Sbagliare

Sbagliare.
L’abito, la valutazione, la risposta, le scelte, il campo, le azioni, i giudizi, l’uscita, il linguaggio, le proporzioni, il commento, l’indirizzo, le compagnie, le cause da sostenere, il tempo, la direzione, la mira, le previsioni, i nemici, il numero, il passo, la data, i modi, la mossa, il posto, la fermata, gli accordi, le parole, le dosi, i calcoli, la strada, il tono.

Accettarlo e ricominciare.

Solo questo ho imparato, finora.

Ma c’è ancora tempo.

Stelle cadenti

Il 10 agosto del 1998 non ero di buon umore.

Tornando a casa dopo una serata tra amici, avevo passato tutto il tragitto fatto in macchina a pensare a quante cose mi mancassero per potermi dire felice. Non avevo una ragazza, un lavoro che mi piacesse, non riuscivo ad avere la speditezza che i miei studi reclamavano, guidavo un’utilitaria dei miei genitori e non mi piaceva nemmeno il posto dove vivevo. Una miriade di altre piccole frustrazioni mi tormentava nei momenti peggiori e occupavano latenti uno spazio nei miei pensieri anche quando le cose andavano bene. Il futuro che tanto avevo immaginato prima dei vent’anni non somigliava per niente al presente che si stava concretizzando. Continua a leggere

Quella foto venuta male che non mi somiglia per niente

Il bello delle fotografie di una volta è che dovevi stamparle per forza, belle o brutte che fossero.
E così anche le foto in cui i protagonisti avevano gli occhi chiusi, i capelli fuori posto o l’espressione da idiota, prendevano vita su di un cartoncino lucido che al massimo potevi nascondere ma che difficilmente avresti buttato.

Ne ho conosciute poche di persone in grado di strappare una foto.

In genere si trattava di persone che avevano amato troppo, o amato male, o tutte e due le cose. Continua a leggere

Il motivo per cui odio il Carnevale – quarta parte-

david gnomoL’ultimo costume che ho indossato a Carnevale lo ricordo ancora bene.

Ero un bambino timido, “riservato”, dicevano i grandi. Socializzavo poco, già allora preferivo passare il mio tempo a leggere fumetti piuttosto che a giocare con gli altri, a fare nuove amicizie.

I miei non potevano accettare che anche a Carnevale avessi questo atteggiamento. Dovevo mascherarmi, stare con gli altri bambini, in una parola: divertirmi.

“Ma come faccio a divertirmi se ho sempre dei costumi brutti, goffi, ridicoli o incomprensibili”, protestavo io. Per i miei non era vero, ero io che ero strano. “I tuoi costumi sono come quelli degli altri”, diceva mia madre, mentre armeggiava con il mio vecchio costume da Alcor, personaggio gregario di Goldrake che avevo infaustamente interpretato qualche anno prima. L’abito andava adattato per mio fratello: anche lui si doveva arrangiare, quell’anno lì, mi fecero pesare. Tolto il casco e i guanti, adattata la tutina blu con una toppa ad hoc, aggiunto un mantello rosso e un paio di stivali e oplà: ero il fratello di Superman. Volevo vomitare. Continua a leggere

Il motivo per cui odio il Carnevale -terza parte –

goldrake

Goldrake (in Italia ATLAS UFOROBOT) e l’intrepido pilota Actarus.

Era passato un anno e il Carnevale si affacciava di nuovo nelle nostre vite. Ricordavo lo sconforto di quello passato, e anche la determinazione a sostituire l’imbarazzante costume da pagliaccio, realizzato in casa, con qualcosa di più eroico, marziale, e soprattutto comprato in un negozio di costumi.

Quell’anno mia madre decise di scatenare tutto il proprio estro creativo sul mio fratellino, troppo piccolo per capire cosa stava per capitargli. Io, con spirito di rivalsa, già pregustavo un costume da pinguino, da sofficino o da pomodoro, a quell’età la mia fantasia era limitata. Continua a leggere

Il motivo per cui odio il Carnevale -seconda parte-

pagliaccioLa festa di Carnevale cui avevo partecipato vestito da pagliaccio fu un incubo. Non per mia madre: dalle mamme dei piccoli Spider-man, Moschettieri, Goldrake e Principi azzurri, ricevette un sacco di complimenti per l’ingegno, la fantasia e la perizia dimostrata nel mortificare così il suo secondogenito.

