Notte prima degli esami

ATTENZIONE: NON FAR LEGGERE QUESTO ARTICOLO A QUALCUNO CHE DEVE ANCORA SOSTENERE L’ESAME DI MATURITA‘.
(Oppure sì, che in fondo io sono sopravvissuto)

Da troppi anni ormai, in questo periodo dell’anno, non posso fare a meno di ricordare il mio esame di maturità. La mia è stata l’ultima generazione della Commissione esterna con il membro interno (che detta così fa pure un po’ senso), l’ultima ad essere stata giudicata in sessantesimi, prima che una curiosa coincidenza numerica trasformasse il voto più ambito nel minimo sindacale per sfangarla.

Ho frequentato il liceo classico e non sono mai stato uno studente particolarmente dotato, se non nelle materie che amavo davvero: italiano, storia, filosofia. Per il resto mi limitavo a fare il tanto che bastava per non avere problemi, talvolta senza nemmeno riuscirci, soprattutto in matematica.

Lo scritto di Greco, una lunghissima versione di Plutarco dal titolo “Per una sana educazione occorre evitare gli eccessi”, andò piuttosto male, un’insufficienza secca solo parzialmente lenita da risultati al di sotto della media di tutti gli altri esaminandi. La mia strategia, che pur mi aveva fatto raccogliere negli anni discreti risultati, si rivelò inefficace nella sua perfetta semplicità: dovetti ridimensionare una volta per tutte l’antico metodo del “copiare il più possibile”. Probabilmente ciò avvenne anche perché mi presentai all’esame con quasi venti minuti di ritardo e fui fatto accomodare al primo banco, praticamente in braccio ai professori.

Ricordo un mio compagno, scapestrato e geniale, che inserì all’interno del dizionario, tutte le declinazioni e i verbi irregolari, perfettamente battuti a macchina, rispettando le font del tomo e facendolo persino rilegare. Solo la carta, più bianca di quella giallina originale, rivelava la manomissione del testo, ma nessuno se ne accorse. A lui non andò molto meglio di me, e pensai che tanta abnegazione (e i soldi spesi per la rilegatura), avrebbe meritato maggiore fortuna.

Il tema non lo temevo, andò bene ma non fu una prova eccellente, tanto da compensare l’incapacità di comprendere i consigli di Plutarco del giorno prima: dopo due ore su Dante, decisi di virare sul tema di attualità. Era chiaro che il successo dell’esame a questo punto dipendesse dagli orali.

Come ho già detto, non ero di certo il primo della classe. Lo ero però, o ci andavo vicino, nelle materie che avevo scelto di portare: Italiano e Filosofia. In queste due materie mi ero sempre presentato all’esame volontario, il primo giorno di interrogazioni, prendendo sempre più o meno il massimo secondo i parametri dei docenti. Arrivai dunque con ottime credenziali alla prova orale, il 17 luglio 1996, alle 14.00, ultimo interrogato di tutto l’istituto: l’estrazione aveva decretato che si iniziasse dalla lettera N della sezione C; io ero per l’appunto l’ultima M della sezione B.

“Venga all’esame: Lof**”

Si partiva. Arrivai all’esame piuttosto motivato. Bianchissimo (all’epoca si tramandava la leggenda che i professori non amassero gli studenti abbronzati, segno che erano stati al mare invece che chiusi in casa, in uno studio matto e disperatissimo), abbigliamento sobrio, atteggiamento da bravo soldatino: dopo cinque anni di liceo passato a fare il coglione in ogni circostanza, contavo sul fatto che quell’unica occasione in cui mi sarei mostrato ligio e serio potesse riscattarmi.

Al di là degli aspetti formali, io a quell’esame, il primo della mia vita che sentivo davvero arduo (alle medie avevo praticamente giocato per portare a casa il voto più alto della classe), ero davvero preparato. Avevo persino ripassato la Scapigliatura durante l’esame che mi aveva preceduto.

