Un Paese che non legge

La copertina do LSC MAG su cui è stato pubblicato questo editoriale

La copertina di LSC MAG su cui è stato pubblicato questo editoriale

Lo ammetto: ho una percezione distorta del fenomeno, tendo a sottovalutarlo. Forse perché frequento la libreria come fosse il bar sotto casa, ho amici che attendono i festival letterari e parlano di libri come dell’ultimo derby calcistico, ci appassioniamo ai premi letterari incuranti delle polemiche che li accompagnano. Non riesco a concepire la mia vita (ma che dico? La mia giornata!) senza la lettura, figuriamoci se posso immaginare quella degli altri, che mi pare abbiano sempre meno cose da fare di quante ne tocchino a me.

Eppure, dato diffuso durante l’ultimo Salone internazionale del libro di Torino, il 58% degli italiani non legge neanche un libro all’anno. Un intero popolo che non legge. Roba degna della fantascienza Bradburyana, passatemi il termine. Oppure Orwelliana, che suona meglio, se preferite.

Il dato riguarda l’Italia, Paese con una lunga esperienza di problemi accantonati e soluzioni demandate alle future generazioni. Sarebbe meglio fossimo, che so?, nel Regno di Oz: ci incammineremmo speranzosi su una strada di mattoni gialli alla ricerca dell’aiuto del Grande e Potente Mago.

Lungo il cammino incapperemmo nella prima indiziata verso cui puntare il dito, il luogo deputato al contrasto della debacle culturale per eccellenza: la scuola. La diagnosi del Mago di Oz sarebbe chiara: se tagli i fondi alle scuole pubbliche, mortifichi gli insegnanti, non rinnovi i programmi, gli studenti finiscono per diventare pessimi lettori. Peggio: veri e propri non lettori. Semplice la ricetta: più soldi alle scuole e conseguente ritrovata propensione alla lettura degli abitanti di Oz.

Facile no? Forse, anzi, fin troppo. Perché da noi non basterebbe questa soluzione, soprattutto se analizzando il problema si guardassero i numeri: la scolarizzazione è cresciuta enormemente negli ultimi cinquant’anni mentre i lettori sono sì cresciuti, ma non certo in proporzione. E poi, fra quelli “forti”, la voce del leone la fa proprio chi ha un titolo di studio più alto, segno che la scuola sa sfornare lettori anche adesso, nelle condizioni precarie cui è abituata a svolgere il compito. Quindi scarteremmo l’ipotesi della scuola cattiva formatrice: se è colpevole, ha senz’altro dei complici, a noi incamminarci di nuovo sul sentiero giallo alla loro ricerca.

Ci sarebbe una scorciatoia, per spiegare i non lettori come partito di maggioranza in Italia: osservare le strategie di mercato di chi i libri li deve vendere, cioè gli editori. Concluderemmo, in sequenza: si legge poco perché i libri costano troppo (quindi Oz sfornerebbe almeno una mezza dozzina di classici pubblicati a meno di un euro fra i libri più venduti), perché l’oggetto libro è scomodo (ed ecco il Mago tirar fuori dalla sacca e-reader che permettono di portare in borsa una Treccani completa di aggiornamenti),  perché il tempo libero è poco (e qui, senza scomodare l’evoluzione degli orari di lavoro nel ‘900, Oz mostrerebbe una panoramica di famosi social network).

Un dubbio ci coglierebbe: e se l’offerta non fosse in grado di soddisfare la domanda? Se i nostri libri fossero più brutti di quelli pubblicati nel regno di Oz? Il Mago rifletterebbe: le Cinquanta sfumature nel 2012 sono state lette più di, non dico Dante, ma Calvino, Pasolini, Morante. Quindi scuoterebbe la testa.

Con il problema ancora sul tavolo e sugli scaffali delle librerie, ci domanderebbe se la saturazione del mercato con libri oggettivamente scadenti, anche se talvolta commercialmente vincenti, non abbia influito, nel medio lungo termine, ad allontanare i lettori, abituandoli  nel migliore dei casi a soap opera di carta e facendo loro risultare inattaccabili non solo i grandi classici, ma anche libri appena un po’ più difficili.

Alla fine del sentiero giallo, ci troveremmo di fronte una sola questione: l’educazione.

Oz ci spiegherebbe che esattamente come per la vita sana, il rispetto per l’ambiente, l’alimentazione equilibrata, i rapporti con il prossimo, non è solo l’indole personale a determinare i comportamenti individuali; riconoscendo all’educazione la capacità di modificare il nostro impatto col mondo, dovremmo immaginare che non si possa prescindere da essa quando è necessario formare il lettore, abituarlo alla capacità critica, alla stimolante e intima ricerca che questa innesta attraverso il confronto con libri diversi, più impegnativi, che richiedono un ruolo attivo nel rapporto con la pagina, per godere dei piaceri della lettura e coglierne l’arricchimento intrinseco.

Salutando il Mago, capiremmo che il compito di educare alla lettura è condiviso fra più attori: di nuovo la scuola, ma anche la famiglia, chiamati in causa di default ogni volta che qualcosa si inceppa nei rapporti interpersonali della nostra società (e cosa c’è di più interpersonale del rapporto fra uno scrittore e un libro e fra questo e i suoi lettori?), ma sopratutto è demandato alle scelte degli editori e alla mediazione culturale svolta da librai (ahinoi, in numero sempre più ridotto!) e critici. Soprattutto questi ultimi dovrebbero  difendere il lettore e, nel Regno di Oz, spingerebbero gli editori verso scelte che tengano sempre presente il valore letterario di ciò che si manda in libreria. Quelli italiani lo fanno? Certo non tutti, a giudicare dalle recensioni copiaeincolla che fanno capolino, seppur con apprezzate eccezioni, tra una pagina culturale e l’altra.

Concluderemmo che la strada per abbattere quel mortificante 58% non passa per Oz, ma attraverso la qualità dell’offerta e la credibilità di coloro cui è affidato il racconto della letteratura,  anche a chi oggi, ad esempio, per usare le parole di Aldo Busi, “intervista uno scrittore su un suo romanzo senza aver mai letto né quello né altri e tutto quello che vuole sapere è la variazione del pettegolezzo del momento”.

Potremmo lasciare che ci si spacci un diploma per intelligenza, una sveglia per cuore, una medaglia per coraggio, ma potremmo permetterci che si facesse altrettanto con una ciofeca e un capolavoro?

[Questo articolo è uscito in versione cartacea come editoriale di LSC Mag, anno II, n.1]

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