Abbiamo trasformato tutto in una gara

Gli ultimi mesi, come anche la mia assenza da questo spazio dimostra, sono stati piuttosto impegnativi per me.

Ho ripreso dopo due anni l’organizzazione del Festival Liberi sulla Carta; ho pubblicato un libro e mi sono impegnato nella sua promozione; mi sono persino candidato alle elezioni nella mia città per sostenere un progetto al quale tenevo molto; ho intrapreso nuove collaborazioni professionali e visto pubblicare alcuni degli autori che ho seguito come agente.

Insomma, io che conto pochissimo, ho passato gli ultimi mesi a contare: spettatori, copie vendute, presentazioni, lettori raggiunti, percentuali strappate, fatturati, persino voti.

Una conta continua, che per fortuna spesso mi ha arriso, ma qualche volta mi ha inevitabilmente deluso.

Eppure una costante c’è sempre stata: qualsiasi cosa abbia fatto negli ultimi mesi, l’ho fatta con impegno, passione, convinzione che fosse la cosa giusta. Per me, ogni azione, ogni scelta, ogni iniziativa, ha avuto un alto valore, anche se non sempre è così che è stata percepita al di fuori di me.

A volte mi è stato detto che non ne valeva la pena. Che quella tale azione non aveva avuto il necessario riscontro e quindi forse non aveva in sé il valore che io le riconoscevo.

Di quanto per me non sia possibile misurare in certi ambiti il valore con il solo riscontro numerico ne ho già parlato quando ho affrontato il tema dell’azione culturale, eppure mai come in questi mesi ho maturato la convinzione che abbiamo iniziato a confondere ciò che è misurabile con ciò che ha valore.

Abbiamo trasformato tutto in una gara.

Non basta più fare qualcosa: bisogna dimostrare che è andata bene, e per farlo bisogna sfoggiare fotografie di platee piene, piazze gremite, file chilometriche. Una cosa fatta ha valore se è una cosa cui tutti, o molti, hanno voluto partecipare.

Un libro non è più soltanto un libro: il suo valore risiede nelle copie vendute, la posizione in classifica, le recensioni, gli eventi e, cosa ancora più mortificante, i follower dell’autore.

Un festival non è più soltanto quello che accade durante quei tre giorni: il giudizio sulla sua bontà non trova più fondamento nel suo processo di preparazione, nella ricerca del percorso che ne giustifichi la necessità o che individui gli obiettivi, ma si misura dopo, contando gli spettatori, i numeri, la rassegna stampa, le interazioni sui social, in un confronto in cui intervengono fattori che fatico a considerare componenti di valore (non ultimo il budget).

Un giornale non è più soltanto quello che racconta, l’idea di società civile che vuole alimentare: sono le copie, gli utenti unici, le visualizzazioni, il tempo medio di permanenza, chi se ne importa se maturato per scoprire chi sia la nuova fiamma dell’attrice del momento.

Un politico non è più soltanto quello che propone o realizza, la sua forza non nasce in ciò che vuole rappresentare o nella visione che vuole suscitare, ma l’unico metro è il consenso, spesso anche solo nei sondaggi, talvolta basato su aspetti che di politico non hanno nulla, fondato su clientele o buone operazioni di marketing elettorale. Non c’è nessuna differenza, quello che conta sono soprattutto i numeri. Anzi no: sono solo i numeri.

Persino le persone finiscono dentro questa logica: curriculum, follower, stipendio, produttività, performance. Misuriamo il valore della vita con i viaggi che ci siamo potuti permettere, le case in cui abitiamo, i numeri delle nostre misure fisiche e qualunque altra cosa si possa misurare quantitativamente, con numeri dimostrabili o, meglio ancora, mostrabili.

Se hai valore, devo poterlo misurare e se fai qualcosa di importante, devi poterlo fatturare.

Il paradosso è che più siamo circondati da numeri, meno sappiamo cosa quei numeri significhino davvero. Abbiamo applicato alla misurazione del valore gli stessi parametri numerici che con il denaro abbiamo applicato alle merci: vale perché costa. In fondo, a due pezzi di stoffa uguali diamo un diverso valore a seconda del marchio che vi è riprodotto, e questo ci sembra normale, perché in altri ambiti dovrebbe essere diverso?

Semplicemente perché la misurazione del valore è semplice, ci permette di catalogare, di scegliere, di incasellare tutto in parametri facili, comprensibili, intellegibili. Ci da risposte e non solleva domande.

