Lettera alla donna che ha dimenticato sua figlia in macchina

Tu questa lettera non la leggerai, ma se anche lo facessi, non ti aiuterebbe nemmeno un po’. Però aiuta me, sento di doverti dire qualcosa dopo aver letto dell’ennesima tragedia assurda che ha coinvolto l’ennesimo bambino. Il tuo, in questo caso.

“Come si può essere così orribili da dimenticare il proprio figlio in macchina?”

Nelle ultime ore tutti ci siamo fatti questa domanda, tu per prima. Come puoi essere così orribile da aver dimenticato tua figlia? Non lo sai, non puoi saperlo e neanche io lo so.

Quello che so è che nessuno a cui non sia capitato qualcosa del genere, può capire cosa sia successo. Almeno non tanto da poter esprimere giudizi. Dolore sì, ma giudizi no.

Io sono padre. Mia figlia ha tre anni. La adoro, non ho mai amato niente quanto amo lei, non ho mai pensato a nulla più di quanto abbia pensato a lei dal momento in cui l’ho presa in braccio per la prima volta.

Ogni scelta che faccio, che sia di lavoro o di gestione del tempo libero, che riguardi le prossime ore o i decenni futuri, la faccio sempre sperando, ogni volta, che sia la scelta migliore anche per lei.

No, non credo che avrei mai potuto scordarla in macchina, non credo che potrei farlo oggi, magari mentre dorme e non comunica la sua presenza.

Sicuramente non lo credevi neppure tu. Eppure è successo. E non è la prima volta che accade una tragedia così. E’ successo a te, e ringrazio Dio (io che non vado in Chiesa da anni), che sia successo a te e non a me. Perché io ne sarei stato annientato quanto te. Perché sarebbe potuto succedere anche a me. A me che amo mia figlia e penso a lei, a me che non la dimentico nemmeno quando non c’è, perché è a scuola, con i nonni o con la mamma, e posso rilassarmi o divertirmi un po’, senza vigilare carico d’ansia sui suoi passi, senza cercare di interpretare ogni suo bisogno (spesso e volentieri sbagliando).

Sarebbe potuto capitare anche a me. Lo so. E non è perché io mi senta un mostro, ma perché sento che tu non lo sei, come non lo sono la stragrande maggioranza di donne e uomini che devono convivere con la condanna che ti è capitata.

Andavi al lavoro. Facevi le cose che fai ogni giorno, le cose che facevi anche per lei. Forse soprattutto per lei. Non facevi shopping, non ti distraevi con le amiche, non cercavi un momento evasione con un amante o sola con te stessa. Andavi al lavoro, portavi avanti la tua vita. Come faccio io, tutti i giorni.

Come hai potuto dimenticarla? Non lo so. Ti giuro, non lo so. Eppure è successo. La mia compagna ha commentato: “chissà cosa ti scatta nel cervello per fare un errore così?”

Non lo so. E quindi non riesco a giudicarti, pur non avendo nemmeno un briciolo di compassione e struggimento in meno di chi lo fa, verso quella creatura incolpevole, che certo hai amato più di tutti noi, pronti a scandalizzarci e a riconoscere, nel migliore dei casi, un po’ di humana pietas per quella madre che ha sbagliato. Come hai potuto farlo? Non lo so.

Quello che so è che  avere figli è bellissimo e faticoso. Che comporta un impegno fisico e mentale come niente altro mi aveva mai chiesto di sopportare. E porta uno stress abnorme, perché ammettere (anche a sé stessi) che essere genitore può frustrarti, può toglierti delle possibilità, può assorbire tempo ed energie su cui avresti voluto poter ancora contare, è mostruoso. Non solo è socialmente inaccettabile, perché se non dici che i bambini sono solo gioie, che riempiono la vita e danno un senso alle tue scelte, sei un cinico mostro ed egoista. Ma soprattutto perché se senti di aver bisogno di altro, se senti che per loro devi anche saper fare delle rinunce, alla fine ti disprezzi, ti senti un cattivo genitore. Anche se quelle rinunce le hai sempre fatte, anche se sai che continuerai a farle, anche se poi vedere un suo sorriso ti convincerà davvero, sinceramente, che non c’è niente che ti possa gratificare di più.

Ma anche se decidi, anzi, se capisci, che in fondo è bello così, forse il corpo e la mente comunque si logorano. E io non lo so cosa succede a questo punto, nella testa dei genitori cui capita questa condanna. Non lo so perché, per quei cinque minuti fatali, il cervello si rifiuti di allertarli, di mostrare loro ogni dettaglio di quello che sta succedendo. Credo però che in qualche modo lo stress inconfessabile che infligge la genitorialità possa avere un ruolo.

Non so perché ma mi immagino una situazione simile a quando essendo alla guida, su un percorso abituale, mi ritrovo a giungere a destinazione senza ricordarmi di aver percorso l’intero tragitto. Ho guidato, magari anche per qualche chilometro, assorto, ignaro di cosa mi succedesse intorno. Eppure ho visto la strada, le altre vetture, è evidente che non ho avuto incidenti: il mio cervello mi ha messo su un binario, io l’ho percorso. So che la mia distrazione non è dovuta a incoscienza, o a un inconscio desiderio di andare a sbattere. E potrei scommettere che tu non ami tua figlia nemmeno un briciolo in meno di quanto io ami la mia.

Solo che io sono rientrato a casa, tu sei stata colpita dall’orrore più grande che potesse capitarti. E non è che ti voglio giustificare, né che penso basti il dolore che provi quale giusto castigo. Penso solo che non sarebbe dovuto succedere, ma che ora devo proprio ringraziare Dio, perché è successo a te e non a me. Io che non vado mai in Chiesa, ma se ci andassi ora sarebbe per chiedere di darti la forza di perdonarti, te che non ti conosco ma sei la persona che più vorrei abbracciare fra tutte quelle del mondo, in questo momento.

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