Gli ultimi mesi, come anche la mia assenza da questo spazio dimostra, sono stati piuttosto impegnativi per me.
Ho ripreso dopo due anni l’organizzazione del Festival Liberi sulla Carta; ho pubblicato un libro e mi sono impegnato nella sua promozione; mi sono persino candidato alle elezioni nella mia città per sostenere un progetto al quale tenevo molto; ho intrapreso nuove collaborazioni professionali e visto pubblicare alcuni degli autori che ho seguito come agente.
Insomma, io che conto pochissimo, ho passato gli ultimi mesi a contare: spettatori, copie vendute, presentazioni, lettori raggiunti, percentuali strappate, fatturati, persino voti.
Una conta continua, che per fortuna spesso mi ha arriso, ma qualche volta mi ha inevitabilmente deluso.
Eppure una costante c’è sempre stata: qualsiasi cosa abbia fatto negli ultimi mesi, l’ho fatta con impegno, passione, convinzione che fosse la cosa giusta. Per me, ogni azione, ogni scelta, ogni iniziativa, ha avuto un alto valore, anche se non sempre è così che è stata percepita al di fuori di me.
A volte mi è stato detto che non ne valeva la pena. Che quella tale azione non aveva avuto il necessario riscontro e quindi forse non aveva in sé il valore che io le riconoscevo.
Di quanto per me non sia possibile misurare in certi ambiti il valore con il solo riscontro numerico ne ho già parlato quando ho affrontato il tema dell’azione culturale, eppure mai come in questi mesi ho maturato la convinzione che abbiamo iniziato a confondere ciò che è misurabile con ciò che ha valore.
Abbiamo trasformato tutto in una gara.
Non basta più fare qualcosa: bisogna dimostrare che è andata bene, e per farlo bisogna sfoggiare fotografie di platee piene, piazze gremite, file chilometriche. Una cosa fatta ha valore se è una cosa cui tutti, o molti, hanno voluto partecipare.
Un libro non è più soltanto un libro: il suo valore risiede nelle copie vendute, la posizione in classifica, le recensioni, gli eventi e, cosa ancora più mortificante, i follower dell’autore.
Un festival non è più soltanto quello che accade durante quei tre giorni: il giudizio sulla sua bontà non trova più fondamento nel suo processo di preparazione, nella ricerca del percorso che ne giustifichi la necessità o che individui gli obiettivi, ma si misura dopo, contando gli spettatori, i numeri, la rassegna stampa, le interazioni sui social, in un confronto in cui intervengono fattori che fatico a considerare componenti di valore (non ultimo il budget).
Un giornale non è più soltanto quello che racconta, l’idea di società civile che vuole alimentare: sono le copie, gli utenti unici, le visualizzazioni, il tempo medio di permanenza, chi se ne importa se maturato per scoprire chi sia la nuova fiamma dell’attrice del momento.
Un politico non è più soltanto quello che propone o realizza, la sua forza non nasce in ciò che vuole rappresentare o nella visione che vuole suscitare, ma l’unico metro è il consenso, spesso anche solo nei sondaggi, talvolta basato su aspetti che di politico non hanno nulla, fondato su clientele o buone operazioni di marketing elettorale. Non c’è nessuna differenza, quello che conta sono soprattutto i numeri. Anzi no: sono solo i numeri.
Persino le persone finiscono dentro questa logica: curriculum, follower, stipendio, produttività, performance. Misuriamo il valore della vita con i viaggi che ci siamo potuti permettere, le case in cui abitiamo, i numeri delle nostre misure fisiche e qualunque altra cosa si possa misurare quantitativamente, con numeri dimostrabili o, meglio ancora, mostrabili.
Se hai valore, devo poterlo misurare e se fai qualcosa di importante, devi poterlo fatturare.
Il paradosso è che più siamo circondati da numeri, meno sappiamo cosa quei numeri significhino davvero. Abbiamo applicato alla misurazione del valore gli stessi parametri numerici che con il denaro abbiamo applicato alle merci: vale perché costa. In fondo, a due pezzi di stoffa uguali diamo un diverso valore a seconda del marchio che vi è riprodotto, e questo ci sembra normale, perché in altri ambiti dovrebbe essere diverso?
Semplicemente perché la misurazione del valore è semplice, ci permette di catalogare, di scegliere, di incasellare tutto in parametri facili, comprensibili, intellegibili. Ci da risposte e non solleva domande.
I numeri ci dicono tutto, e ne siamo stati così convinti che alla fine invece di utilizzarli per misurare il valore, abbiamo riconosciuto in essi stessi l’unico valore necessario.
Eppure…
Una cosa può avere 100.000 visualizzazioni e non aver cambiato niente nella vita di nessuno.
Un libro può vendere 300 copie e diventare importante per 300 persone.
Una serata può avere 40 spettatori e produrre una conversazione che continua per mesi o ricordi che durano per sempre.
Un articolo può essere letto da milioni di persone ed essere dimenticato dopo tre giorni, oppure da cinquecento persone e arrivare a quella giusta, quella cui l’informazione che contiene è necessaria per capire meglio ciò che voleva conoscere.
Il problema non è misurare le cose. Il problema nasce quando iniziamo a considerare reale soltanto ciò che possiamo misurare.
Non si tratta di filosofia, non è un ragionamento astratto, perché da questo approccio discendono una serie di considerazioni che incidono fortemente sulla vita di tutti (e a ben vedere, “tutti” è il numero più grande che si possa esprimere…)
Perché la misurazione, ad esempio, è diventata anche il modo principale per decidere cosa finanziare, cosa sostenere, cosa considerare importante.
Ma se una biblioteca di provincia deve dimostrare la propria utilità attraverso il numero dei prestiti, un festival attraverso quello degli spettatori, una scuola attraverso i risultati dei suoi studenti più eccellenti, un giornale attraverso i clic, un poeta dal numero dei suoi lettori, inevitabilmente tutto ciò che non produce numeri immediati diventa più fragile.
E forse è lì che dovremmo fermare la nostra attenzione: sulla fragilità. Sulla impossibilità di competere tutti alla stessa gara. Sulla necessità di individuare valore nel cambiamento comportato da un’azione e non solo nel numero di persone che da quell’azione sono raggiunte.
I numeri servono. Servono a capire, confrontare, amministrare, correggere gli errori.
Ma non possono essere il significato delle cose.
Forse dovremmo tornare ad avere il coraggio di accertarci, sulla base di parametri diversi, se può essere considerata riuscita anche una cosa che non ha fatto rumore. Che non ha fatto “i numeri”.
Un libro passato di mano in mano.
Una discussione nata dopo uno spettacolo.
Una persona che torna a casa con una domanda che prima non aveva.