I numeri ci dicono tutto, e ne siamo stati così convinti che alla fine invece di utilizzarli per misurare il valore, abbiamo riconosciuto in essi stessi l’unico valore necessario.

Eppure…

Una cosa può avere 100.000 visualizzazioni e non aver cambiato niente nella vita di nessuno.

Un libro può vendere 300 copie e diventare importante per 300 persone.

Una serata può avere 40 spettatori e produrre una conversazione che continua per mesi o ricordi che durano per sempre.

Un articolo può essere letto da milioni di persone ed essere dimenticato dopo tre giorni, oppure da cinquecento persone e arrivare a quella giusta, quella cui l’informazione che contiene è necessaria per capire meglio ciò che voleva conoscere.

Il problema non è misurare le cose. Il problema nasce quando iniziamo a considerare reale soltanto ciò che possiamo misurare.

Non si tratta di filosofia, non è un ragionamento astratto, perché da questo approccio discendono una serie di considerazioni che incidono fortemente sulla vita di tutti (e a ben vedere, “tutti” è il numero più grande che si possa esprimere…)

Perché la misurazione, ad esempio, è diventata anche il modo principale per decidere cosa finanziare, cosa sostenere, cosa considerare importante.

Ma se una biblioteca di provincia deve dimostrare la propria utilità attraverso il numero dei prestiti, un festival attraverso quello degli spettatori, una scuola attraverso i risultati dei suoi studenti più eccellenti, un giornale attraverso i clic, un poeta dal numero dei suoi lettori, inevitabilmente tutto ciò che non produce numeri immediati diventa più fragile.

E forse è lì che dovremmo fermare la nostra attenzione: sulla fragilità. Sulla impossibilità di competere tutti alla stessa gara. Sulla necessità di individuare valore nel cambiamento comportato da un’azione e non solo nel numero di persone che da quell’azione sono raggiunte.

I numeri servono. Servono a capire, confrontare, amministrare, correggere gli errori.

Ma non possono essere il significato delle cose.

Forse dovremmo tornare ad avere il coraggio di accertarci, sulla base di parametri diversi, se può essere considerata riuscita anche una cosa che non ha fatto rumore. Che non ha fatto “i numeri”.

Un libro passato di mano in mano.

Una discussione nata dopo uno spettacolo.

Una persona che torna a casa con una domanda che prima non aveva.

Un incontro che non produce nulla, se non la voglia di incontrarsi ancora.

Non tutto ciò che conta può essere contato.

Ogni tanto, specie quando i numeri sono dalla nostra parte, dovremmo ricordarcelo.

L’editoria è una cosa importante?

Quando si parla di editoria, si parla quasi sempre di libri.
– Di cosa si pubblica.
– Di cosa si vende.
– Di cosa “funziona”.

Molto più raramente si parla di come è diventato il sistema che decide tutto questo.
Eppure è lì che si sta giocando la partita più importante.

Negli ultimi anni l’editoria italiana (e non solo) ha visto una progressiva concentrazione di potere in pochissimi grandi gruppi. Un processo fatto di acquisizioni, integrazioni orizzontali e verticali, controllo della distribuzione, della promozione, della visibilità.
Un processo che ha cambiato radicalmente gli equilibri del settore.
Non è una questione ideologica.
È una questione strutturale.
Quando pochi soggetti controllano cosa viene pubblicato, come viene distribuito, quali libri arrivano nelle librerie e quali restano invisibili, il problema non riguarda più solo gli addetti ai lavori.
Riguarda la pluralità culturale che arriva ai lettori.

In questo scenario, editori indipendenti e librerie indipendenti continuano a svolgere un lavoro fondamentale, ma sempre più in condizioni di marginalità sistemica. Non per mancanza di qualità o competenze, ma per un assetto del mercato che tende a comprimere tutto ciò che non rientra nelle logiche dei grandi numeri e delle grandi strutture.
È un cambiamento silenzioso, ma profondo.
E se non lo si osserva con attenzione, si finisce per discutere dei sintomi — le classifiche, le mode, i casi editoriali — senza guardare la causa.

È da questa consapevolezza e dalla voglia di parlarne davvero che è nato L’editoria è una cosa importante, per Ronzani Editore.
Non per spiegare semplicemente come funziona l’editoria, ma per provare a riscoprire le origini di questo settore e mettere a fuoco alcune delle sue degenerazioni attuali, con le conseguenze che hanno su chi i libri li fa e su chi invece dovrebbe leggerli.
Nelle prossime settimane sarò ospitato da tate librerie, associazioni e biblioteche che vorranno portare questi temi fra i loro lettori e sono felice di questo, perché in fondo è la cosa che faccio da quasi vent’anni attraverso Liberi sulla Carta.

