La zona rossa che dobbiamo attraversare

Il deserto dei tartari DrogoÈ una notte strana questa.

C’è un silenzio surreale, un’aria immobile e la sensazione che nessuno stia dormendo. Come quando da bambini si fingeva il sonno per ingannare i nostri genitori con uno scherzo infantile, immagino ognuno, sotto il piumone, tenere gli occhi sbarrati e pensare al futuro, o a un nemico invisibile, di quelli che fanno paura.

C’è un grandissimo silenzio, e guardando le stelle penso che è così che immaginavo quelle che il tenente Drogo guardava dalla fortezza Bastiani, aspettando l’attacco di un nemico invisibile come il nostro. Nel romanzo di Buzzati, Drogo era ansioso di affrontare la sua battaglia, di cercare la gloria sconfiggendo i tartari, e mi fa sorridere pensare all’irritazione che provoca chi invece questa battaglia sembra non volerla combattere, non voler nemmeno pensare che un nemico esista.

Eppure c’è un nemico, che ci costringe a fare i conti: con i numeri crescenti di contagiati e deceduti e quello dei posti letto in terapia intensiva che diminuisce ogni giorno di più. E non possiamo nemmeno cercare la gloria sguainando la sciabola in battaglia, mostrando il petto al nemico, perché in questa guerra il coraggio è incoscienza e chi lotta senza senno può sopravvivere,  ma rischia di far cadere molti altri, più deboli e indifesi. E perdere.

C’è un nemico che ci obbliga a fare i conti, con la sua forza ma anche con tanto altro: con l’indifferenza, la paranoia, lo smarrimento di ogni vincolo comunitario, lo spietato individualismo di chi svuota di notte gli scaffali dei supermercati per chiudersi in casa, noncurante delle norme di sicurezza che imporrebbero maggiore attenzione, indifferente verso chi il giorno dopo non troverà beni di prima necessità indispensabili nell’immediato, diffidente verso chi rassicura che grazie al sacrificio di quelli che continueranno a lavorare, quegli scaffali si riempiranno ancora.

Quando tutto questo finirà, perché tutto questo finirà, ci troveremo inevitabilmente in un mondo diverso, o forse dovremo avere occhi nuovi per guardare lo stesso mondo. Il genere umano non rischia l’estinzione, non siamo in un catastrofico B-movie, ma rischia di crollare l’impalcatura che ha costruito, con una crisi economica globale da cui potrebbe essere impossibile riprendersi. Mai come questa volta la mia generazione ha sentito di combattere una battaglia che riguarda tutti: immediata e planetaria, non astratta e lontana come la povertà, né sempre rimandabile come la difesa dell’ambiente.

Una generazione la mia che, per lo meno in Italia, ma anche in tutto l’Occidente, non ha mai combattuto: non siamo stati chiamati alle trincee come i nostri bisnonni, non siamo saliti sui monti per scacciare gli invasori come i nostri nonni, non siamo neanche scesi in piazza per trasformare il mondo, intaccare privilegi e ottenere diritti come i nostri padri. La nostra guerra è morta in culla in un week end a Genova, poi è iniziata la resistenza precaria in un mondo i cui cardini sono messi a rischio, e che adesso ci vede sul divano, con piattaforme digitali che ci regalano intrattenimento continuo, con gli scaffali pieni di libri comprati chissà quando che ci aspettano mai letti, con uno smartphone che ci permette anche se siamo davvero soli di restare collegati a tutti gli altri. È così che ci chiedono di combattere la nostra battaglia. Facile, eppure la stiamo perdendo.

Quando tutto questo finirà, perché tutto questo finirà, dovremmo ripensare a noi stessi, agli altri, al nostro modo di stare al mondo. Un mondo che si è ribellato, ha attaccato il sistema che ci ha visto invadere spazi che non ci spettavano, e ora ci impedisce di spendere gran parte della nostra vita a fare un lavoro non sempre necessario al benessere collettivo, e rinchiude la nostra socialità in piccoli schermi tenuti in mano, facendoci perdere il piacere dell’incontro, dell’abbraccio, della condivisione. Ora che non siamo noi a sceglierlo ci sembra un abuso, e l’altro è prezioso perché ci viene portato via.

Quando tutto questo finirà, perché tutto questo finirà, dovremmo ripensare a modelli che ci obbligano a spostarci e inquinare, a passare la maggior parte del nostro tempo in posti di lavoro in cui produciamo beni che non servono, o compiamo azioni che potremmo svolgere altrove, con uno spreco di energia inferiore e guadagnando tempo a nostra disposizione per fare quello che stiamo scoprendo così prezioso in queste ore di obbligata chiusura: leggere, scrivere, o anche solo pensare a noi stessi, a chi siamo individualmente e collettivamente, qual è la nostra funzione su questo pianeta, cosa abbiamo davvero sbagliato e quanto possiamo ancora migliorare. Guardare i fiori. Suonare il violino. Crescere. Evolvere.

Intrappolati nell’individualismo più estremo, nella corsa al successo personale, nella smania di primeggiare sugli altri senza tener conto dello stato complessivo della collettività, oggi ci ritroviamo soli. Quella stessa collettività ci è negata, ridotta a condivisione virtuale, e il superamento della crisi non è più rimesso alle personali capacità di ognuno, ma solo alla possibilità di rispondere come sistema: nelle piccole comunità, nelle città, nelle regioni, nel Paese e in tutto il globo, solo se ognuno farà la sua parte si potrà arrivare ad una vittoria.

Nell’attesa che ciò accada, c’è un grandissimo silenzio. Forse il pianeta sta fingendo di dormire per tirare uno scherzo infantile alle stelle, e mentre lo fa pensa che non era mai stato chiamato ad affrontare una prova così, in cui tutti dovessero impegnarsi per uscirne tutti vincitori, per non essere tutti sconfitti. Magari il nemico invisibile gli fa paura, finché capisce che poi ce ne sarà uno ancora più grande: la paura stessa.

La paura di essere in una zona rossa dalla quale non si può uscire. Una zona rossa fatta di stili di vita e modelli di convivenza che sembrano immutabili come le leggi del tempo e della natura, ma che invece sono frutto delle scelte umane e come tali possono essere superate da altre scelte. Scelte diverse che adesso è proprio la natura a chiedere, obbligandoci a mettere in discussione ciò che naturale non è.

Certo, rinchiusi nelle nostre Fortezze Bastiani ad aspettare l’attacco dei tartari, potremmo sopravvivere a lungo, far scorrere tutto il tempo necessario senza arrivare mai allo scontro. Ma come il protagonista del romanzo di Dino Buzzati, dovremmo fare in modo che questo tempo non passasse invano, che ci trasformasse, ci aiutasse a superare le nostre paure.

Dovremmo usare il tempo per approdare a un futuro nuovo, che sarebbe tutto da conquistare.

Tutto da meritare.

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