Un incontro che non produce nulla, se non la voglia di incontrarsi ancora.
Non tutto ciò che conta può essere contato.
Ogni tanto, specie quando i numeri sono dalla nostra parte, dovremmo ricordarcelo.
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Una famosa canzone di Lucio Battisti, Le tre verità, suona più meno così: “Colpa sua, Colpa sua, credimi!”
Nel testo i protagonisti raccontano “tre verità”, su una situazione scottante, ognuno dei quali scarica sugli altri la responsabilità dell’accaduto. Ecco, se dovessimo trovare una colonna sonora della destra al Governo, oggi sarebbe questa: una serie di giustificazioni per cui tutto quello che si era promesso e non è stato mantenuto, vede la maggioranza trovare un capro espiatorio cui scaricare la responsabilità: la sinistra, i giudici, i giornalisti, gli artisti, i governi precedenti, gli amministratori locali (solo quelli della parte opposta) e giù così.
Ieri, l’ennesimo capitolo.
Il Governo è stato battuto su una riforma elettorale per un solo voto. E, puntuale come un orologio, è partita la propaganda: “La sinistra ha festeggiato perché non vuole le preferenze”.
No. Le cose sono andate diversamente.
Prima di tutto, il Governo è stato battuto dai propri numeri. Se una maggioranza perde un voto decisivo, la responsabilità è di chi quella maggioranza la compone. Cercare un colpevole dall’altra parte serve solo a nascondere le proprie divisioni.
Ma c’è di più. Quella che la destra continua a chiamare “reintroduzione delle preferenze” non restituiva affatto agli elettori il potere di scegliere i parlamentari. Era, nella migliore delle ipotesi, un simulacro.
Il capolista sarebbe rimasto bloccato, deciso dal partito ed eletto automaticamente. Le tre preferenze avrebbero iniziato a contare solo dal secondo seggio conquistato dalla lista nel collegio. Tradotto: nella stragrande maggioranza dei casi avrebbe continuato a essere eletto il candidato scelto dalle segreterie, mentre gli altri avrebbero fatto campagna elettorale per portare voti… al capolista.
I numeri lo dimostrano meglio di qualsiasi slogan. Secondo le simulazioni di YouTrend, con un partito al 5% appena lo 0,8% dei deputati e l’1,7% dei senatori sarebbe stato eletto grazie alle preferenze. Con il 10% si sarebbe arrivati appena al 5,8% e al 6,6%. Persino con il 15%, meno di un deputato su cinque sarebbe stato davvero scelto dagli elettori.
Altro che ritorno delle preferenze. Erano preferenze di facciata, buone per la propaganda ma quasi inutili nella realtà.
Eppure oggi ci raccontano che chi ha criticato questa presa in giro sarebbe “contro le preferenze”. È il solito copione: spostare l’attenzione dai propri fallimenti e trasformare ogni sconfitta in un attacco all’opposizione.
È già successo con l’autonomia differenziata, smontata dalla Corte costituzionale. È successo con la riforma della giustizia, bocciata dal voto popolare. E ora accade di nuovo con una legge elettorale che la stessa maggioranza non è stata capace di far approvare.
La verità è che questa destra ha costruito il proprio consenso attaccando chi governava e promettendo la luna. Poi è arrivata al Governo e ha tradito una promessa dopo l’altra. Ma invece di assumersi la responsabilità continua a cercare un nemico a sinistra, come se non fosse lei, ormai da anni, ad avere in mano immigrazione, sicurezza, economia, lavoro, fisco, debito pubblico e tutte le principali leve del Paese.
Quando non riesci più a mantenere le promesse, la propaganda diventa l’unica politica possibile. Ma la propaganda non risolve i problemi degli italiani, al massimo ci riesce con quello del Governo.
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Quando si parla di editoria, si parla quasi sempre di libri. – Di cosa si pubblica. – Di cosa si vende. – Di cosa “funziona”.
Molto più raramente si parla di come è diventato il sistema che decide tutto questo. Eppure è lì che si sta giocando la partita più importante.
Negli ultimi anni l’editoria italiana (e non solo) ha visto una progressiva concentrazione di potere in pochissimi grandi gruppi. Un processo fatto di acquisizioni, integrazioni orizzontali e verticali, controllo della distribuzione, della promozione, della visibilità. Un processo che ha cambiato radicalmente gli equilibri del settore. Non è una questione ideologica. È una questione strutturale. Quando pochi soggetti controllano cosa viene pubblicato, come viene distribuito, quali libri arrivano nelle librerie e quali restano invisibili, il problema non riguarda più solo gli addetti ai lavori. Riguarda la pluralità culturale che arriva ai lettori.
In questo scenario, editori indipendenti e librerie indipendenti continuano a svolgere un lavoro fondamentale, ma sempre più in condizioni di marginalità sistemica. Non per mancanza di qualità o competenze, ma per un assetto del mercato che tende a comprimere tutto ciò che non rientra nelle logiche dei grandi numeri e delle grandi strutture. È un cambiamento silenzioso, ma profondo. E se non lo si osserva con attenzione, si finisce per discutere dei sintomi — le classifiche, le mode, i casi editoriali — senza guardare la causa.
È da questa consapevolezza e dalla voglia di parlarne davvero che è nato L’editoria è una cosa importante, per Ronzani Editore. Non per spiegare semplicemente come funziona l’editoria, ma per provare a riscoprire le origini di questo settore e mettere a fuoco alcune delle sue degenerazioni attuali, con le conseguenze che hanno su chi i libri li fa e su chi invece dovrebbe leggerli. Nelle prossime settimane sarò ospitato da tate librerie, associazioni e biblioteche che vorranno portare questi temi fra i loro lettori e sono felice di questo, perché in fondo è la cosa che faccio da quasi vent’anni attraverso Liberi sulla Carta.
Per questo oltre a Ronzani editore che in questo progetto ha creduto sin da subito, ringrazio quanti fra quelli che mi leggono vorranno partecipare alle presentazioni del libro, e per quelli che non potranno (anche perché dubito di poter essere in gran parte delle città italiane), vi invito a cercarlo oppure a ordinarlo presso una libreria (meglio se indipendente!).
Per chi non avesse questa possibilità, il libro è ordinabile a questi link:
Grazie per tutti quelli che leggeranno L’editoria è una cosa importante, se vorrete presentarlo anche nella vostra zona, chiedere una copia con dedica o semplicemente dirmi cosa ne pensate, fatelo utilizzando i contatti che trovate su questo blog!
Viva l’editoria!
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La rivista online Lanternaweb e l’Associazione Lapaginabianca.docx mi hanno chiesto di fare due chiacchiere su Liberi sulla Carta dopo la sua rinascita a Roma.