Per questo oltre a Ronzani editore che in questo progetto ha creduto sin da subito, ringrazio quanti fra quelli che mi leggono vorranno partecipare alle presentazioni del libro, e per quelli che non potranno (anche perché dubito di poter essere in gran parte delle città italiane), vi invito a cercarlo oppure a ordinarlo presso una libreria (meglio se indipendente!).

Per chi non avesse questa possibilità, il libro è ordinabile a questi link:

Feltrinelli

IBS

Libreria Universitaria

Amazon

Grazie per tutti quelli che leggeranno L’editoria è una cosa importante, se vorrete presentarlo anche nella vostra zona, chiedere una copia con dedica o semplicemente dirmi cosa ne pensate, fatelo utilizzando i contatti che trovate su questo blog!

Viva l’editoria!

Intervista a Lanternaweb e Paginabianca.docx

La rivista online Lanternaweb e l’Associazione Lapaginabianca.docx  mi hanno chiesto di fare due chiacchiere su Liberi sulla Carta dopo la sua rinascita a Roma.

L’ho fatto volentieri con il direttore Alessandro Verrelli e Aurora Cino.

Al link di seguito potete recuperare l’incontro.

Prodotto o azione culturale? Le politiche culturali oltre i numeri, dentro le comunità

Misurare il successo

Ho iniziato la mia esperienza come operatore culturale venti anni fa, gestendo uno spazio in cui venivano organizzati eventi, concerti, mostre, rappresentazioni teatrali, corsi delle più svariate discipline artistiche e non solo. Da quella esperienza sono nate collaborazioni con festival e realtà locali fino al 2009, quando la messa a sistema di tante capacità e sensibilità diverse ha dato vita a Liberi sulla Carta, festival letterario e fiera dell’editoria indipendente di cui, per quasi quindici anni, ho avuto la responsabilità e il grandissimo piacere di coordinare gli straordinari organizzatori, in tutte le fasi necessarie (progettazione, realizzazione, comunicazione e rendicontazione). Dopo le prime, pionieristiche edizioni, la partecipazione del pubblico a questo evento, come la sua visibilità sui media anche nazionali, sono cresciute fino a diventare consistenti. Nell’ambito degli eventi letterari indipendenti, si può dire che Liberi sulla Carta sia stata una manifestazione di successo.

E’ stato il quel momento che ci siamo chiesti: “Ma cos’è davvero il successo? Come si misura l’efficacia di un’azione culturale?”

Spesso il nostro lavoro è stato descritto in termini lusinghieri proprio perché riusciva a “muovere tanta gente”. Eppure, se ci fermassimo a riflettere, ci accorgeremmo di quanto la partecipazione sia un dato importante, ma non sufficiente. Qualsiasi evento gratuito che vedesse la presenza di una personalità molto popolare potrebbe attrarre numeri considerevoli, ma ciò basterebbe a definirlo un’azione culturale incisiva?

Al contrario, alcuni appuntamenti delle prime edizioni di Liberi sulla Carta — come il recital di David Riondino o il reading di Paolo Briguglia con i racconti di Camilleri — furono seguiti da poche decine di persone. Eppure non furono eventi meno significativi. Anzi. Non erano prodotti culturali meno utili, né scelte meno efficaci. Al contrario, rappresentavano in modo limpido una visione dell’azione culturale ambiziosa, che la voleva non solo capace di intercettare l’interesse collettivo, ma anche di essere uno strumento di trasformazione.

È per questo che mi ha sempre imbarazzato l’idea che l’impatto delle politiche culturali potesse essere valutato esclusivamente attraverso criteri numerici. Non si può prescindere dal come e dal perché un’azione culturale viene realizzata: è un concetto difficile da trasmettere ai propri interlocutori (soprattutto sponsor e istituzioni) eppure è in esso che risiede la quasi totalità del valore di un progetto.

L’azione culturale autentica

Intendiamoci: rivolgersi a un pubblico il più possibile ampio non è un vulnus, né un obiettivo da sottovalutare: in fondo cultura vuol dire anche inclusione, ogni autentica azione culturale è per definizione inclusiva, altrimenti è una contraffazione, è una rivendicazione identitaria, e stiamo parlando di qualcosa di molto diverso.

