Le donne non sono migliori

Pensiero di fine Giornata internazionale delle donne.

Non è vero che sono migliori.
Non sono più forti.
Non è manco vero che sono più belle, più armoniche, che il loro corpo è più “artistico”. Ne ho viste di brutte e sgraziate, alcune almeno quanto lo sono io.

Se sopportano di più il dolore, la fatica, il peso della famiglia, è perché non hanno la possibilità di smettere di farlo. Non è che gli schiavi sopportassero la frusta più dei commessi viaggiatori, no?

Se le donne hanno maggiore cura del corpo o della bellezza, non è perché hanno senso estetico innato, ma perché a qualcuno ha fatto comodo facessero così; nel rendere naturale ciò che è artificiale e immorale ciò che è naturale, in fondo noi uomini siamo pratici.

Se comandassero le donne, ci sarebbero comunque le guerre. Specie se le scegliessimo con gli stessi criteri che usiamo per gli uomini.

E non è manco vero che sono “difficili da capire”. Non più di chiunque altro ci si sforzi di capire davvero.

Le donne non sono come quelle descritte oggi nei complimenti che facevano loro gli uomini.

Anche se erano uomini sinceri, di quelli che pensano di amarle e rispettarle più degli altri.

E mentre le amano e rispettano, anche loro fanno violenza. Non le picchiano, e meno male, ma subdolamente, inconsciamente nel migliore dei casi, commettono una terribile violenza: le inventano.

Inventano le donne. Le definiscono.

E loro, le più fortunate, sono costrette ad accomodarsi in questa bella sagoma preconfezionata. Dai maschi.

Ed eccole lì, le meravigliose donne, portatrici di virtù, amate e rispettate dai maschi come fossero doni della natura.

E invece sono solo donne. Qualcuna pure stronza.

Capita: sono una diversa dall’altra.

Possono essere in gamba, ma anche incapaci. Affidabili o inette, crudeli o compassionevoli, interessanti o insopportabili. Il più delle volte tutte queste cose insieme a seconda delle circostanze.

Possono essere un sacco di cose, ma non sono l’altra metà del cielo o della mela, non sono il gentil sesso, tanto meno il sesso debole, che ormai la forza non serve più, manco ad aprire il barattolo di maionese.

Sono donne. Riconosciamole per come sono, non per come pensiamo siano, o peggio vorremmo che fossero.

Sono donne. E lo sono senza aver bisogno di maschi che spiegano loro come esserlo o che riconoscano loro la straordinarietà nell’esserlo.

Sono donne, e noi maschi non possiamo mica aiutarle ad esserlo, non ne hanno mica bisogno.

Di essere libere, e con gli stessi diritti? Sì, di quello hanno bisogno.

Di guadagnare quanto un uomo.

Di avere sui figli le stesse responsabilità. Come sulla casa, sul letto o in ogni altro contesto possano stare insieme un uomo e una donna.

E se hanno il diritto di non essere minacciate, hanno anche quello di non dover essere protette. Men che meno perché sono le “nostre” donne.

Non c’è bisogno di lodarle, osannarle, innalzarle, proteggerle. Non serve a loro: quello serve a noi, una volta l’anno.

Essere un po’ meno uomini di merda invece sì, quello aiuterebbe.

“Come va?”

LSC, lo abbiamo fatto di nuovo.

“Come va?” è un’espressione che si usa quotidianamente, per convenzione sociale o reale interesse, molto spesso con distrazione, perché in fondo la risposta che ci si attende è sempre la solita, e cioè che va tutto bene.

Nel tempo che abbiamo trascorso, però, e che tra altre cose ben più gravi ha avuto il demerito di rendere  impossibile il consueto appuntamento con Liberi sulla Carta nel 2020, non è affatto andato tutto bene.

Così succede che ci si riveda, dopo un po’, come vecchi amici che non pensavano di poter rimanere distanti così a lungo, che si conoscono, ma che in fondo hanno perso qualcosa l’uno dell’altro, e si ritrovano a domandare timidamente: “Come va?”