L’ho fatto volentieri con il direttore Alessandro Verrelli e Aurora Cino.
Non c’èra bambino o bambina, negli anni 80 che non sapesse riconoscere questa formula: con queste parole il Principe Adam si trasformava nel formidabile guerriero He-Man, e qualche anno più tardi la principessa Adora lo avrebbe imitato per diventare la potentissima She-Ra.
Stiamo parlando dei Masters, i dominatori dell’Universo, o come è più solito definirli i Masters Of The Universe, nella versione inglese, da cui l’acronimo MOTU.
Prodotti dalla Mattel, i MOTU si affacciarono sul mercato mondiale nel 1981, per poi travolgerlo nel 1982 e dilagare negli anni successivi, sino a diventare il gioco più venduto al mondo, spodestando, con un incasso di quasi 400 milioni di dollari, persino Barbie. Con oltre 70 personaggi, 25 veicoli e 6 playset prodotti tra il 1982 e il 1987, la serie ha introdotto innovazioni come le “action features” personalizzate e i mini-comic inclusi nelle confezioni, che narravano le avventure dei personaggi.
Tuttavia, la saturazione del mercato e l’introduzione di troppe varianti portarono a un declino delle vendite alla fine degli anni 80. Velocemente come erano arrivati, i Masters sparirono dai negozi, una serie di scelte sbagliate da parte dei produttori (ben illustrate nella serie di Netflix I Giocattoli della nostra infanzia, stagione 1 ep. 2) portarono al crollo delle vendite e all’improvvisa cancellazione della serie.
Nemmeno la trasposizione cinematografica del 1987 con Dolph Lungdren, popolare Ivan Drago di Rocky IV, servì a riaccendere la fantasia dei piccoli consumatori, anzi sono in molti a sostenere che la poca attinenza tra il film e la linea di giocattoli (che produsse subito i nuovi personaggi tratti dalla pellicola, ma che erano notevolmente diversi per stile e formato da quelli precedenti), abbia accelerato la crisi dei MOTU.
Per chi, come me, aveva iniziato a collezionare quei guerrieri formidabili e le bizzarre creature che si opponevano loro, la scomparsa di He-Man e del villain Skeletor coincise con la fine dell’infanzia: in fondo persi interesse verso i Masters nel momento in cui l’adolescenza incombeva, e chissà se questo processo, moltiplicato per milioni di bambini, non abbia inciso sulla prematura e inaspettata chiusura della linea.
Negli anni successivi ci furono diversi tentativi di rinnovare il brand, cambiando formato e ambientazione dei giocattoli e inserendo nuovi personaggi, oppure puntando sulla riedizione migliorata (e più costosa) delle vecchie iconiche action figure, ma il successo travolgente dei MOTU, ipermuscolosi titani di 14 centimetri, non si ripeté più.
Eppure, dopo oltre 40 anni dalla nascita di He-Man e soci, qualcosa è successo: negli ultimi anni, i Masters of the Universe stanno vivendo una rinascita che coinvolge sia i nostalgici degli anni 80 sia una nuova generazione di appassionati. Grazie a nuove linee di giocattoli che sembrano omaggiare la produzione degli anni 80, trasmissioni e serie televisive che li rilanciano, un film in arrivo e un mercato del collezionismo vintage in fermento, l’universo di He-Man e dei suoi alleati è tornato al centro dell’attenzione.
Il ritorno di He-Man: tra serie animate e cinema
He-Man e i Masters sono un caso forse unico nella storia delle action figure, nel senso che la loro realizzazione ha preceduto la narrazione delle loro storie: prima è arrivato il giocattolo e solo successivamente la sua rappresentazione in cartoni, fumetti e live action movie. Per questo la trama che tiene insieme la saga spesso presenta delle contraddizioni, con personaggi inizialmente rappresentati come cattivi che invece poi passano tra i buoni (Zodac), altri che vedono una profonda trasformazione fisica (la Maga, poi Sorceress), o vedono mutato il loro ruolo all’interno della mitologia Masters (Teela). Inizialmente l’unica fonte narrativa erano i minicomic allegati ai giochi (bellissimi quelli con i disegni di Alcala), i cui primi numeri erano ispirati alle ambietazioni barbariche e selvagge di Franzetta o di Conan il barbaro. Lo stesso He-Man veniva rappresentato come un guerriero selvaggio, la cui forza era accentuata dai magici accessori donatigli da una maga molto diversa dalla Strega-Falco Sorceress degli anni successivi (e anzi, praticamente identica alla Teela dei giochi, che veniva infatti definita Dea- Guerriera). Non c’era traccia del Principe Adam e di tutti quei personaggi entrati nell’immaginario dei bambini degli anni ’80 con la prima serie televisiva della Filmation, che ammorbidiva moltissimo le atmosfere dei minicomic. Proprio le serie Tv hanno costruito quella che oggi è riconosciuta come la Storia dei Masters, sebbene andando anche esse spesso in contraddizione, specie sulle origini di alcuni personaggi chiave come Skeletor.
Nel dettaglio, ecco le serie animate prodotte dal 1983 al rilancio dei giorni nostri:
He-Man and the Masters of the Universe (1983–1985)
Questa è la prima e più iconica serie animata dedicata ai Masters, prodotta da Filmation. Con i suoi 130 episodi, ha introdotto intere generazioni al mondo di Eternia. La serie era caratterizzata da un’estetica fortemente anni 80, animazioni semplici ma efficaci, e dalle celebri morali finali con cui si chiudeva ogni puntata. In questa serie viene definitivamente abbandonata l’idea che le spade del potere fossero due, una in mano a He-Man e una in mano a Skeletor, la cui unione avrebbe permesso il dominio dell’Universo, filone narrativo nato sui minicomic e alimentato dal fatto che le spade dei due personaggi del gioco effettivamente potevano unirsi. Da questa serie nascono personaggi come Orko, King Randor, Cringer, ma soprattutto il principe Adam e l’idea che Teela fosse la figlia di Man At Arms. He-Man, con il caschetto biondo, la spada e il grido “Per il potere di Grayskull!”, è diventato un’icona pop.
She-Ra: Princess of Power (1985–1986)
Spin-off della serie originale, raccontava la storia di Adora, sorella gemella di Adam/He-Man, che si trasformava in She-Ra. Ambientata sul pianeta Etheria, la serie puntava a un pubblico femminile e contribuiva ad ampliare l’universo narrativo dei Masters con nuovi personaggi e una diversa sensibilità. In questa serie compariva per la prima volta quale villain principale Hordak, terzo grande personaggio chiave dell’universo dei Masters e vero trade d’union tra il mondo di He-Man e quello di She-ra.