Ed ecco che tornano prepotenti il “come” e il “perché”, elementi alla base non solo della valutazione di efficacia di un’azione culturale, ma anche della partecipazione o meno del pubblico, che può rendersi parte attiva di questo processo. Lo spiega meglio di quanto farei io Franco De Biase: “Se la questione dell’innovazione culturale va affrontata in termini strutturali e di sistema (di ecosistema?), dobbiamo allora mirare all’obiettivo di coltivare per la cultura un pubblico non solo attivo e partecipe, ma anche disposto a diventare consapevolmente parte attiva di questo (eco)sistema. Un pubblico consapevole delle criticità relative alla forma di produzione e circolazione di cultura, cioè delle condizioni in cui si determina l’offerta culturale” (I pubblici della cultura – a cura di Franco De Biase – Franco Angeli Editore, 2014).

Pensiamo agli eventi culturali che si svolgono nelle province, lontano dai riflettori delle città più importanti: una passerella di volti noti può avere un suo valore, certamente; può divertire, può accendere i riflettori su un territorio, può persino attrarre turismo. Ma è questa (o meglio: solo questa) l’essenza di un’azione culturale? Io non l’ho mai pensata così. Non mi ha mai convinto la considerazione che la cultura fosse un’industria, un settore da cui tirare fuori potenzialità economiche, lo “sbigliettamento” o “l’applausometro” come strumento di misurazione del successo. L’azione culturale è — o dovrebbe essere — invece, un mezzo per cambiare le cose, un mezzo potentissimo.

Non si può parlare di reali politiche culturali se non si considera che l’operatore culturale o è agente di cambiamento, oppure non ha motivo di esistere. Non è un impresario, né un “festarolo”, e non dovrebbe riconoscersi in queste definizioni nemmeno chi è chiamato a realizzare politiche culturali pubbliche da posizioni di responsabilità. Esistono già altre figure in grado di proporre intrattenimento e momenti di socialità, legittimi e spesso necessari. Ne esistono altre che si propongono di mettere a reddito determinati talenti, di rispondere a determinati bisogni del pubblico, e lo fanno benissimo. Ma mezzo dell’operatore culturale è l’azione culturale, e il suo fine è mirare anche — e soprattutto — a generare consapevolezza, a incidere, a lasciare una traccia.

Un esempio efficace lo fa Ledo Prato: “Sarebbe interessante capire se le persone che hanno seguito gli eventi di un festival letterario hanno anche contribuito alla sua progettazione e realizzazione, se, dopo questa esperienza, hanno comprato più libri, sono andate più spesso al cinema, a teatro, al museo. Se insomma il festival ha inciso sui comportamenti, sui consumi culturali, sulle relazioni sociali, spingendo a partecipare di più alla vita culturale della città [contestualmente alimentandola, aggiungo io]. Ecco a cosa dobbiamo guardare per valutare il senso di un’iniziativa culturale, solo così possiamo poi collocarla dentro le dinamiche di quel contesto” (Cittadinanza è cultura, conversazione con Paolo Di Paolo, Donzelli 2024).

Stabilire nuovi obiettivi per riconoscere l’efficacia di un’azione culturale

Ecco allora che, mi si perdoni l’autoreferenzialità dovuta alla necessità di parlare di qualcosa che conosco, anche il piccolo successo di Liberi sulla Carta assume nuovi contorni che è possibile distinguere: il suo vero impatto non è più (solo) nelle migliaia di persone che, nel tempo, hanno assistito agli eventi. Ma, ad esempio, nel fatto che in tantissimi lo abbiano sostenuto economicamente con il crowdfunding o si siano fatti volano delle campagne di autofinanziamento. Il valore di quella esperienza è misurabile negli spettatori che successivamente alla fruizione dello stesso hanno contattato gli organizzatori e sono divenuti (instancabili) volontari o addirittura sono entrati nell’organizzazione vera e propria del festival, curandone in autonomia durante tutto l’anno determinati aspetti e offrendo una pluralità di punti di vista che ne accrescevano la ricchezza.

Così come vero valore è stato vedere lettori stimolare l’organizzazione di particolari incontri e, in diversi casi, realizzarli autonomamente all’interno della manifestazione. Che la spinta creativa degli artisti, la proattività organizzativa degli editori, le sinergie nate con altre realtà associative, la partecipazione di librerie, biblioteche locali e scuole siano, a un certo punto, diventati il cuore pulsante della costruzione del programma, è una certificazione di valore più credibile di quella rappresentata dalle platee piene per gli incontri più seguiti.

