Masterpiece: l’hashtag funziona, il format ancora no

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La parte migliore della seconda puntata di Masterpiece? Il promo con Fabio Fazio durante Che tempo che fa. In quei tre minuti scopriamo che parole come molto, straordinario e indescrivibile, sono da evitare come la peste se si vuole scrivere qualcosa di meglio di un diario segreto (che ci si augura resti tale).

Perché nonostante su twitter l’hashtag #Masterpiece continui ad andare alla grande, il format arranca negli ascolti e fa registrare un netto calo, dovuto probabilmente anche al ritorno del campionato di Serie A.

Dal momento che io tifo Lazio, ragion per cui ho voglia di sentir parlare di calcio in questo periodo quanto di darmi una martellata sul ginocchio destro, eccomi pronto a commentare la seconda puntata del primo talent show per scrittori del mondo, che figurati se me la perdo, una cosa così.

Diciamo la verità, non è che mi aspettassi chissà quale rivoluzione, però in qualche significativo cambiamento ci speravo, se non altro per non vanificare quei 689.000 spettatori che erano restati attaccati al video sin dopo la mezzanotte per sentirsi raccontare squarci di vita degli strampalati concorrenti della prima puntata.

Perché 689.000 persone magari non sono tantissime per un programma in onda sulla RAI, ma per chi ha a che fare con la letteratura e con l’editoria in genere, questo è un numero degno di grandissimo rispetto, ché magari avercene 689.000 lettori.

Invece Masterpiece ha confermato di essere quello che è: un format che almeno in questa fase fatica a trovare il proprio passo, lontanissimo dal punto d’equilibrio che vorrebbe le esigenze televisive sposarsi con l’ambizione letteraria (almeno dichiarata) degli autori.

Ma prima indoriamo la pillola: lo sforzo, seppur minimo, di andare incontro alle richieste dei temutissimi letterati dei social network, indubbiamente c’è stato.

In questa seconda puntata meno spazio alle biografie dei non-scrittori (anche se la Selasi cerca quasi ogni volta di ritrovare analogie fra la vita dell’autore e quella dei suoi personaggi), qualche commento in più sullo stile e sulle letture di riferimento dei concorrenti, la possibilità per il pubblico di leggere in sovrimpressione i brani letti durante il confronto con i giudici e la pubblicazione on line degli scritti.

Insomma, per essere solo una seconda puntata, non si può dire che non ci abbiano provato, ma non si è trattato certo di un editing del programma, semmai di una prima riletta, pure frettolosa.

Si tratta di correzioni minime, che non servono a cambiare la rotta: così De Carlo continua ad interpretare il giudice cattivo e arriva addirittura a lanciare un libro verso una concorrente; l’orribile e inutile prova di scrittura in trenta minuti rimane e con essa pure la patetica salita in ascensore con il letterato di turno; Massimo Coppola non ha più spazio di un Facchinetti qualsiasi in X Factor (ma allora perché non chiamare un Facchinetti qualsiasi?); le indicazioni per il raggiungimento di un buon livello di scrittura (e lettura) arrivano col contagocce e in generale si ha la sensazione che la scrittura resti sullo sfondo, venga quasi data per scontata.

Peccato che non sia così. Infatti quando Nikola, il vincitore della puntata, legge il suo minicomponimento, io che mi ero quasi esaltato per un’anziana professoressa che almeno aveva utilizzato la sintassi correttamente, ho un brivido. C’è un lampo di scrittura vera, viva, in quei due minuti scarsi.

È lì che vorresti che i giudici ti spiegassero perché, ti dessero indicazioni per capire cos’è quel barlume di buona narrativa che, seppur minimo e lontano, non è possibile non cogliere all’interno della fiera della banalità rappresentata dagli altri pezzi letti.

Invece niente.

Ok, è un buon pezzo, passi il turno e via, vatti a giocare il tutto per tutto col gioco dell’ascensore.

Per fortuna l’ospite della puntata è Walter Siti: per lui poche parole, nessuna delle quali sprecata, giusto per non farti rimpiangere di esserti perso la Domenica sportiva.

Soprattutto, nessuno ha avuto la brillante idea di presentare l’ultimo premio Strega come il vecchio saggio della letteratura italiana: dopo la caricatura di Miranda Priestley cui era stata relegata Elisabetta Sgarbi sette giorni fa, questo è già un passo avanti.

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