The New Adventures of He-Man (1990–1991)
In questa serie, He-Man viene trasportato nel futuro sul pianeta Primus per affrontare nuove minacce. Lo stile visivo cambiò radicalmente, abbandonando le atmosfere fantasy per un’estetica più fantascientifica, scelta che come si è visto coinvolgeva anche la nuova linea di giocattoli. La serie fu poco amata dai fan storici proprio per questo distacco dalle origini.
He-Man and the Masters of the Universe (2002–2004)
Reboot moderno prodotto da Mike Young Productions, da molti ricordato come Masters 200X, con uno stile animato più dinamico e narrativamente più maturo introduce nuovi elementi alla narrazione della serie Filmation, in gran parte ripresa. Viene approfondita la mitologia del personaggio e delle sue origini, con una maggiore attenzione allo sviluppo psicologico, in particolare di Skeletor. È considerata da molti fan come una delle migliori reinterpretazioni del franchise.
She-Ra and the Princesses of Power (2018–2020)
Una nuova versione di She-Ra, prodotta da DreamWorks per Netflix. La serie adotta uno stile più inclusivo, affronta tematiche contemporanee e presenta un design moderno e colorato. Lontana dalla tradizione visiva degli anni ’80, ha conquistato una nuova generazione di spettatori. E forse non è un caso che vecchi spettatori come chi scrive, non abbiano provato alcuna attrazione per questa serie.
Masters of the Universe: Revelation (2021)
Probabilmente la più ambiziosa operazione di questi anni per il rilancio del marchio. Creata da Kevin Smith e prodotta per Netflix, questa miniserie è un seguito diretto della serie del 1983, pensata per un pubblico adulto, con evidentissimi richiami nostalgici al mondo degli action figures degli 80’s (a un vecchio fan dei giocattoli come me basta vedere la sigla per emozionarsi). Con un tono più drammatico e oscuro, si concentra su Teela ed Evil Lynn e affronta le conseguenze della guerra tra He-Man e Skeletor, dividendo però i fan per le sue scelte narrative audaci. Personalmente l’ho apprezzata per il suo tentativo di tenere insieme tutto quello che era stato detto/scritto/mostrato nelle precedenti narrazioni dei Masters.
He-Man and the Masters of the Universe (2021–2022)
Un reboot in animazione CGI, pensato per i più giovani. I personaggi sono reinterpretati e la trama si basa su un approccio di squadra. L’estetica è molto più colorata e lo storytelling più frenetico, ma si tratta probabilmente del prodotto più lontano mai visto rispetto ai MOTU delle origini. Un’operazione quasi incomprensibile se si considera che esce praticamente in contemporanea con le altre due serie di Netflix, che invece giocano molto sul richiamo dell’immaginario anni 80.
Masters of the Universe: Revolution (2024)
Miniserie che prosegue direttamente gli eventi di Revelation. Torna il personaggio di Hordak e si alza ancora il livello epico della narrazione. La serie continua a esplorare i temi del rapporto tra magia e tecnologia, con uno stile visivo coerente e un tono adulto. Alcune intuizioni sono decisamente geniali, come quella di recuperare la maga del primo minicomic di Alcala che nei giocattoli era stata in qualche modo assorbita da Teela, o personaggi secondari di vecchie serie o mostrare alcuni playset del gioco in un’ottica diversa. Per me si tratta di un ottimo prodotto, cui fa da ciliegina sulla torta la voce di Skeletor, che nella versione originale è di Mark Hamil (Luke Skywalker di Star Wars, ma anche voce della versione animata del Joker).
E sul grande schermo?
Un’immagine promozionale di “Masters of the Universe”, film realizzato nel 1987 che fu accolto tiepidamente dal pubblico. Sono evidenti i tentativi di richiamare l’immaginario di successi come Star Wars più che le atmosfere dei giocattoli Mattel o della serie Filmation
Anche il cinema è tornato a interessarsi degli eroi di Eternia: dopo il flop del 1987 diversi progetti sono stati abortiti negli anni 20 del 2000, ma sembra proprio che ora si sia arrivati al dunque anche su questo fronte: parallelamente alle nuove produzioni Netflix, è in fase di realizzazione un nuovo film live-action, previsto per il 5 giugno 2026. Diretto da Travis Knight e prodotto da Amazon MGM Studios e Mattel Films, il film vedrà Nicholas Galitzine nei panni di He-Man e Jared Leto in quelli di Skeletor. La trama si discosterà da quella originale perché vedrà le vicende di un giovane Adam che, dopo essere cresciuto sulla Terra, scopre le sue origini regali su Eternia e affronta la minaccia di Skeletor. Anche nel film del 1987 l’ambientazione era la terra e non il mondo selvaggio di Eternia, soluzione che piacque poco agli appassionati: vedremo se stavolta le cose andranno diversamente.
Il mercato del collezionismo e l’effetto nostalgia
Non dimentichiamo però, che i Masters sono soprattutto un giocattolo: oggi, le action figure originali dei Masters of the Universe sono oggetti di culto per i collezionisti. Pezzi rari come il “Laser-Light Skeletor”, distribuito solo in Europa nel 1988, possono raggiungere quotazioni di circa 800 dollari, anche senza confezione. Ancora più alta la quotazione con cui è stata battuta all’asta una Battlecat con l’anomalia delle strisce gialle sulla coda. Altissimo il valore di mercato dei due pezzi più pregiati del mondo Masters: i giganti Tytus e Megator, prodotti quando ormai il franchise era in disgrazia e quindi molto rari nelle collezioni degli anni 80.
Mentre su Youtube decine di canali approfondiscono ogni singolo aspetto legato al Masterverse, sui social fioriscono i gruppi e le pagine dedicate ai Masters e al loro commercio (solo su Facebook, in Italia Masters of the Universe Italy conta oltre 11.000 iscritti, Masters of the Universe (vendita e collezionismo) ed Eternia File sono tra i 3.000 e i 4.000 iscritti), mentre basta fare un giro su piattaforme di rivendita dell’usato come Subito.it o Vinted per vedere quanto i Masters non dimostrino i quasi cinquant’anni che hanno (ci son cascato anche io, che ho ripreso la collezione e mi diverto con la vendita qui).
La stessa Mattel cavalca questa voglia di ritrovare le emozioni dell’infanzia con una serie di giocattoli, detta Origins, che sebbene con personaggi migliorati nel design e maggiormente snodabili, ricalca in tutto e per tutto per dimensioni, proporzioni, visi, colori e accessori, la produzione originale dei MOTU.