Stavolta però è diverso e della risposta di rito ne abbiamo davvero tutti bisogno: vogliamo sentirci dire che va bene, anche se non ne siamo mica sicuri, perché l’unica certezza è che è bello rivederci e ritrovare dopo pochi istanti la complicità cui eravamo abituati.

Lo rifacciamo, dopo un anno, con una formula forzatamente ridotta, che però basta per riprendere un cammino: facciamo Liberi sulla Carta, facciamo di nuovo un pezzo di strada insieme.

E vediamo come va.

Liberi sulla Carta 2021: il programma completo!

Green Pass e Leggi razziali. Cosa non avete capito?

La discriminazione degli ebrei in Italia, attraverso l’approvazione delle leggi razziali, è la pagina di storia più buia che il nostro Paese abbia scritto dopo l’unità.
Con le restrizioni volute dal regime fascista, gli ebrei non potevano accedere ai pubblici uffici, stare nell’esercito (dal quale vennero congedati o messi in quiescenza), subivano limiti alla possibilità di avere proprietà immobiliari, attività industriali e commerciali (ad esempio non potevano avere dipendenti che non fossero ebrei), con la conseguente confisca dei beni e delle aziende.
Erano vietati i matrimoni misti, venne impedito ai bambini di andare a scuola (in questo l’Italia fascista fu addirittura più veloce della Germania nazista, che tale provvedimento non lo aveva ancora varato), i professionisti di razza ebraica erano messi in condizione di non poter esercitare la professione e, quando potevano, subivano una tassazione speciale. Persino nel mondo dello spettacolo c’era una norma che limitava o impediva l’accesso ad artisti ebrei.
Questo in tempo di pace.
Successivamente i cittadini ebrei vennero rastrellati, caricati su carri merci stipati all’inverosimile e inviati nei campi di concentramento; quelli che sopravvivevano al viaggio (spesso non era così), venivano selezionati: da una parte la forza lavoro da sfruttare fino al deterioramento completo del corpo e dello spirito, dall’altra corpi da gasare subito nelle docce e ammassare nelle fosse comuni. Non mancavano ebrei costretti a prostituirsi con i militari in cambio di condizioni appena più decenti, così come altri usati come cavie umane per la ricerca medico scientifica, che spesso sfociava nella mera curiosità sadica.

Tutto questo non succedeva perché gli ebrei avevano fatto scelte politiche in contrasto col regime: in Italia esistevano ebrei che erano stati fascisti, militari che avevano partecipato alle guerre coloniali del regime, funzionari di Stato e persino di partito.
La discriminazione avvenne perché erano nati ebrei e quindi dal fascismo considerati diversi, inferiori, senza alcuna possibilità di scegliere se appartenere o meno alla categoria discriminata.

Le limitazioni subite non erano temporanee, non affrontavano uno stato di emergenza, non cercavano di tutelare la salute di nessuno, bensì erano riconducibili, secondo i fascio-nazisti, a quello che era l’ordine naturale delle cose.
Limitazioni che rendevano degli esseri umani qualcosa di cui sbarazzarsi, gradualmente o in maniera drastica, dopo aver sottratto loro non la possibilità di accedere a un ristorante, ma tutti i beni, la dignità, la vita.

Oggi leggo quasi ovunque paragoni tra quella tragica storia e le limitazioni alla libertà personale che il green pass comporta. Non voglio entrare nel merito e non voglio convincere nessuno. Ho fatto il vaccino perché penso che senza sarei stato più pericoloso per me e per chi mi sta intorno, esattamente come ho accettato l’obbligo di guida con lenti sentendolo una necessità, non una limitazione alla mia libertà di non portare gli occhiali al volante.
Quando ho accettato di indossare la cintura di sicurezza, l’ho fatto concedendo ad altri di decidere quale fosse il comportamento corretto per la mia salute, e non ho mai protestato contro i vaccini obbligatori che si fanno per accedere in certi paesi esotici, figuriamoci considerarli una limitazione alla mia possibilità di viaggiare ovunque.