Anche quando qualcuno degli appuntamenti così generati non aveva il riscontro di pubblico di altri, portava con sé un valore più profondo: era l’espressione di una comunità culturale viva, partecipata, in movimento. Un festival che non si limitava a offrire cultura, ma che si innestava nei contesti dati (penso alla bellissima collaborazione col premio Città di Rieti, che vedeva entrambe le iniziative valorizzate), co-creava la cultura insieme a chi la viveva. In questa trasformazione Liberi sulla Carta smetteva di essere evento per caratterizzarsi come autentica azione culturale.

Mi rendo conto che quelle che sto lasciando sono riflessioni in libertà, figlie oltre che della mia parziale visione, anche della mia limitata esperienza. Quando si parla di politiche culturali si sollevano scenari e interrogativi cui mi è impossibile dare tutte le risposte.

Ma dopo venti anni di esperienza maturata, un’esigenza la sento insopprimibile: ritenere importante e doveroso, anzi pretendere, che chi si occupa di politiche culturali pubbliche, inizi almeno a farsi le giuste domande.

Ne abbiamo bisogno e, in fondo, ce lo meritiamo.

Ho intervistato Chat GPT su Liberi sulla Carta (e le risposte mi hanno sorpreso!)

Ho voluto fare un gioco.

Ho chiesto a Chat GPT alcune cose sulle quali penso di essere la persona più preparata al mondo: gli ho fatto un’intervista chiedendo notizie di Liberi sulla Carta. Non contento, gli ho chiesto di darmi informazioni sul suo direttore, cioè su di me.

La precisione delle risposte dell’Intelligenza Artificiale è alta, anche se qualche volta è un po’ ripetitiva, alcune informazioni sono parziali (per esempio non dice che LSC si è tenuta a Rieti nelle ultime edizioni e cita solamente la location precedente; oppure non cita Pippo Civati fra i politici che hanno partecipato al festival etc.), tuttavia nelle prime domande non ha fatto altro che riorganizzare (abbastanza arbitrariamente) le informazioni presenti in rete, dalle fonti più aggiornate (e infatti parla quasi esclusivamente degli ospiti dell’ultima edizione finché non gli chiedo di approfondire quelle precedenti).

Infine, ho sfidato l’AI: non gli ho chiesto di elencare e riorganizzare dati, ma di fare una valutazione, chiedendogli ad esempio l’orientamento politico del festival. Il risultato è stato sorprendente, e in qualche caso le risposte dell’Intelligenza Artificiale si sono dimostrate ben più centrate di quelle di qualche “Intelligenza Naturale”. Si tratta come detto solo di un gioco, io mi sono divertito, se volete valutare voi, leggete l’intervista di seguito.

INTERVISTA ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Io: conosci Liberi sulla Carta?

CGPT: Sì, Liberi sulla Carta è un festival letterario italiano dedicato ai libri e alla cultura indipendente. Nato nel 2009 a Farfa, una piccola frazione del comune di Fara in Sabina (Lazio), il festival si propone di dare spazio a editori indipendenti, autori emergenti e a nuove voci del panorama culturale italiano.

Durante il festival, che solitamente si svolge ogni anno a settembre, si tengono presentazioni di libri, dibattiti, incontri con autori, letture e laboratori. L’evento è caratterizzato da un’atmosfera accogliente e informale, dove scrittori e lettori possono interagire direttamente.

Un altro punto forte di Liberi sulla Carta è l’attenzione per i temi legati all’autoproduzione editoriale e alla cultura fuori dai circuiti mainstream. Il festival promuove una visione della letteratura come spazio di libertà e condivisione. Conosci l’evento o ci sei mai stato?

Io: Mai stato (ok, ho mentito ndr). Vorrei saperne di più sul suo direttore

CGPT: Il direttore artistico di Liberi sulla Carta è Fabrizio Moscato. Ha ricoperto questo ruolo per molti anni, guidando il festival dedicato all’editoria indipendente. Moscato è noto per il suo impegno nel promuovere la bibliodiversità e l’accesso libero agli spazi culturali. Sotto la sua direzione, Liberi sulla Carta si è affermato come un evento di riferimento per scrittori, editori e lettori, ospitando incontri, presentazioni e dibattiti con autori e artisti di rilievo​.