È dunque questo? Acquistando o seguendo i Masters, stiamo cercando di riacquistare i ricordi migliori della nostra infanzia? Il rinnovato interesse per l’eroe con l’improbabile caschetto biondo è solo un tentativo di recuperare momenti felici rispondendo con riflesso pavloniano alle leve del marketing azionate da multinazionali del giocattolo?
Non so rispondere, ma propenderei per il sì. Malgrado ciò, quando scorro la mia rinnovata collezione di coloratissimi e strambi personaggi, alcuni dei quali effettivi compagni di gioco di quarant’anni fa, non riesco a restare impassibile davanti al fascino che esercitano sulla mia parte di bambino, quella che sapeva costruire mondi, storie e trame epiche con la fantasia, ma soprattutto riusciva sempre riconoscere esattamente il bene e il male, e sapeva che per far vincere il primo sarebbe bastato urlare quelle poche parole:
“Per la forza di Grayskull!!!”
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Ho iniziato la mia esperienza come operatore culturale venti anni fa, gestendo uno spazio in cui venivano organizzati eventi, concerti, mostre, rappresentazioni teatrali, corsi delle più svariate discipline artistiche e non solo. Da quella esperienza sono nate collaborazioni con festival e realtà locali fino al 2009, quando la messa a sistema di tante capacità e sensibilità diverse ha dato vita a Liberi sulla Carta, festival letterario e fiera dell’editoria indipendente di cui, per quasi quindici anni, ho avuto la responsabilità e il grandissimo piacere di coordinare gli straordinari organizzatori, in tutte le fasi necessarie (progettazione, realizzazione, comunicazione e rendicontazione). Dopo le prime, pionieristiche edizioni, la partecipazione del pubblico a questo evento, come la sua visibilità sui media anche nazionali, sono cresciute fino a diventare consistenti. Nell’ambito degli eventi letterari indipendenti, si può dire che Liberi sulla Carta sia stata una manifestazione di successo.
E’ stato il quel momento che ci siamo chiesti: “Ma cos’è davvero il successo? Come si misura l’efficacia di un’azione culturale?”
Spesso il nostro lavoro è stato descritto in termini lusinghieri proprio perché riusciva a “muovere tanta gente”. Eppure, se ci fermassimo a riflettere, ci accorgeremmo di quanto la partecipazione sia un dato importante, ma non sufficiente. Qualsiasi evento gratuito che vedesse la presenza di una personalità molto popolare potrebbe attrarre numeri considerevoli, ma ciò basterebbe a definirlo un’azione culturale incisiva?
Al contrario, alcuni appuntamenti delle prime edizioni di Liberi sulla Carta — come il recital di David Riondino o il reading di Paolo Briguglia con i racconti di Camilleri — furono seguiti da poche decine di persone. Eppure non furono eventi meno significativi. Anzi. Non erano prodotti culturali meno utili, né scelte meno efficaci. Al contrario, rappresentavano in modo limpido una visione dell’azione culturale ambiziosa, che la voleva non solo capace di intercettare l’interesse collettivo, ma anche di essere uno strumento di trasformazione.
È per questo che mi ha sempre imbarazzato l’idea che l’impatto delle politiche culturali potesse essere valutato esclusivamente attraverso criteri numerici. Non si può prescindere dal come e dal perché un’azione culturale viene realizzata: è un concetto difficile da trasmettere ai propri interlocutori (soprattutto sponsor e istituzioni) eppure è in esso che risiede la quasi totalità del valore di un progetto.
L’azione culturale autentica
Intendiamoci: rivolgersi a un pubblico il più possibile ampio non è un vulnus, né un obiettivo da sottovalutare: in fondo cultura vuol dire anche inclusione, ogni autentica azione culturale è per definizione inclusiva, altrimenti è una contraffazione, è una rivendicazione identitaria, e stiamo parlando di qualcosa di molto diverso.
Ed ecco che tornano prepotenti il “come” e il “perché”, elementi alla base non solo della valutazione di efficacia di un’azione culturale, ma anche della partecipazione o meno del pubblico, che può rendersi parte attiva di questo processo. Lo spiega meglio di quanto farei io Franco De Biase: “Se la questione dell’innovazione culturale va affrontata in termini strutturali e di sistema (di ecosistema?), dobbiamo allora mirare all’obiettivo di coltivare per la cultura un pubblico non solo attivo e partecipe, ma anche disposto a diventare consapevolmente parte attiva di questo (eco)sistema. Un pubblico consapevole delle criticità relative alla forma di produzione e circolazione di cultura, cioè delle condizioni in cui si determina l’offerta culturale” (I pubblici della cultura – a cura di Franco De Biase – Franco Angeli Editore, 2014).
Pensiamo agli eventi culturali che si svolgono nelle province, lontano dai riflettori delle città più importanti: una passerella di volti noti può avere un suo valore, certamente; può divertire, può accendere i riflettori su un territorio, può persino attrarre turismo. Ma è questa (o meglio: solo questa) l’essenza di un’azione culturale? Io non l’ho mai pensata così. Non mi ha mai convinto la considerazione che la cultura fosse un’industria, un settore da cui tirare fuori potenzialità economiche, lo “sbigliettamento” o “l’applausometro” come strumento di misurazione del successo. L’azione culturale è — o dovrebbe essere — invece, un mezzo per cambiare le cose, un mezzo potentissimo.
Non si può parlare di reali politiche culturali se non si considera che l’operatore culturale o è agente di cambiamento, oppure non ha motivo di esistere. Non è un impresario, né un “festarolo”, e non dovrebbe riconoscersi in queste definizioni nemmeno chi è chiamato a realizzare politiche culturali pubbliche da posizioni di responsabilità. Esistono già altre figure in grado di proporre intrattenimento e momenti di socialità, legittimi e spesso necessari. Ne esistono altre che si propongono di mettere a reddito determinati talenti, di rispondere a determinati bisogni del pubblico, e lo fanno benissimo. Ma mezzo dell’operatore culturale è l’azione culturale, e il suo fine è mirare anche — e soprattutto — a generare consapevolezza, a incidere, a lasciare una traccia.
Un esempio efficace lo fa Ledo Prato: “Sarebbe interessante capire se le persone che hanno seguito gli eventi di un festival letterario hanno anche contribuito alla sua progettazione e realizzazione, se, dopo questa esperienza, hanno comprato più libri, sono andate più spesso al cinema, a teatro, al museo. Se insomma il festival ha inciso sui comportamenti, sui consumi culturali, sulle relazioni sociali, spingendo a partecipare di più alla vita culturale della città[contestualmente alimentandola, aggiungo io]. Ecco a cosa dobbiamo guardare per valutare il senso di un’iniziativa culturale, solo così possiamo poi collocarla dentro le dinamiche di quel contesto” (Cittadinanza è cultura, conversazione con Paolo Di Paolo, Donzelli 2024).