“Venga all’esame: Manc***”

Ma avevo fatto di più: infatuato di Giacomo Leopardi, del quale proprio non riuscivo a cogliere il pessimismo che didascalicamente i miei compagni ripetevano alle interrogazioni, ma rapito anzi dalla capacità di cogliere la complessiva meraviglia del creato, avevo chiesto alla mia professoressa di Lettere di consigliarmi un testo di approfondimento. Lei, non so se per sfida o pensando che non lo avrei mai fatto, invece di dissuadermi e invitarmi a concentrarmi sull’antologia, mi consigliò una biografia di Renato Minore. La lessi tutta d’un fiato. La madre, Ranieri, i giorni di Napoli, l’amore per Fanny così diverso da quello un po’ confezionato per Silvia, trovavo tutto meraviglioso. Speravo davvero che mi domandassero Leopardi, non solo per il risultato, ma anche perché mi sarebbe piaciuto parlarne. Ne ero così ammirato che avevo persino un blocco d’appunti sulla cui copertina avevo scritto “Zibaldone”; dentro: le formazioni del fantacalcio.

“Venga all’esame: Marinan****”

Mi ripetevo quanto dicevano in continuazione i docenti: “In fondo l’esame è un colloquio”, e visualizzavo un confronto da pari a pari sul poeta che trovavo il più grande di sempre. Poi, però, mi ricordavo che le cose non andavano mai come speravo, e ripassavo la Scapigliatura. Marinetti no, si fa alla fine, non lo chiedono mai.

“Venga all’esame: Moc***”

I miei compagni andavano tutti piuttosto bene. Quelli dei giorni precedenti, abbronzati e in infradito, non facevano che ripetermi “Ma dài! Tranquillo! Le cose le sai! E’ una cazzata”, e io mi chiedevo se l’ultima frase si riferisse all’esame o all’affermazione precedente. In cuor mio una speranza ce l’avevo: Leopardi. Ahò, a limite se non me lo chiede, punto su Shopenhauer in filosofia. Perché i due autori avevano dei tratti in comune che noi studenti riassumevamo durante i nostri ripassi collettivi banalizzando un po’: “Hai presente Leopardi? Ecco, Shopenhauer è uguale, solo che è in Germania e in Filosofia“.

Venga all’esame: Moscato

Ecco, era ora. Ero tesissimo ma cercavo di non darlo a vedere. Urtai e feci cadere la sedia: forse un po’ si vedeva. La professoressa di italiano era giovane, bionda, oggi la memoria selettiva me la ricorda quasi carina. Quella di filosofia più matura, capelli corti, occhiali e faccia di chi figurati se chiede Shopenhauer. Heiddeger, semmai, e me lo dica bene. Alle loro spalle, il muro bianco, alle mie i supporters, al mio fianco il membro interno, davanti a me l’estate. O il baratro.

Il 17 luglio del 1996, alle 14.00, dopo giorni di studio serrato e una notte in bianco a studiare in garage, io ero stanco. Probabilmente anche i professori, che non vedevano l’ora di tornare a casa. Forse fu per questo che la professoressa di italiano chiese a me, e solo a me, la domanda che ogni studente ad ogni livello vorrebbe ricevere: “Parlami di un argomento a piacere”. Non mi sembrava vero. Sorrisi e feci l’espressione di chi, colto impreparato, doveva scegliere fra una miriade di argomenti conosciuti a menadito. Una pantomima che durò due secondi, perché poi mi spaventò l’idea che la prof si rimangiasse l’offerta e partii con la formula di rito: “Uno degli argomenti che mi è piaciuto di più studiare nel corso dell’anno, è stato sicuramente Leopardi, del quale ho anche letto una biografia di Renato Minore.”

La professoressa fece un bel sorriso (memoria selettiva: adesso la ricordo proprio bella) e si sporse in avanti: “Sentiamo!”