Io: ​E sai dirmi anche chi sono gli altri organizzatori?

CGPT: Oltre a Fabrizio Moscato, ci sono diversi altri organizzatori e collaboratori che hanno preso parte al festival Liberi sulla Carta. Tra questi, figurano Emiliana Avetti, Carola Cerritelli, Emanuele Loffa, Alessia Lupi, Francesco Martinelli, Chiara Scipioni e Chiara Pallocci (quest’ultima è stata l’ufficio stampa dell’edizione 2022 ndr). Questa squadra ha contribuito alla realizzazione delle edizioni del festival, portando avanti una programmazione variegata che includeva eventi letterari, presentazioni di libri e performance artistiche

Io: Sai dirmi qualcuno degli ospiti più importanti, e in che anno sono stati ospiti di Liberi sulla Carta?

CGPT: Liberi sulla Carta ha ospitato negli anni numerosi personaggi di rilievo della cultura, del giornalismo e dello spettacolo. Alcuni degli ospiti più importanti includono:

  • Stefano Fresi, attore e musicista, ha partecipato all’edizione 2022, accompagnato dalla Rieti Jazz Orchestra.
  • Michele Santoro, noto giornalista, è stato ospite sempre nel 2022, presentando il suo libro in un’intervista con Emiliano Grillotti.
  • Anna Foglietta, attrice, ha partecipato nello stesso anno presentando la sua interpretazione di La ferrovia sotterranea.
  • Paolo Rossi, comico e attore, ha partecipato nel 2022 con uno spettacolo di letture e improvvisazioni teatrali.
  • Paolo Nori, scrittore, ha presentato il suo libro Sanguina ancora nella stessa edizione​.

Questi sono solo alcuni esempi degli ospiti illustri che hanno animato il festival, che ogni anno riunisce figure di spicco del mondo culturale italiano.

Io: Il festival ha un orietamento politico?

CGPT: Liberi sulla Carta non ha un orientamento politico esplicito, ma è un festival che sostiene valori come la libertà di espressione, l’indipendenza editoriale e la promozione della cultura fuori dai circuiti mainstream. La sua missione principale è quella di dare visibilità a case editrici indipendenti e autori emergenti, creando uno spazio di confronto aperto su temi letterari e culturali.

L’evento promuove una vasta gamma di temi e prospettive, ospitando scrittori, giornalisti e personalità pubbliche con visioni diverse. Ad esempio, ha visto la partecipazione di figure come Michele Santoro, giornalista noto per il suo impegno sociale e politico, e Sergio Rizzo, giornalista che ha trattato temi di trasparenza e giustizia in Italia. Questi ospiti suggeriscono un’attenzione del festival verso temi di rilevanza civica e sociale, ma senza un’adesione esplicita a una linea politica unica​. Quindi, pur trattando argomenti di attualità e a volte anche di politica, l’approccio del festival rimane pluralista e aperto a differenti opinioni.

Io: ci sono mai stati politici ospitati a Liberi sulla Carta?

Liberi sulla Carta ha ospitato politici o figure legate al mondo politico, ma in un contesto culturale e non partitico. Ad esempio, Michele Santoro, noto giornalista e figura legata al dibattito politico italiano, è stato ospite nel 2022 per presentare il suo libro Non nel mio nome. Il libro tratta temi come il populismo e le contraddizioni della politica italiana, in un evento seguito da un ampio pubblico​. Inoltre, nel 2022, Sergio Rizzo, giornalista e scrittore, ha partecipato a una discussione sulla morte controversa di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena​.

Questi esempi mostrano come Liberi sulla Carta sia aperto a discussioni di attualità politica, ma senza un orientamento politico dichiarato o l’ospitare esponenti politici in veste ufficiale di partito.

Io: cerca di indagare anche in edizioni diverse da quella che si è tenuta nel 2022 per rispondere alla domanda precedente

CGPT: Liberi sulla Carta non ha un orientamento politico esplicito, ma piuttosto si concentra sull’editoria indipendente e la promozione della “bibliodiversità.” Tuttavia, nel corso delle varie edizioni, alcuni ospiti provenienti dal mondo politico hanno partecipato. Ad esempio, Marco Pannella, storico leader del Partito Radicale, è stato ospite in una delle edizioni del festival. Questo riflette l’apertura del festival a personaggi pubblici di vario tipo, inclusi esponenti politici, sebbene il focus principale resti sulla cultura e l’editoria indipendente​

Altri personaggi di rilievo presenti nelle edizioni passate includono scrittori come Erri De Luca, Michela Murgia e Luis Sepúlveda, ma anche attori come Nanni Moretti, Giorgio Tirabassi, e Marco Giallini​. Questi ospiti dimostrano l’attenzione del festival verso un ampio ventaglio di temi, senza limitarsi a un’unica dimensione culturale o politica.

