori come si fa con l’argenteria buona, all’occasione e per fare bella figura, purché venga poi riposta nel cassetto una volta svolta la sua funzione.

Per altri ancora, i peggiori, essere intellettuali significa non usare la cultura a beneficio della collettività, ma brandirla come uno strumento di visibilità, la quale deve essere costantemente alimentata, coerentemente fine a sé stessa.

Quando muore un intellettuale vero (quale Serianni certamente era), tutti lo piangono.

Curioso che lo facciano anche quelli che, chiamati a prendere decisioni per la collettività, o a esprimere il proprio consenso o dissenso verso le scelte del potere, non siano mai stati sfiorati dall’idea di chiedere agli intellettuali indicazioni sul da farsi, finché questa opzione era disponibile.

Renato Nicolini: il “Meraviglioso urbano” e “Qualcosa che rimane”

Dieci anni fa ci lasciava Renato Nicolini.
L’architetto che fu Assessore alla cultura della capitale in anni in cui si faceva cultura della politica, e che riscoprì la politica della cultura.

Aveva 34 anni quando immaginò che alla base di una politica culturale dovesse esserci l’incontro: l’antico e il modernissimo, con i resti di Massenzio che incontravano l’arte più giovane, quella del cinema.

In un momento in cui la cultura era elemento di distinzione, con l’università sottoposta a continui controlli per impedire che divenisse di massa, Nicolini osò unire l’alto col basso, l’élite con il popolare, Visconti con il Pianeta delle Scimmie.

Realizzò concretamente la riscoperta dei luoghi attraverso non soltanto la mera conservazione, ma la restituzione ad essi di una funzione, una vivibilità, un uso, che li rendesse città e non più eredità o arredo urbano.

C’era nella sua visione, perseguita anche con sperimentazione, coraggio (come per il festival della poesia di Castelporziano) e la quasi gratuità degli eventi, l’importanza dell’aggregazione del diverso, la necessità di instaurare l’abitudine all’uscire, all’andare fuori: di casa (in anni in cui non era scontato), dalle proprie abitudini, gusti, sensibilità, per spingersi a stare con l’altro, per vivere un evento ed essere contemporaneamente, insieme all’altro, l’evento stesso.
Il cittadino vive la cultura e la città, alimentandole entrambe.

A Renato Nicolini e all’Estate Romana, nata come me nel 1977, venne contestata l’assenza di strutture, il mancato investimento in realtà stabili, durature e non fruibili solo in un dato momento.
La politica dell’effimero divenne per alcuni un dispregiativo.
“Bisogna spendere soldi per qualcosa che rimanga alla città”, dicevano i detrattori.
Eppure dopo quasi mezzo secolo ancora si parla di quell’esperienza, che è diventata essa stessa un patrimonio della città.

Quei romani, dell’alta borghesia o dei quartieri popolari, benestanti o proletari, colti o semplicemente curiosi, hanno vissuto un’esperienza che è rimasta nelle loro vite, nel loro modo di essere cittadini e di considerarsi in rapporto ai luoghi, all’arte, al “meraviglioso urbano”.

Un’abitudine alla fruizione della cultura che certo non ne esaurisce tutte le modalità di incontro con essa né tutte le funzioni, ma che senz’altro oggi è interiorizzata e si è ripetuta in moltissime esperienze successive, fino alle Notti bianche a cavallo degli anni duemila, cui partecipavano generazioni anagraficamente e culturalmente lontane da quelle di Massenzio.

Se la cultura non è di tutti, può però essere per tutti, così come può esserlo la città, che non conosce più barriere temporali, spaziali e sociali.

L’Estate Romana e l’effimero che ha rappresentato, hanno significato (anche) questo, e se non si tratta di qualcosa che rimane, cosa lo è?

#qualcosarimane

Renato Nicolini

C’è bisogno di bellezza

bellezza paesaggio

Foto di Fabrizio Mei

Qualche settimana fa mi è stato chiesto di firmare un appello per una legge che tuteli la bellezza. Si tratta di un patrimonio diffuso del nostro Paese, non solo la bellezza del territorio e dell’ambiente, ma anche quella derivante dalla diffusione di istruzione e cultura, quella generata dall’arte, quella che è permessa da rapporti economici sani e sostenibili.