Io da parte mia cercai di socializzare, sebbene fossi un bambino un po’ timido; in realtà fu facilissimo: tutti volevano giocare con me, ero il più facile da trovare a nascondino, con la parrucca bionda più visibile di un giubbotto catarifrangente; se si giocava ad acchiapparella la pancia mi ingombrava e finivo per stare “sotto” tutto il tempo. Dei giochi da maschio, tipo duelli, lotta, prove di forza, preferisco soprassedere, ma diciamo che negli anni ’80 i bambini non nutrivano particolari remore a malmenare un pagliaccio, ancora non li temevano come Pennywise di IT, né li amavano come quello inquietante del Mc Donald. Continua a leggere

Il motivo per cui odio il Carnevale – prima parte –

carnevaleNon ho mai amato il Carnevale. Mi piacerebbe dire che alla base di questa mia refrattarietà a maschere e travestimenti ci sia un istintivo rifiuto di celare la realtà, la voglia di arrivare a vedere la vera essenza delle persone e non la proiezione che esse fanno di sé aiutate da un costume, una parrucca, un po’ di trucco.

Mi piacerebbe poterlo dire, davvero.

Solo che la vera motivazione è che io ho avuto sempre delle maschere di merda. Continua a leggere

Il lavoro mobilita l’uomo

PD_ER_Manifesto_Primo_Maggio.inddMio padre che lavora la notte e dorme di giorno. Mia madre che mi mette in un box con fratelli e cugini per scrivere a macchina la tesi di qualcuno che oggi forse è nonno. Un negozio da mandare avanti, con mia sorella adolescente alla cassa. Un fratello che va a Rimini a fare il cameriere l’estate, poi si imbarca per tre anni e trova un miliardo di modi per tirar fuori uno stipendio.

A sedici anni fare volantinaggio per andare in vacanza. A 18 vendere le guide alla facoltà nella città universitaria per pagarci la tassa. A venti fare il magazziniere a 3 ore da casa, sudando freddo ogni volta che arrivava un camion da scaricare e col muletto devi correre, che deve ripartire subito. Quando c’è bisogno mettersi alla catena di montaggio, dove i colleghi anziani sono senza espressione, pagati a cottimo, e si incazzano ogni volta che blocchi la macchina perché non riesci a starle dietro. Continua a leggere

La biblioteca del posto dove vivo

Oggi, quasi casualmente, sono stato alla Biblioteca comunale del posto in cui vivo.

Ho sbirciato tra gli scaffali e ho parlato per un po’ con le operatrici che si impegnano affinché quello spazio abbia la dignità che merita.

Fra migliaia di libri e spazi allestiti con grande attenzione, l’orgoglio maggiore l’ho visto quando queste due signore, non certo nel fiore degli anni, mi hanno detto di aver personalmente riverniciato la ringhiera delle scale, o un vecchio armadio. Che erano rossi e belli, e ci stavano proprio bene lì, ho pensato.

Fra migliaia di libri ho visto gli occhi di chi tiene al suo lavoro e al ruolo che pensa di dover ricoprire, ma sente di essere stato lasciato solo dietro le linee nemiche. Perché oggi in biblioteca non ci si va quasi più, e l’importanza di costruire nella nostra vita uno spazio per la letteratura, per la lettura, è ormai un lusso che si ritrova solo nei discorsi dei radical chic.

Mi è tornato in mente David Foster Wallace e il suo celebre discorso Questa è l’acqua sulla necessità di fare della lettura, degli studi umanistici, la nostra possibilità di leggere la vita, prima che i libri.

Mi è venuto in mente che un mondo bello si costruisce dalla difesa delle cose belle, e che il primo lavoro di trasformazione deve essere fatto sull’agenda delle nostre priorità.

Fra migliaia di libri mi è venuto in mente che io, in quella biblioteca, non ci ero andato quasi mai.

E quella ringhiera rossa era bellissima.

Perché, a trentotto anni, era meglio averne ventitré, ma facciamo come fossero quaranta.

febbreOggi è il mio compleanno. Diciamoci la verità, come splendido trentenne ho fallito di brutto, e pure come quarantenne che tutto sommato se la cava, sto già in grossa difficoltà.

Eppure c’è stato un tempo in cui il compleanno non rappresentava una tappa del deterioramento fisico e dell’affievolimento delle facoltà mentali, ma era solo un momento di svago, gli occhi su un futuro ancora troppo lontano per avere una forma.

E’ stato a ventitré anni. E’ durato quindici giorni. Continua a leggere