Malgrado ciò, chi non vuole vaccinarsi credo abbia il diritto di dire le sue ragioni, anche quando sono complottiste o strampalate: quella è una libertà che non possiamo né dobbiamo negare.
Quello che non possiamo tollerare però, è che in virtù di questa libertà, ignoranti che non conoscono, non capiscono o non rispettano la Storia, tirino in ballo il dramma degli ebrei e delle leggi razziali.

Non mi interessa se non volete vaccinarvi, ma mi interessa che i vostri comportamenti non mettano a rischio la salute degli altri, facendo di voi degli irresponsabili egoisti.

E non mi interessa se, secondo la vostra singolare idea di libertà, volete protestare contro una forma di tutela che prevede limitazioni che chiunque può superare vaccinandosi, ma mi interessa che nel portare avanti questa vostra idea non utilizziate il più grande dramma che la storia occidentale ricordi, atteggiandovi a perseguitati, rendendovi soltanto degli intollerabili, mitomani, cialtroni.

Una Mercedes per Malika

(Foto Il Messaggero)

Ho già detto la mia su Malika, la ragazza cacciata di casa perché lesbica.

Di famiglia musulmana, dopo che la sua vicenda era stata resa nota da un servizio delle Iene attraverso la diffusione di orribili messaggi vocali da parte della madre, la ragazza è stata protagonista di una grande gara di solidarietà, che ha raccolto oltre 140.000 euro di donazioni da parte di persone che volevano aiutare Malika a rifarsi una vita.

Oggi la ragazza racconta di aver utilizzato parte di quei soldi per comprarsi una Mercedes, un gesto che agli occhi di molti mortifica il fine per cui tanta gente si era mossa per aiutarla.

Anche a me non è piaciuto leggere quell’affermazione e certo tutta la vicenda non mi pare edificante nella ricostruzione che ne ha fatto Selvaggia Lucarelli, ma per onestà intellettuale devo dire che non trovo giusto sindacare sul modo in cui il destinatario di una donazione intende impiegare la stessa: quei soldi le sono stati donati quale risarcimento alla sorte che le era toccata, per permetterle di avere una vita migliore: è questo lo spirito che ha animato i tanti donatori.

Il fatto che Malika abbia pensato che la cosa giusta da fare fosse comprarsi una macchina costosa invece che investire sul suo futuro, non cambia i termini della questione.

Si tratta sempre di una disgustosa storia di omofobia, cui molti hanno deciso di reagire aiutando la ragazza.

Che poi lei abbia fatto dei soldi un uso tanto effimero, denota soltanto una sua scarsa intelligenza, confermata dal fatto di sbandierare l’acquisto quando sarebbe stata consigliabile una maggiore oculatezza.

Successivamente poi Malika ha ritrattato, spiegando che l’auto l’aveva comprata usata perché ne aveva bisogno: mi sembra l’ennesimo tassello di una vicenda stucchevole, di cui non dovremmo parlare in questi termini.

Quello che sarebbe davvero grave, e ad oggi non c’è nessun elemento che possa far ritenere che sia così, sarebbe scoprire che tutta la vicenda è stata una montatura per carpire soldi a gente in buona fede. Invece il fatto (oserei dire purtroppo…) non sembra essere messo in dubbio, i vocali sono autentici e la ragazza è stata davvero allontanata dalla famiglia per il suo orientamento sessuale.

Se però si solidarizza con Malika per il trattamento ricevuto, delude constatare come lei non abbia pensato di impiegare parte di quei soldi per aiutare chi non ha avuto la sua stessa visibilità. Ma non sorprende, e non solo perché non era affatto obbligata a farlo: la mancanza di sensibilità sociale ed empatia verso il prossimo, era già emersa quando Riccardo Pirrone, Social media manager di Taffo che pure aveva incentivato la raccolta fondi, aveva mostrato come, già in passato, Malika aveva condiviso sui social idee traboccanti egoismo e vago razzismo, sposando in merito ad accoglienza e solidarietà, le peggiori posizioni dei sovranisti.