Io: perché dopo il 2022 non si è più tenuta Liberi sulla Carta?

CGPT: L’edizione 2023 di Liberi sulla Carta non si è tenuta a causa di problemi economici e logistici. Gli organizzatori hanno spiegato che non è stato possibile ottenere il sostegno finanziario necessario dai comuni di Rieti e Fara Sabina. Nonostante i tentativi di trovare alternative logistiche con l’amministrazione comunale di Rieti e il supporto di alcuni enti, come la Fondazione Varrone, le condizioni complessive non sono state ritenute sufficienti per organizzare il festival​.

Il direttore artistico Fabrizio Moscato ha espresso rammarico, sottolineando che il festival non poteva proseguire solo con le proprie forze senza un adeguato supporto economico esterno. La speranza degli organizzatori è che il festival possa tornare in futuro, ma la mancanza di fondi ha portato alla sospensione dell’edizione 2023​

Io: Oltre a Liberi sulla Carta, cos’altro fa Fabrizio Moscato?

CGPT: Oltre a essere direttore artistico di Liberi sulla Carta, Fabrizio Moscato è attivo anche in altri ambiti legati alla cultura e all’editoria. Ha collaborato con Radio Kaos Italy, una web radio romana, partecipando alla creazione di contenuti e programmi culturali (non è vero, sono stato più volte ospite ma non ho mai lavorato per RKI ndr). Inoltre, gestisce un blog personale, Prima Stesura, dove scrive principalmente di editoria, politica e attualità, ma anche di letteratura e altre tematiche di interesse pubblico. Moscato si dedica a progetti volti alla promozione della cultura e della lettura, spesso coinvolgendo attivamente il pubblico con iniziative di crowdfunding per sostenere eventi culturali indipendenti. Queste attività mostrano il suo impegno costante nell’ambito culturale, soprattutto nella promozione della lettura e delle realtà editoriali indipendenti.

Io: E’ attivo anche nella politica?

CGPT: Fabrizio Moscato sembra essere attivo principalmente nel campo della cultura, come direttore artistico del festival Liberi sulla Carta, e nella scrittura. Tuttavia, non si trovano indicazioni chiare che lo colleghino direttamente a un ruolo politico attivo, anche se occasionalmente esprime opinioni su temi politici e culturali tramite i suoi articoli. La sua attività è infatti centrata soprattutto sulla riflessione e sul commento politico, più che sulla partecipazione diretta. Moscato scrive di attualità e politica, esprimendo opinioni su eventi culturali e politici, come ad esempio la gestione dei teatri e le dinamiche di potere nel settore culturale, ma questo si inserisce in un contesto giornalistico e critico, piuttosto che in un coinvolgimento istituzionale diretto​.

Io: Quale futuro ha Liberi sulla Carta?

CGPT: Per quanto riguarda il futuro del festival, ci sono speranze che possa tornare. Nonostante l’annullamento dell’edizione 2023 a causa di difficoltà economiche e logistiche, gli organizzatori, tra cui Fabrizio Moscato, hanno espresso l’auspicio che si tratti solo di una pausa temporanea (non è vero ndr). La mancanza di sostegno economico da parte delle amministrazioni locali ha giocato un ruolo chiave nella sospensione, ma la risposta del pubblico e il valore che il festival ha acquisito nel tempo lasciano aperta la possibilità di una sua ripresa, se le condizioni dovessero migliorare​​.

La passione dei suoi organizzatori e il sostegno di chi crede nella cultura indipendente sono motivi per sperare che Liberi sulla Carta possa tornare a svolgersi in futuro.

Io: Ti ringrazio per la chiacchierata. Salutami producendo un’immagine che riassuma questo nostro confronto.

CGPT:

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L’ABC dei sentimenti in LIS

Lunedì 26 settembre, appena chiusa l’edizione 2022 di Liberi sulla Carta, sono stato ospite di UnoItalia TV, televisione svizzera che si rivolge agli italiani all’estero per raccontare l’Italia, dove ho parlato con Nadia Lisanti di quello che ogni anno facciamo per la cultura nella nostra terra (o per la nostra terra grazie alla cultura). Si tratta di una trasmissione che promuove l’utilizzo della lingua dei segni, una realtà per me nuova con la quale non mi ero mai confrontato e per questo ringrazio Nadia e l’emittente di avermi dato questa possibilità. Qui puoi vedere la puntata completa.

