Masterpiece: ecco perché non ne parlerò più (forse)

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Ieri sera è andata in onda la terza puntata di Masterpiece, reality per scovare nuovi talenti letterari. Anche se inizialmente ero scettico circa la possibilità di promuovere vera letteratura (o almeno narrativa di qualità) attraverso questa formula, alla fine sono diventato uno spettatore assiduo di questo esperimento tutto italiano.

La prima puntata l’ho criticata aspramente (come puoi leggere qui), mentre durante le seconda, sebbene ci fossero ancora lacune evidentissime legate alla necessità di fare un programma comunque adatto alla TV, avevo notato una certa volontà di andare incontro alle critiche che il web aveva sollevato (qui puoi leggere il resoconto della seconda puntata).

Quella di ieri sera era la puntata decisiva: quanto era possibile forzare il format, quanto si poteva intervenire sul programma in corso d’opera?

La risposta, anche un po’ scontata, è stata che in questa fase non è possibile fare di Masterpiece un programma tanto diverso da quello che stiamo vedendo. Nonostante gli ascolti non esaltanti (sebbene da non sottovalutare visti i numeri che l’editoria fa registrare), la parte “eliminatoria” del programma è stata pensata in un modo e gli autori non possono o non vogliono stravolgerla.

Resta dunque la prova di scrittura in trenta minuti, che non sarebbe considerata indicativa nemmeno in un corso di scrittura creativa e che invece qui è decisiva per la valutazione di un romanzo; resta la prova dei 59 secondi in ascensore, che non ha ragion d’essere (se non quella di promuovere autori RCS) dal momento in cui l’ospite non vota e il giudizio si basa comunque sulla lettura del romanzo; resta la ricerca dell’autore-personaggio (sentire De Carlo dire ai colleghi “questi qui funzionano, funziona la coppia” qualcosa vorrà dire); resta il ridottissimo, appena accennato, spazio in cui i giurati forniscono al telespettatore elementi di valutazione del testo in gara, e di un testo in generale.

Ieri è sparita la caratterizzazione dei giudici in stereotipi buono, bella e cattivo, ma solo perché De Carlo e De Cataldo sembravano essersi scambiati i ruoli.

Tutto da buttare? No.

No perché comunque si parla di libri; perché c’è Massimo Coppola e non può essere che il suo ruolo venga limitato a valletto per tutta la durata del programma; perché i consigli degli scrittori durante la sigla finale sono piacevolissimi; perché centinaia di migliaia di spettatori che a mezzanotte vogliono sentir parlare di scrittura sono un patrimonio che non può essere gettato via.

E allora?

Allora scelgo, in questa prima fase della trasmissione, e salvo improbabili stravolgimenti, di dare fiducia a Masterpiece e di evitare di fare il tiro al piccione sui tanti limiti che inevitabilmente mostra. L’augurio, la speranza, è che si corregga la rotta laddove sarà possibile, ovvero nella seconda fase del programma, facendo tesoro dell’oceano di critiche piovute dal web e cercando non solo di trovare un prodotto che funzioni in TV, ma anche di trovare una formula che piaccia a chi legge e sia utile a chi vorrebbe iniziare a farlo.

Perché il Masterpiece che vorrei dovrebbe dimostrare che fare letteratura in TV è più facile che scrivere un vero romanzo e non il contrario.

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2 pensieri su “Masterpiece: ecco perché non ne parlerò più (forse)

  1. Bravo, su alcuni tuoi punti sono davvero d’accordo. Il mio articolo sulla terza puntata esce domani. Le altre, se vuoi le trovi sul mio blog, giusto per un confronto.

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