Non condivido ogni passaggio del testo (ad esempio la contrapposizione tra grandi eventi e spazi culturali diffusi: io credo invece che possano essere messi gli uni al servizio degli altri), ma la bellezza è un valore che non possiamo più dare per scontato e che anzi dobbiamo difendere nelle scelte di ogni giorno: per questo, sono orgoglioso di averlo sottoscritto insieme ad un gruppo di ricercatori, docenti, esperti e artisti. Continua a leggere

Premio “Potere alle storie”, i miei candidati

Moscato premio PASQuando mi hanno chiesto di far pare del Comitato di selezione del premio Potere alle Storie ne sono stato felice e onorato: felice perché questo premio nasce dall’omonimo festival letterario cui sono affezionato per aver partecipato negli ultimi due anni (con Guy Chiappaventi, Carlo Miccio e Luciana Mattei a parlare di calcio e narrazione nel 2017, con Pippo Civati per parlare del rapporto tra politica e cultura lo scorso anno); onorato perché nel comitato ci sono firme ben più autorevoli della mia che danno lustro all’iniziativa: tra gli altri Guy Chiappaventi, Flavia Perina e Filippo Rossi, per limitarmi a quelli che ho avuto il piacere di conoscere personalmente.

Il premio PAS intende promuovere racconti e storie capaci di offrire un punto di vista sulla nostra contemporaneità e prevede quattro categorie:

  • La migliore storia del 2019;
  • La narrazione che meglio di tutte ha saputo contribuire al rinnovamento dei linguaggi;
  • La migliore narrazione del 2019;
  • Il miglior narratore (storyteller) per efficacia e tecnica narrativa.

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Più libri più liberi: Festival e territorio

Qualche mese fa, nel corso della Fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi, organizzata a Roma dall’AIE, presso La Nuvola, abbiamo avuto modo di parlare di Festival e territori, e della declinazione che la cultura assume negli stessi.

Io ero invitato a rappresentare, per la Provincia di Rieti, Liberi sulla Carta, mentre a raccontare analoghe esperienze dalle provincie di Roma, Latina e Viterbo c’erano Francesca Mancini (InQuiete), Graziano Lanzidei (Potere alle Storie) e Filippo Rossi (Caffeina). Continua a leggere

Vai avanti tu, che mi vien da ridere

banfi unescoQuando ho letto che Lino Banfi era stato indicato dal vicepremier Luigi Di Maio come rappresentante del Governo Italiano all’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, come quasi tutti ho pensato a uno scherzo.
Per chi reputa la cultura la base del progresso di ogni popolo, immaginare un incarico del genere affidato all’Allenatore nel Pallone, o se volete a Nonno Libero, non è stato facile. Dietro ogni scelta politica c’è una cultura che la sostiene e la rende possibile, così come ogni azione culturale, in qualche modo, è politica. Ebbene, dietro questa indicazione, (come altre in passato, per carità, ma forse oggi in maniera maggiormente compiuta), c’è una precisa cultura e un’indicazione politica che non è possibile accettare.

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Politica, cultura, possibilità: ne parlo con Pippo Civati

civati

A Latina lo scorso anno è nato un festival davvero interessante. Si chiama Potere alle Storie ed è dedicato alle narrazioni, sotto qualunque forma vengano eseguite. Lo scorso anno il tema era “Spiegare il mondo attraverso il calcio, quest’anno invece le parole chiave sono Rivoluzione, Possibilità, Cambiamento.

Liberi sulla Carta è partner di questa bella e vitale realtà, per cui mi fa sempre molto piacere che gli organizzatori mi invitino a partecipare.

Lo scorso anno abbiamo parlato di come il calcio rispecchi la società nel quale si muove, spesso influenzandola, partendo dal bellissimo libro di Guy Chiappaventi “Aveva un volto bianco e tirato”, sul caso Re Cecconi.

Quest’anno il tema è ben più impegnativo: dovrò parlare di cultura, politica e possibilità: lo farò con un ospite che ha sempre dimostrato di avere idee chiare in merito: Pippo Civati. Al di là di ogni appartenenza politica, Civati è una delle rare voci che mi pare abbia sempre compreso non solo l’importanza della cultura, ma anche della missione che può svolgere nella società: ad oggi una vera e propria possibilità inespressa. E forse non è un caso che stia per partire un interessante progetto editoriale: People, una casa editrice indipendente che lo vede impegnato in prima persona.

Insomma, spunti ce ne saranno e a possibilità che ne venga fuori un confronto interessante ci sono. Per questo ringrazio Potere alle Storie per avermi invitato e Pippo Civati per aver a sua volta accettato e, per chi può, vi aspetto domenica 11 novembre, al Museo Cambellotti di Latina.

Se proprio non riusciremo a cambiare il mondo, proveremo almeno a raccontarlo, attraverso le possibilità.