Stabilire nuovi obiettivi per riconoscere l’efficacia di un’azione culturale
Ecco allora che, mi si perdoni l’autoreferenzialità dovuta alla necessità di parlare di qualcosa che conosco, anche il piccolo successo di Liberi sulla Carta assume nuovi contorni che è possibile distinguere: il suo vero impatto non è più (solo) nelle migliaia di persone che, nel tempo, hanno assistito agli eventi. Ma, ad esempio, nel fatto che in tantissimi lo abbiano sostenuto economicamente con il crowdfunding o si siano fatti volano delle campagne di autofinanziamento. Il valore di quella esperienza è misurabile negli spettatori che successivamente alla fruizione dello stesso hanno contattato gli organizzatori e sono divenuti (instancabili) volontari o addirittura sono entrati nell’organizzazione vera e propria del festival, curandone in autonomia durante tutto l’anno determinati aspetti e offrendo una pluralità di punti di vista che ne accrescevano la ricchezza.
Così come vero valore è stato vedere lettori stimolare l’organizzazione di particolari incontri e, in diversi casi, realizzarli autonomamente all’interno della manifestazione. Che la spinta creativa degli artisti, la proattività organizzativa degli editori, le sinergie nate con altre realtà associative, la partecipazione di librerie, biblioteche locali e scuole siano, a un certo punto, diventati il cuore pulsante della costruzione del programma, è una certificazione di valore più credibile di quella rappresentata dalle platee piene per gli incontri più seguiti.
Anche quando qualcuno degli appuntamenti così generati non aveva il riscontro di pubblico di altri, portava con sé un valore più profondo: era l’espressione di una comunità culturale viva, partecipata, in movimento. Un festival che non si limitava a offrire cultura, ma che si innestava nei contesti dati (penso alla bellissima collaborazione col premio Città di Rieti, che vedeva entrambe le iniziative valorizzate), co-creava la cultura insieme a chi la viveva. In questa trasformazione Liberi sulla Carta smetteva di essere evento per caratterizzarsi come autentica azione culturale.
Mi rendo conto che quelle che sto lasciando sono riflessioni in libertà, figlie oltre che della mia parziale visione, anche della mia limitata esperienza. Quando si parla di politiche culturali si sollevano scenari e interrogativi cui mi è impossibile dare tutte le risposte.
Ma dopo venti anni di esperienza maturata, un’esigenza la sento insopprimibile: ritenere importante e doveroso, anzi pretendere, che chi si occupa di politiche culturali pubbliche, inizi almeno a farsi le giuste domande.
Ne abbiamo bisogno e, in fondo, ce lo meritiamo.
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Adesso che conosciamo la “dozzina”, può ricominciare il rituale: ogni anno, tra fine primavera e inizio estate, la letteratura italiana si accende di riflettori, sussurri, polemiche e scommesse. Succede sempre quando arriva il momento del Premio Strega, il più noto e ambìto riconoscimento letterario italiano. Io lo seguo da sempre, con un misto di passione, curiosità e – lo ammetto – una punta di ironico affetto per tutto quel mondo che gli muove intorno.
Qualcuno, parlando del premio, lo ha definito una sorta di Festival di Sanremo della letteratura italiana. O forse sarebbe più corretto dire dell’editoria italiana. Si tratta di una definizione ingenerosa, ma in fondo lo Strega è anche questo: non solo una celebrazione dell’eccellenza narrativa, ma anche un grande palcoscenico dove si intrecciano gusti, poteri editoriali, strategie, simpatie e risentimenti. È l’Italia che legge e che si racconta, nel bene e nel male.
Premio Strega: un po’ di storia
Il Premio nasce nel 1947, da un’idea di Maria Bellonci, con il sostegno del marito Goffredo e il contributo della famiglia Alberti, produttrice del celebre liquore Strega, che dà il nome al premio. Il primo vincitore fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere. Da allora, lo Strega ha premiato alcuni dei più grandi scrittori italiani: Cesare Pavese, Corrado Alvaro, Elsa Morante, Alberto Moravia, Mario Soldati, Giorgio Bassani, Dino Buzzati, Carlo Cassola, Natalìa Ginzburg, Anna Maria Ortese, Primo Levi, Umberto Eco, Antonio Tabucchi, Claudio Magris, Giuseppe Berto, fino ai più recenti protagonisti delle librerie, da Niccolò Ammaniti aPaolo Giordano, da Sandro Veronesi (due volte) ad Antonio Scurati (me ne dimentico almeno una dozzina meritevoli di menzione).
A guidare il premio nel corso degli anni, figure centrali della cultura italiana. Oltre alla fondatrice Maria Bellonci, non si possono non citare Anna Maria Rimoaldi, che dopo la morte della Bellonci ne raccolse l’eredità con rigore e passione, o Tullio De Mauro, illustre linguista e intellettuale, che per anni fu presidente della Fondazione Bellonci. Da diversi anni, il testimone è passato al direttore Stefano Petrocchi, che ha saputo rinnovare il Premio, mantenendone però lo spirito originario.
Lo Strega si trasforma: le innovazioni dell’era Petrocchi
Stefano Petrocchi e Nicola Lagioia, vincitore del premio Strega 2015, a Liberi sulla Carta
Immagino che se leggesse “era Petrocchi” probabilmente il direttore si metterebbe a ridere, ma al di là della definizione è indubbio che, sotto la direzione di Stefano Petrocchi, lo Strega abbia conosciuto una vera stagione di riforme. Nel 2014 è nato lo Strega Giovani, che premia il libro della dozzina più votato da centinaia di studenti delle scuole superiori italiane e delle scuole italiane all’estero. Sempre del 2014 è l’istituzione dello Strega Europeo, che premia autori stranieri vincitori di un rilevante premio nel Paese d’origine. Nel 2023 è arrivato lo Strega Poesia, e nel 2025, ultima novità in ordine di tempo, anche lo Strega Saggistica, a conferma di una volontà precisa: allargare il campo, moltiplicare gli sguardi.
Sempre in questi ultimi anni sono state introdotte regole a tutela dell’editoria indipendente: una norma garantisce che almeno un libro pubblicato da una casa editrice non appartenente ai grandi gruppi abbia un posto nella cinquina finale o, in caso contrario, venga ripescato: un passo importante per equilibrare un premio spesso percepito come dominato dai colossi editoriali.
Un’altra delle ultime novità è stata la possibilità per ogni singolo Amico della domenica di segnalare un libro (prima ne servivano almeno due): questa modifica del regolamento ha reso più facile partecipare alla prima fase della selezione, per cui ora sono molti di più i libri che non entrano nella dozzina, ma allo stesso tempo godono comunque di una accresciuta visibilità in virtù della partecipazione.
