I due libri di mio padre

Papà sapeva quanto mi piacesse leggere. Eppure, in tutta la sua vita, mi ha parlato solo di due libri.
Lo ha fatto spessissimo, ogni volta come se stesse condividendo una magnifica esperienza, lui che a quanto ricordo non era un gran lettore.
Succedeva che ad intervalli regolari li prendesse dalla libreria, li sfogliasse, dicesse che avrebbe voluto rileggerli, e poi li riponesse.
Uno dei due libri era Papillon, di Henri Charrière (e la seconda parte della sua storia, Banco), che raccontava di un uomo che non si arrende al carcere duro cui è stato condannato (non ricordo se ingiustamente) e, dopo decenni di soprusi e tentativi falliti, alla fine riesce ad evadere.
L’altro era ‘A livella, di Totò, del quale ricordo solo la poesia più famosa, che vede due defunti molto lontani per blasone ritrovarsi a condividere lo stesso spazio al cimitero, con il più ricco dei due che vorrebbe far valere ancora il ruolo sociale ricoperto in vita.
In quaranta anni, mi ha parlato solo di due libri.
Uno che dice di non mollare mai finché c’è vita, e che per chi non ha nulla la libertà è tutto; l’altro che ricorda che nella vita anche chi ha avuto tutto, capirà che nulla di quanto ha accumulato alla fine gli servirà davvero.
Devo molto a papà, devo molto ai libri.

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Come si abbraccia il cielo?

Sarà che oggi c’è un bel sole, e la tristezza è mitigata dal ricordo di cose belle.

Sarà che per anni questo è stato il giorno della festa, e anche oggi stiamo per andare ad un compleanno, quello di un bimbo, come l’ultima volta che ti abbiamo visto e abbracciato.

Non fu un abbraccio lungo, di quelli forti, che cerchi di imprimere sulla pelle e nei ricordi. Era un abbraccio semplice, veloce, ché non è stato mai facile abbracciarti tutto, ci volevano braccia lunghe e resistenza alla tua stretta.

Oggi c’è un bel sole e andremo a un compleanno che non sarà il tuo.

Nel frattempo ricordo quel corpo, così difficile da catturare fra le braccia, e mi fa sorridere il pensiero che non lo so come si fa, ad abbracciare il cielo.

 

Notte prima degli esami

ATTENZIONE: NON FAR LEGGERE QUESTO ARTICOLO A QUALCUNO CHE DEVE ANCORA SOSTENERE L’ESAME DI MATURITA‘.
(Oppure sì, che in fondo io sono sopravvissuto)

Da troppi anni ormai, in questo periodo dell’anno, non posso fare a meno di ricordare il mio esame di maturità. La mia è stata l’ultima generazione della Commissione esterna con il membro interno (che detta così fa pure un po’ senso), l’ultima ad essere stata giudicata in sessantesimi, prima che una curiosa coincidenza numerica trasformasse il voto più ambito nel minimo sindacale per sfangarla.

Ho frequentato il liceo classico e non sono mai stato uno studente particolarmente dotato, se non nelle materie che amavo davvero: italiano, storia, filosofia. Per il resto mi limitavo a fare il tanto che bastava per non avere problemi, talvolta senza nemmeno riuscirci, soprattutto in matematica.

Lo scritto di Greco, una lunghissima versione di Plutarco dal titolo “Per una sana educazione occorre evitare gli eccessi”, andò piuttosto male, un’insufficienza secca solo parzialmente lenita da risultati al di sotto della media di tutti gli altri esaminandi. La mia strategia, che pur mi aveva fatto raccogliere negli anni discreti risultati, si rivelò inefficace nella sua perfetta semplicità: dovetti ridimensionare una volta per tutte l’antico metodo del “copiare il più possibile”. Probabilmente ciò avvenne anche perché mi presentai all’esame con quasi venti minuti di ritardo e fui fatto accomodare al primo banco, praticamente in braccio ai professori.

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Mi ricordo

Mi ricordo il pongo, i Masters e i Playmobil su un camion dei pompieri di plastica arancione, ed è da lì che inizio a ricordare.

Mi ricordo che ero piccolo in un mondo in cui tutto era più grande, con giganti cui abbracciavo le ginocchia.

Mi ricordo che amavo i sofficini con gli spinaci. Ora non più, ma non ricordo il perché.

Mi ricordo cos’ho mangiato a pranzo, per la cena di ieri mi dovrei sforzare.

Lo sto facendo. Non mi ricordo. Continua a leggere

Sbagliare

Sbagliare.
L’abito, la valutazione, la risposta, le scelte, il campo, le azioni, i giudizi, l’uscita, il linguaggio, le proporzioni, il commento, l’indirizzo, le compagnie, le cause da sostenere, il tempo, la direzione, la mira, le previsioni, i nemici, il numero, il passo, la data, i modi, la mossa, il posto, la fermata, gli accordi, le parole, le dosi, i calcoli, la strada, il tono.

Accettarlo e ricominciare.

Solo questo ho imparato, finora.

Ma c’è ancora tempo.

Stelle cadenti

Il 10 agosto del 1998 non ero di buon umore.

Tornando a casa dopo una serata tra amici, avevo passato tutto il tragitto fatto in macchina a pensare a quante cose mi mancassero per potermi dire felice. Non avevo una ragazza, un lavoro che mi piacesse, non riuscivo ad avere la speditezza che i miei studi reclamavano, guidavo un’utilitaria dei miei genitori e non mi piaceva nemmeno il posto dove vivevo. Una miriade di altre piccole frustrazioni mi tormentava nei momenti peggiori e occupavano latenti uno spazio nei miei pensieri anche quando le cose andavano bene. Il futuro che tanto avevo immaginato prima dei vent’anni non somigliava per niente al presente che si stava concretizzando. Continua a leggere

Quella foto venuta male che non mi somiglia per niente

Il bello delle fotografie di una volta è che dovevi stamparle per forza, belle o brutte che fossero.
E così anche le foto in cui i protagonisti avevano gli occhi chiusi, i capelli fuori posto o l’espressione da idiota, prendevano vita su di un cartoncino lucido che al massimo potevi nascondere ma che difficilmente avresti buttato.

Ne ho conosciute poche di persone in grado di strappare una foto.

In genere si trattava di persone che avevano amato troppo, o amato male, o tutte e due le cose. Continua a leggere