Il motivo per cui odio il Carnevale -seconda parte-

pagliaccioLa festa di Carnevale cui avevo partecipato vestito da pagliaccio fu un incubo. Non per mia madre: dalle mamme dei piccoli Spider-man, Moschettieri, Goldrake e Principi azzurri, ricevette un sacco di complimenti per l’ingegno, la fantasia e la perizia dimostrata nel mortificare così il suo secondogenito.

Io da parte mia cercai di socializzare, sebbene fossi un bambino un po’ timido; in realtà fu facilissimo: tutti volevano giocare con me, ero il più facile da trovare a nascondino, con la parrucca bionda più visibile di un giubbotto catarifrangente; se si giocava ad acchiapparella la pancia mi ingombrava e finivo per stare “sotto” tutto il tempo. Dei giochi da maschio, tipo duelli, lotta, prove di forza, preferisco soprassedere, ma diciamo che negli anni ’80 i bambini non nutrivano particolari remore a malmenare un pagliaccio, ancora non li temevano come Pennywise di IT, né li amavano come quello inquietante del Mc Donald.

A casa mi sfogai: “non voglio fare il pagliaccio”!”

Mi vergognavo ad ammettere che il costume non mi piaceva e che avrei voluto interpretare una maschera un po’ meno imbarazzante: in fondo i grandi lo avevano apprezzato, e io sono stato un bambino cui il giudizio dei grandi è sempre interessato molto. Dissimulando le mie reali emozioni, dissi a mia madre: ”È bello fare il pagliaccio, per carità, il trucco, i capelli e tutto quanto, però io con questa pancia non riesco a giocare!”

Quale mamma non ha a cuore il divertimento del proprio figlio? Non la mia, certo. Fu molto comprensiva, disse che ci avrebbe pensato lei, che non mi dovevo preoccupare. Così feci:  passai i giorni che separano il giovedì dal martedì grasso senza preoccuparmi. Chissà che costume mi sarebbe toccato in sorte! Io speravo Sandokan, ma mi sarebbe andato bene anche il poliziotto. Col senno di poi, pure il controllore del treno non sarebbe stato male.

Il martedì mattina, sul lettone dei miei, c’erano i costumi. Nessuna scatola nuova, nessun brandello di stoffa avanzato, nemmeno la spillatrice (che nella mia famiglia di gestori di copisterie, negli ’80, non mancava mai quando c’era da fare lavori di bricolage). Niente, nessun indizio. Un po’ iniziai a preoccuparmi. Cercai di vedere se sotto l’abito da nobile dama francese di mia sorella ci fosse qualcosa, che ne so, un turbante da tigre di Mompracem, un distintivo da poliziotto, una macchinetta obliteratrice…

Orrore! L’abito da pagliaccio era ancora lì! Scoppiai a piangere.

Mia madre mi rassicurò: “Tranquillo, non ci mettiamo la pancia finta!” (Quando doveva convincermi a fare qualcosa che non mi piaceva, mia madre parlava sempre al plurale, come se dovesse farla pure lei).

Mi infilò il vestito. Mi disse di non piangere o non poteva truccarmi. Provai una debole difesa: ”Vedi? I pantaloni di papà, senza il cuscino che fa la pancia, mi calano!”

Mamma non rispose. Tirò fuori da non so dove un piccolo hula hop rosa pallido. Lo infilò lungo i passanti dei pantaloni (con notevole risparmio di spillette da cucitrice per fissarlo!) e poi fissò gli straccali di nonno direttamente al tubicino che mi girava intorno alla vita, tenendo tesi i pantaloni in un effetto che, devo ammetterlo, sembrava piuttosto efficace. All’epoca non avevo la maturità di capire che così mi si poteva guardare direttamente dentro i calzoni, all’interno dei quali sguazzava il mio sederino (e poco altro: avevo cinque anni…) fasciato da una poco dignitosa calzamaglia grigio topo.

Il costume così aveva un migliore impatto scenico, era certo più comodo e meno ingombrante. Tutti lo apprezzarono, alla festa cui eravamo diretti. Le mamme altrui, che ormai guardavano la mia come se fosse l’Arturo Brachetti della Scuola Parini, ma anche i miei compagni: quel martedì grasso non giocammo a rincorrerci, a nascondino, e nessuno volle fare a lotta: cow-boy, supereroi e robot giganti preferirono giocare a chi riusciva a lanciare più coriandoli (con variabili apprezzatissime come bustine di succhi di frutta, salatini o patatine al formaggio) nei pantaloni del pagliaccio, che un hula hop teneva aperti come un invitante e gigantesco canestro da basket.

Ma non piansi: avevo un trucco troppo bello per sciuparlo così.

L’anno successivo mi sarei imposto: voglio un costume comprato in negozio! Forse avrei dovuto essere un po’ più specifico nella richiesta…

[CONTINUA]

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2 pensieri su “Il motivo per cui odio il Carnevale -seconda parte-

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