Il premio Strega e le polemiche (immancabili)
Perché sì, diciamolo: il Premio Strega è anche questo. Polemiche, discussioni, rivalità editoriali. Le cronache sono ricche di edizioni travagliate. Indimenticabile quella del 1952, con Gadda che non riconosceva la vittoria del rivale Moravia. O ancora nel 1953, quando il libro più votato, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fu aspramente osteggiato da molti scrittori legati al PCI, in particolare Pasolini e Moravia.
Pasolini stesso non ha avuto particolare confidenza con il premio Strega, cui ha partecipato con Ragazzi di vita e con una Una vita violenta senza riuscire ad aggiudicarsi il premio, dal quale si è anche ritirato nel 1968, in aperta polemica con un riconoscimento “completamente e irreparabilmente nelle mani dell’arbitrio neocapitalistico” (In nome della Cultura mi ritiro dallo Strega, di Pier Paolo Pasolini, su “Il Giorno” del 24 giugno 1968). In anni più recenti hanno fatto discutere le due sconfitte al fotofinsish di Antonio Scurati, nel 2009 contro Tiziano Scarpa con Stabat Mater e nel 2014 contro Antonio Piccolo con Il desiderio di essere come tutti.
Ma nonostante tutto, o forse proprio per tutto questo, lo Strega continua a contare. È il premio che più di ogni altro riesce a incidere sul destino di un libro. Come scrive The Book Advisor, vincerlo significa entrare in “un’altra dimensione”: vendere migliaia di copie in più, avere una visibilità mediatica impensabile per qualunque altro riconoscimento italiano. È una consacrazione, ma anche un punto di svolta.
La premiazione a Villa Giulia, e non solo
Il cuore del Premio è la serata finale a Villa Giulia, Roma, tra alberi e statue neoclassiche, con il palco tra le colonne e i voti letti in diretta. Lì si respirano tensione e mondanità, letteratura e strategia: ogni volta è un rito.
Non tutte le edizioni, però, si sono svolte a Villa Giulia. Nel 2016 l’organizzazione scelse l’Auditorium Parco della Musica quale sede della premiazione, ma in molti sostennero che l’anima del premio restasse lì, tra i giardini e i marmi di Villa Giulia, dove è puntualmente tornato.
Qualche volta mi è capitato con piacere di partecipare alle serate conclusive del premio: quello che successe nel 2010, quando vinse Antonio Pennacchi con Canale Mussolini, è ancora uno degli aneddoti che mi piace più ricordare: a scrutinio aperto, quando ormai i voti erano praticamente tutti contati, avendo seguito le operazioni mi resi conto, come altri, che Pennacchi avrebbe vinto. Lo dissi ad alcuni amici di Latina, che di quel libro avevano seguito la genesi e che facevano il tifo dalla TV. Poi mi avvicinai al tavolo dello scrittore (che successivamente incontrai tante volte, ma che allora non conoscevo affatto) e dissi ad alta voce: “Antonio, hai vinto tu!” Lui mi guardò di traverso fece un gesto per allontanare la malasorte, e poi tornò a fissare la lavagna con i numeri. Poco dopo arrivò l’annuncio ufficiale: per fortuna non mi ero sbagliato, altrimenti non so come l’avrebbe presa Pennacchi!
Un premio che somiglia all’Italia
Lo Strega mescola l’alto e il basso, la letteratura pura e le dinamiche editoriali più spietate, la poesia e la diplomazia, il talento e il calcolo. E se non è proprio così, è comunque così che ci piace raccontarlo, perché in fondo è anche il racconto dello Strega che rende così unico lo Strega.
È, a vederla bene, un premio che somiglia incredibilmente al nostro Paese: imperfetto, ma vitale; criticato, ma imprescindibile.
Io continuerò a seguirlo, come faccio da anni. A volte con entusiasmo, altre con scetticismo, ma sempre con curiosità e rispetto. Perché dietro ogni edizione dello Strega si nasconde un racconto più grande, quello della letteratura italiana contemporanea e della sua rappresentazione, non sempre fedele ma spesso vitale, col suo eterno bisogno di farsi ascoltare.
O almeno premiare.
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2024: Oh regazzì, aho, vieni qua ‘n attimo, te devo dì ‘na cosa. Mo’ che sei ‘r protagonista che fai, me scappi via? Guardate, tutto impettorito, ‘sti fuochi, ‘sti cori: ma chi te credi da èsse, er Messia?
2025: Ah, ma chi sei? Er vecchio 2024? Beh, me dispiace, ma è normale: la gente ormai guarda avanti, ar mijoramento generale. Io porto speranza, novità, soluzioni! Te n’ ce sei riuscito, e questi se so’ accorti, che mica so’ fregnoni!
2024: Oh bello, piano co’ ‘sta sicumera! Ma che te credi, che ce lo so da stasera? Pure a me me guardaveno così, quando era er turno mio. “Er 2024 risolverà tutto!”, diceveno, “te lo dico io”. E mo’? Mo’ so’ er bersaglio de tutti ‘sti rancori. Sai com’è, le cose vanno male, e se scordano botti, luci e cori. Nun so’ mai loro, c’è sempre qualcun artro da incolpa’. E siccome io so uno e loro tanti, m’è toccato de abbozza’.
2025: Ahò, ma che vorresti di’? Che pure con me non so’ sinceri? Nun ce penso proprio! Io porterò cambiamenti veri: meno problemi, più felicità, tutto a posto! So’ l’anno novo, mica un anno qualsiasi: so’ l’anno giusto!
2024: A regazzì’, tu non me darai retta ma io te lo dico pe’ tenerezza: ma tu pensi davero che tirando la caretta, te faranno ‘na carezza? Che le cose cambino solo perché sei “er nuovo”? La gente mica è nova! E lo sanno pure loro. Ar massimo, de novo, c’hanno l’agenda. Ce metteno su obbiettivi, sogni, progetti, e a marzo, quanno guardano quei fogli, se mettono ‘na benda. Ad aprile, già nun se ricordano quello che volevano. E sai chi paga? Un colpevole lo trovano. Molleranno dicendo che tu non eri quello bono, per non guardasse loro, per quelli che poi sono. Diranno che er 2026 sarà migliore, modello nuovo, cromato, risolutore.
2025: Ma io c’ho ancora tutto da dimostrà! Lasciame pensa’ che le cose possano cambia’ davero. E se pure finisce male, ahó! Io almeno ce provo. Dumilaventiqua’, Va’, vatte a riposa’. Che te sei stanco e io c’ho da comincia’!
