Festeggiavamo quando i muri crollavano

Avevo dodici anni.

Ricordo le immagini buie di una festa, illuminata da sorrisi e fuochi d’artificio. Tanti ripetevano la stessa parola: speranza.

Abbracci e lacrime, l’espressione solenne dei miei che prendevano atto che il mondo stava cambiando. Mi spiegarono che diventava migliore. Io non capivo come un muro che veniva distrutto contribuisse al miglioramento, perché fosse così importante per tutto il mondo e non solo per gli abitanti di quella città.

Ero rapito da quelle immagini, ovunque veniva ribadito che si trattava di un momento epocale. Io di epocale non avevo mai visto nulla: la luna, l’omicidio di Kennedy, il ritrovamento del corpo di Moro: erano tutte immagini che mi erano state trasmesse con la stessa enfasi, ma che avevo vissuto sempre successivamente, addomesticate in un documentario o un vecchio servizio del Tg, senza nemmeno i colori.

In quel momento invece c’ero, mentre accadeva: percepii, per la prima volta in vita mia, che stavo assistendo non solo alla caduta di un muro, ma alla scrittura della storia di tutti noi. Non capivo perché, ma lo sentivo. Me lo dicevano.

Di lì a qualche tempo la bomba atomica, che aveva imperversato nella narrazione catastrofista di due generazioni (la ricordo citata anche in una canzone di quegli anni, di Adriano Celentano), lasciò la pole position delle paure nell’immaginario collettivo.

Venne meno la narrazione del mondo diviso tra i buoni e i cattivi, ovunque: in guerra, in avventure di spionaggio, nello spazio, nelle diatribe fra un sindaco e un prete di provincia, persino su un ring di boxe, con due mondi che si prendevano letteralmente a pugni. Una rappresentazione ingenua e propagandista, che vedeva sempre gli stessi nella parte degli unici salvatori, con gli avversari nei panni scomodi di quelli che volevano dominare il mondo o distruggerlo.

Con le immagini di quel muro che cadeva, cresceva la sensazione che i popoli tornassero ad abbracciarsi, costringendo i Governi a prenderne atto, in nome di valori ingombranti come la pace e la fratellanza, così lontani dalla ragion di Stato che ci aveva portato sino a quel punto.

Anche in questo caso era una lettura ingenua e semplicistica, ma era bellissimo registrare come tutti, nessuno escluso, volessero camminare vero la pace. Quel muro che cadeva liberava i nostri passi: nessuna differenza era così grande da impedirci di chiedere il disarmo e la fine della guerra fredda.

Quella sera la mia era diventata la generazione che ha esultato vedendo i muri crollare, una generazione che non avremmo mai pensato chiedesse di costruirne altri per difendersi dalle proprie paure. Imparavamo che riconoscersi, capire che il camino doveva essere per forza condiviso, era tutto quello che c’era da sapere. Una conoscenza preziosissima, per di più arrivata in regalo dalle generazioni precedenti, che avevano fatto l’esperienza della guerra e ne avevano tratto questo insegnamento, ora a nostra disposizione, senza che nessuno ci chiedesse di pagare il conto.

E’ stato bello credere di aver imparato la lezione, ma ci sbagliavamo. Il mondo non si ferma mai e non va sempre nella stessa direzione. Nessun risultato può dirsi mai acquisito, se si smette di lavorare per consolidarlo.

Ma noi, che quella notte ci chiedemmo il senso degli occhi umidi degli adulti, non possiamo permettere che i nostri figli sentano il bisogno di chiudersi dietro un muro per difendersi dalla paura. Anche loro meritano una festa come quella di tanti anni fa, tra sorrisi e fuochi d’artificio. Anche loro meritano la speranza.

muro di Berlino

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