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Qualcosa rimane

Qualcosa rimane sempre.

Qualcosa da nascondere o qualcosa da finire, da ricordare, da cui ripartire.

Qualcosa di buono nella dispensa, l’effetto di un errore sulla coscienza, qualcosa di detto con piglio d’attore, o sotto le scarpe insieme all’odore, qualcosa rimane, indietro o da fare, nascosto da tutti, dagli occhi, dal mare.

Qualcosa rimane anche di un piccolo dolore, tra anima, pelle e un disegno sul cuore, qualcosa rimane d’ogni sogno, ogni sbaglio, dello slancio perduto e del tragico abbaglio, qualcosa rimane in fondo alla tasca, qualcosa rimane attaccata all’esca, rimane qualcosa finita la festa, rimane il nocciolo finita la pèsca, rimane la voglia di un bicchiere, una risata, di arrivare alla fine, di un’impresa o una giornata.

Qualcosa rimane tra le pagine chiare e quelle che, invece di essere scure, imitano le stelle certe sere.

Rimangono brandelli di storie lette o raccontate, di vite immaginate e di altre impaginate, disperse o raccolte, come briciole di pane, per quello che lasci: qualcosa rimane!

#Qualcosarimane è il tema dell’edizione 2022 di Liberi sulla Carta.

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“Come va?”

LSC, lo abbiamo fatto di nuovo.

“Come va?” è un’espressione che si usa quotidianamente, per convenzione sociale o reale interesse, molto spesso con distrazione, perché in fondo la risposta che ci si attende è sempre la solita, e cioè che va tutto bene.

Nel tempo che abbiamo trascorso, però, e che tra altre cose ben più gravi ha avuto il demerito di rendere  impossibile il consueto appuntamento con Liberi sulla Carta nel 2020, non è affatto andato tutto bene.

Così succede che ci si riveda, dopo un po’, come vecchi amici che non pensavano di poter rimanere distanti così a lungo, che si conoscono, ma che in fondo hanno perso qualcosa l’uno dell’altro, e si ritrovano a domandare timidamente: “Come va?”

Stavolta però è diverso e della risposta di rito ne abbiamo davvero tutti bisogno: vogliamo sentirci dire che va bene, anche se non ne siamo mica sicuri, perché l’unica certezza è che è bello rivederci e ritrovare dopo pochi istanti la complicità cui eravamo abituati.

Lo rifacciamo, dopo un anno, con una formula forzatamente ridotta, che però basta per riprendere un cammino: facciamo Liberi sulla Carta, facciamo di nuovo un pezzo di strada insieme.

E vediamo come va.

Liberi sulla Carta 2021: il programma completo!

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Agenzia stampa DiRE: forum sui festival letterari

Il 3 Marzo presso la sede dell’Agenzia stampa DiRE parteciperò ad un forum sui festival letterari.

Con me ci saranno Marino Sinibaldi (fra le altre cose anche ideatore di Fahrenheit su Rai Radio 3), Filippo Rossi (Caffeina) e Maria Ida Gaeta (Letterature Festival).

L’evento sarà trasmesso in diretta fb dalla pagina dell’Agenzia: sarà un piacere confrontarsi con interlocutori tanto autorevoli e ringrazio DiRe per l’invito.

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La cultura nelle province dell’impero. Ne parliamo a Radio FinestrAperta

Il 10 febbraio sono stato invitato a partecipare alla trasmissione “Tra le righe”, in onda su Radiofinestraperta.it. Il tema della puntata era la diffusione e la promozione della cultura, con un’attenzione alle difficoltà che possono incontrarsi “nelle province dell’impero”. Ne è uscito un bel confronto, durante il quale abbiamo parlato di Liberi sulla Carta e delle sue evoluzioni negli anni, ma anche di un sacco di altri argomenti che gravitano nel mondo del libro. Con me c’erano Dario Pontuale e Maria Silvia Marini, che ringrazio per l’invito, per  la bella ospitalità e per avermi fatto scegliere la sigla iniziale.

Per chi fosse curioso, qui si può ascoltare il podcast della puntata

radiofinestraperta