Quegli stessi sovranisti che oggi puntano dito contro di lei.

Ma sì sa: quando il saggio punta il dito verso la luna, lo stolto guarda il dito; quando invece lo fa verso un caso di omofobia, quello guarda la Mercedes.

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“Te la do io l’Europa!” è il mio #Urlotifoso per gli azzurri

Dopo cinque anni la Nazionale torna a giocare la fase finale di un torneo e io, che come tutti di secondo lavoro non retribuito faccio il CT della Nazionale, ne parlo con pacatezza e distacco su RietiLife, che ringrazio per ospitare il mio #UrloTifoso!

Ecco i link di tutte le partite:

Italia – Turchia 3-0 (Aut. Demiral, Immobile, Insigne)

Italia – Svizzera 3 – 0 (Locatelli, Locatelli, Immobile)

Italia – Galles 1 – 0 (Pessina)

Italia – Austria 2 – 1 (Chiesa, Pessina, Kalajdzic)

Italia – Belgio 2 – 1 (Barella, Insigne, Lukaku rig.)

Italia – Spagna 1-1 (4-2 d.c.r.; Chiesa)

Italia – Inghilterra 1-1 (4-3 d.c.r.; Bonucci)

Fedez e la censura, Pio & Amedeo e le risate

Tutti hanno letto della denuncia di Fedez, secondo il quale i dirigenti RAI hanno cercato di censurare preventivamente il suo intervento al concerto del 1 Maggio, impedendogli di citare frasi omofobe pronunciate da politici leghisti e dicendo apertamente i nomi degli autori.

Malgrado la smentita della RAI, il video della telefonata registrata dal rapper non lascia molti dubbi in proposito. Quello che colpisce, cogliendo il palese imbarazzo dei dirigenti RAI Tre, è che probabilmente questi burocrati non hanno nemmeno ricevuto l’ordine di decidere così: lo hanno fatto sapendo che una presa di posizione netta come quella di Fedez, sulla televisione pubblica, avrebbe suscitato reazioni politiche.
E la prima conseguenza probabilmente sarebbe stata uno stop alle loro carriere: evidentemente anche la libertà ha un costo e non tutti, come Fedez, possono permettersi di pagarlo.

Così mentre sulla rete ammiraglia Mediaset, che ha un padrone, Pio e Amedeo ci spiegano in prima serata che se dici negro e ricchione, o se fai battute antisemite, in fondo va bene lo stesso, basta ridere in faccia a chi usa queste parole, (anzi per molti osservatori il problema è tuo se non capisci lo spirito e non cogli che a volte si fa senza cattiveria, “così, per ridere!”), sulla televisione pubblica, che è di tutti ma che finisce per essere della politica, si invita l’artista a considerare “il contesto”.

Fedez ha ragione a indignarsi, come tutti noi, ma forse stavolta invece che concentrarci su quanto siano aberranti le idee che il rapper vuole denunciare (viva i diritti, sempre, per tutti), una riflessione la meriterebbe anche “il sistema”, che ormai va autonomamente a tutelare certi interessi e a proteggere certi equilibri.

Perché sarebbe ora di chiedersi se il “sistema” che vede la politica impadronirsi di ogni strumento collettivo non sia, per la democrazia, più dannoso del delirio omofobo di un consigliere leghista. Soprattutto se la soluzione che spesso si invoca è la dismissione di tali strumenti, con il risultato di metterli tutti in mano ai privati che possono permetterseli, fossero pure gli stessi che ci spiegano che che “mettere nel forno un figlio gay” può essere una metafora. Magari da contestualizzare. O da disinnescare ridendo in faccia a chi lo dice.

Meglio se in privato però. O almeno lontano dalle telecamere di RAI Tre.

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