La rissa nella giungla: 50 anni fa il leggendario incontro tra Alì e Foreman

Il 30 ottobre 1974 si svolse uno degli incontri di pugilato più celebri e significativi della storia: The Rumble in the Jungle, che vide scontrarsi Muhammad Alì e George Foreman a Kinshasa, Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). L’evento, tra i più importanti nella storia del pugilato, trascende il mondo dello sport per entrare nella cultura popolare, divenendo simbolo di una sfida di valori e di spirito oltre che di forza fisica. Alì e Foreman incarnavano due archetipi opposti: il pugile poetico e rivoluzionario contro il campione silenzioso e implacabile.

Muhammad Alì: da campione a leggenda

Muhammad Alì non era solo un pugile, ma un’icona di resistenza e ribellione. Si era distinto, non solo per la sua straordinaria abilità sul ring, ma anche per la sua capacità di attirare il pubblico grazie alla sua personalità magnetica, i suoi discorsi provocatori e la sua visione di giustizia sociale. Nato Cassius Clay, cambiò nome dopo essersi unito alla Nation of Islam e rifiutò di combattere nella guerra del Vietnam, un gesto che gli costò il titolo mondiale e la licenza di combattere per alcuni anni. Tornato sul ring, si trovava di fronte a George Foreman, un avversario più giovane, fisicamente più forte e apparentemente invincibile.

George Foreman: silenzioso Titano del Ring

Foreman era il campione in carica, noto per la sua forza devastante e un approccio al pugilato che non lasciava scampo agli avversari. La sua tecnica era una manifestazione pura di potenza e precisione: Foreman era il colosso contro cui ogni pugile temeva di misurarsi, anche perché aveva sconfitto senza problemi Frazier e Norton, entrambi in grado di battere Alì dopo il suo ritorno sul ring. La sua immagine era quella di un uomo di poche parole, che sul ring lasciava che fossero i suoi pugni a parlare. A differenza di Alì, Foreman rappresentava la disciplina silenziosa, una forza bruta che sembrava invulnerabile. I pronostici erano tutti a favore di Foreman, che aveva sette anni in meno del 32 enne ex campione del mondo, eppure proprio contro questa figura, apparentemente imbattibile, Alì costruì la sua leggenda.

Due pugili, due mondi

Alì e Foreman si allenavano in maniera completamente diversa: mentre Foreman si allenava in modo rigoroso e isolato, Alì era circondato da giovani fan locali, che lo seguivano con ammirazione durante le sessioni. Il suo celebre grido di battaglia, “Alì Bomaye” (Alì, uccidilo), risuonava nell’aria, creando un’atmosfera di fervore e vicinanza tra il pugile e la comunità locale. Questa immagine di Alì, con ragazzi che lo accompagnano nei suoi allenamenti, ha ispirato anche una famosa scena del film “Rocky”, in cui il protagonista corre seguito da un gruppo di bambini. Alì si trasformò durante la preparazione di questo match, che fu molto lunga per via di un incidente occorso a Foreman che fece slittare l’incontro, incarnando il ruolo di idolo delle folle. Il pubblico di Kinshasa vide in lui una rappresentazione della propria voglia di riscatto e libertà: Alì si proponeva come il campione della gente, colui che portava avanti la lotta contro il potere costituito e l’oppressione. Poco importava che anche l’avversario fosse nero: la vittoria di Alì non sarebbe stata semplicemente la vittoria di un atleta su un altro, ma la vittoria di un simbolo di libertà, di un uomo che non aveva mai smesso di sfidare le regole imposte e che voleva trasformare il suo personale trionfo in un messaggio universale. I canti di “Alì Bomaye!” univano la folla in un messaggio che andava oltre il significato delle parole, diventava un grido di speranza e di riscatto.

L’incontro e la mossa di Alì contro la potenza di Foreman: la strategia Rope-a-Dope

Sul ring, Alì utilizzò una strategia che nessuno si aspettava, il cosiddetto rope-a-dope, letteralmente “pugile tonto alle corde”. La tattica era rischiosa ma astuta: Alì si appoggiava alle corde, lasciando che Foreman sfogasse la sua energia colpendolo senza sosta, cercando di ammortizzare o schivare i colpi, ma risparmiando così le proprie forze in un clima caldissimo e attendendo il momento giusto per piazzare veloci colpi al viso, non potenti ma precisi, che nel corso delle riprese segnarono Foreman e ne fiaccarono la resistenza. Questa strategia, un misto di provocazione e controllo, permise ad Alì di sfiancare l’avversario, lasciando che la sua stessa potenza diventasse un’arma contro di lui.

Dopo otto round, con Foreman ormai stremato, Alì trovò l’apertura giusta e sferrò il colpo decisivo, mandando al tappeto il campione in carica. L’immagine di Foreman sconfitto rimane una delle scene più iconiche della boxe, un momento di pura intensità in cui Alì, con il colpo caricato, si trattiene e quasi danza intorno all’avversario accompagnandone con lo sguardo il corpo cadente, come per non guastare il gesto estetico di quella resa. In quella sequenza, immortalata perfettamente e raccontata come tutto l’incontro nel documentario When We Were Kings (Quando Eravamo Re), diretto da Leon Gast e vincitore di un premio Oscar, c’è la trasformazione di un campione in una figura intramontabile dello sport.

Cinquanta anni dopo, The Rumble in the Jungle rimane una delle imprese più straordinarie nella storia del pugilato e dello sport in generale. Alì non solo vinse, ma lo fece in modo tale da rendere il match un evento mitico, denso di significato simbolico e culturale. Muhammad Alì dimostrò che essere un campione significava anche saper combattere per qualcosa di più grande della vittoria stessa, e all’alba di Kinshahsa, mezzo secolo fa, smise di essere un pugile ed entrò nell’immaginario collettivo come un’icona, capace di competere persino con Superman in un celebre fumetto della DC Comics), simbolo dello sport e uno dei più grandi atleti di tutti i tempi.

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