“Sentiamo”, questa è l’ultima cosa che ricordo bene, poi i ricordi sono un po’ confusi, si accavallano, si inseguono in un vortice che si apre sul muro bianco alle spalle della commissione. “Su, dove è nato Leopardi?” con un sorriso un po’ incredulo. Ricordo il silenzio. Qualcuno alle mie spalle bisbiglia “Ma lo fa apposta?”; il muro davanti a me è bianchissimo, accecante, enorme. Vorrei che in testa si facesse largo la parola “Recanati”, invece sento solo rimbombare internamente, ossessiva come un mantra, la previsione “Mo’ me bocciano, mo’ me bocciano, mo’ me bocciano…”, alternata solo saltuariamente da un più pragmatico “Che cazzo je dico a mi’ padre se me bocciano?”

Passa un tempo interminabile, durante il quale il muro assume tonalità di bianco tali che mi aspetto di vedere Beatrice venirmi incontro e tendermi una mano. La sedia al mio fianco, i passi: il membro interno, vigliacca, si allontana. “Non so che dire”, fa la biondina slavata e sciatta di fronte a me, e si accascia sulla sedia. Poi interrompe un lungo silenzio e rivolta verso la collega: “Provi lei”.

La professoressa di Filosofia apre un libro. “Mo’ me bocciano, mo’ me bocciano, mo’ me bocciano…”. Sono proprio sul punto di domandarmi che cazzo avrei detto a mio padre se mi avessero bocciato, che la mia aguzzina mi mette il libro davanti e mi dice: “Leggi e commenta questo brano di Shopenhauer”. Gli occhi sul libro, il testo, parole che riconosco, all’improvviso, come in una scena di Matrix, percepisco tutta la realtà circostante, nonché tutte le cose che ho studiato! Il muro color crema adesso si intona benissimo col biondo della professoressa di italiano, sto per esplodere,  la so, la so, cazzo la so! Inizio a ripetere, cerco di non essere interrotto per fare tutti i collegamenti possibili, per scaricare sugli interlocutori tutte le informazioni in mio possesso e ogni volta che posso, talvolta anche quando non potrei, faccio riferimenti a Leopardi. Continui e puntuali riferimenti a Leopardi. Vorrei citare qualche passo della biografia di Renato Minore, ma proprio non ci trovo l’appiglio, che Shopenhauer è come Leopardi, ma in Germania e in Filosofia, ma comunque diamoci una regolata. Mi interrompe, mi dice per me va bene. Io guardo la sua graziosa collega: “Riproviamo con Italiano”. D’Annunzio, Manzoni, forse Verga, non ricordo. Ad ogni modo niente che mi permettesse di citare la biografia di Renato Minore.

Quello che contava era che il mio esame era passato, si chiudeva una stagione importante della mia vita, potevo andare al mare e negli anni successivi, per me, la Notte prima degli esami sarebbe stata un ricordo, non più un traguardo.

Qualche anno dopo, guardando il film “Notte prima degli esami”, pensai che ricordavo benissimo gli anni del liceo, che erano stati solo cinque ma sembravano essere stati molti di più. Ancora oggi sono grato a quell’esperienza per avermi fatto conoscere, oltre ai miei migliori amici, molte persone che sono state importanti nella mia vita, nella mia crescita. Sono stati giorni belli, ma non vorrei mai tornare indietro: non rinuncerei a quello che ho fatto nel frattempo e la fragilità di quei lunghi cinque anni nessuno ha la forza di viverla due volte.

Eppure quando durante il film arrivò il punto in cui Venditti canta la sua famosa canzone, pensai che sarebbe stato bello vivere ancora uno di quei momenti in cui mi preparavo agli esami.

Ma senza il senno di poi, senza sapere nulla del futuro, avrei voluto avere ancora tutte le porte aperte, senza nemmeno sapere di doverle prima o poi varcare: capii solo allora che questo era stato il bello di quella notte,  prima degli esami.

 

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