2024: Bravo, provace, nun te dico de no. D’altronde l’ho fatto pure io (e pure er ’23 in fondo ce provo’). Ma ricordate ‘na cosa: nun te gonfià troppo er petto, Non pensa’ che devi fa’ tutto te, solo soletto. Te ‘na cosa devi fa’: passa. È tutto quello che te spetta, er resto a loro lassa. Te passa, che è il dovere tuo, e non te preoccupa’ degli impicci de ‘sti ingrati! Fidate, giovane amico mio, meno promesse fai, meno li troverai incazzati.
2025: Vabbè te me l’hai detto e io ho sentito, adesso però va’, lassame solo. Che vuoi, che quando te toccava scintillavi, e adesso che hai finito io te consolo?
2024: Ma sì hai ragione, godite li botti, le luci, l’illusione che i giochi non so’ fatti. E daje quello che cercano, che in fondo se lo meritano: Falli sta’ un po’ insieme, faje senti’ che se vonno un po’ de bene, mettije le lenticchie nella panza, e in còre, te che puoi, armeno ‘na speranza.
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Peggiora la qualità della lettura in Italia, un Paese che continua a essere spaccato tra Nord e Sud. Secondo la rilevazione dell’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori (AIE) su dati Pepe Research, il 30% dei lettori legge in maniera frammentaria, dedicandosi a questa attività solo qualche volta al mese se non qualche volta all’anno. Il tempo medio settimanale dedicato alla lettura si riduce a 2 ore e 47 minuti contro le 3 ore e 16 minuti del 2023 e le 3 ore e 32 minuti del 2022.
Le persone tra i 15 e i 74 anni che dichiarano di aver letto, anche solo in parte, un libro nell’ultimo anno (a stampa, e-book, o ascoltato un audiolibro) sono il 73%, contro il 74% del 2023.
Cala anche la lettura di soli libri a stampa, che riguarda il 66% della popolazione, contro il 68% del 2023. Il 66% è una media tra il 72% della lettura delle donne e il 60% degli uomini. Se guardiamo invece alle fasce d’età, leggono libri a stampa in percentuale sopra la media i 18-24enni (74%), i 15-17enni (73%), i 35-44enni (71%), i 25-34enni (70%).
“I dati sulla flessione dei tempi di lettura e del numero di lettori, che vanno di pari passo alla flessione del mercato, confermano la necessità di tornare a sostenere la domanda di libri nel nostro Paese soprattutto tra i più giovani, creando una consuetudine con i libri che prosegua nel corso di tutta la vita – ha spiegato il presidente di AIE Innocenzo Cipolletta –. Non c’è crescita e sviluppo culturale ed economico per l’Italia se non facciamo crescere i lettori, soprattutto al Sud e nelle aree meno prospere del Paese”.
I dati sono stati presentati a Più libri più liberi, Fiera nazionale della piccola e media editoria, durante l’incontro La lettura debole. Pochi lettori o letture troppo brevi?, dove sono intervenuti il presidente di AIE Innocenzo Cipolletta, Renata Gorgani (presidente del Gruppo di Varia di AIE), Monica Manzotti (NielsenIQ-GfK Italia), Giovanni Peresson (ufficio studi AIE) e Florindo Rubbettino (delegato AIE per il sud).
Al centro del dibattito le disparità territoriali, così come le difficoltà a definire in maniera univoca la pratica della lettura e a quantificarla nella popolazione, per effetto delle diverse domande che vengono poste agli intervistati nelle differenti rilevazioni, condotte con tecniche di somministrazioni e di campionamenti altrettanto diversi. Mentre l’Osservatorio AIE stima i lettori il 73% della popolazione, Istat li valuta il 39% (popolazione di più di sei anni, vedi nota in fondo), 35% Eurostat (popolazione di più di 16 anni). Doxa per Osservatorio Politecnico stima invece la lettura italiana al 79% (popolazione tra i 18 e i 75 anni), 80% SWG (popolazione tra i 18 e i 75 anni).
Le disparità tra Nord e Sud sono confermate dai dati di NielsenIQ-GfK sul mercato del libro trade in Italia suddiviso per aree geografiche, dati presentati per la prima volta al pubblico. I 79,2 milioni di libri a stampa venduti in Italia nel mercato trade tra gennaio e ottobre del 2024 sono così distribuiti: 35,8% nel Nord-Ovest, 22,2% nel Nord-Est, 22,7% al Centro, il 19,3% al Sud e Isole.
Se guardiamo, infine, al numero di librerie per abitante, il Nord-Ovest è sopra alla media nazionale (0,28 librerie per 10mila abitanti) dell’11%, il Nord-Est del 17%, il Centro del 7%. Le Isole sono sotto la media del 6%, il Sud del 30%.
“Il ritardo del Meridione è drammatico e non si risolve con interventi estemporanei o slegati da una visione d’insieme – spiega Florindo Rubbettino, delegato AIE per il sud –. Gli indici di lettura dipendono dalla scolarizzazione, dalla presenza di infrastrutture sul territorio quali librerie e biblioteche, dal sostegno all’imprenditorialità locale, da iniziative sul territorio quali festival, premi, rassegne culturali. Una legge di sistema del libro non può non prevedere un piano per il Meridione che miri a costruire un ambiente favorevole alla cultura del libro agendo su tutti questi fattori, attraverso iniziative pubbliche e incoraggiando l’iniziativa privata”.
I DATI SULLA LETTURA: ISTAT E AIE A CONFRONTO
Il tasso di lettura degli italiani rilevato da AIE differisce profondamente da quello rilevato da ISTAT a causa del tipo di domanda diversa che è stato posta ai due campioni intervistati, a loro volta espressione di fasce di popolazione differenti. L’indagine ISTAT sulla popolazione di sei anni e più chiede al campione “Negli ultimi 12 mesi ha letto libri (cartacei, ebook, libri online o audiolibri)? Consideri solo i libri letti per motivi non strettamente scolastici o professionali”.
La domanda dell’indagine AIE rivolta alla popolazione tra i 15 e i 74 anni – dopo aver premesso all’intervistato che l’indagine esclude tutte le forme di lettura obbligatorie: scolastiche, di studio e professionale – invece, è “Pensando agli ultimi 12 mesi le è capitato di leggere, anche solo in parte, un libro di qualsiasi genere, non solo di narrativa (come un romanzo, un giallo, un fumetto, un fantasy…) ma anche un saggio, un manuale, una guida di viaggio o di cucina, ecc. su carta o in formato digitale come un e-book, o di ascoltare un audiolibro?”.
Roma, 5 dicembre 2024
Comunicato stampa di AIE sul rapporto presentato a Più Libri Più Liberi 2024
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