Se con Renzi vince anche chi non lo vota

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Io Renzi non l’ho votato. Credo sia importante fare questa premessa, altrimenti questa riflessione rischia di confondersi con uno dei tantissimi peana che affollano il web in queste ore.

Non ho niente in comune con Matteo Renzi, né dal punto di vista politico né, da quel poco che posso carpire in TV, da quello umano.

Eppure ieri sera ho sentito di aver vinto un po’ anch’io. È difficile da spiegare, ma ci provo.

Provate ad astrarre Renzi dal contesto politico. Immaginate che sia uno di quei personaggi delle commedie americane in cui il protagonista fa carriera politica ma per la comprensione della storia non è necessario capire quale sia la sua parte, i suoi riferimenti ideologici e culturali, le sue ricette. Avete presente no? Il politico che si batte per i più deboli senza spiegare quali siano e in che modo vuole aiutarli, un cliché abusato ma sempre vincente, con la vittoria inaspettata e le bandierine che sventolano alla fine.

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Ecco, immaginate di trovarvi in quel film. Un film in cui potenzialmente, Renzi potrebbe essere anche di destra (e sono in molti a pensare che sia così, anche se da ieri sera lo dicono un po’ più a bassa voce).

In quel film lì, emergerebbe una questione, che sarebbe poi il nocciolo della trama, l’elemento discriminante tra il protagonista e gli antagonisti: Renzi rappresenterebbe un’intera generazione che si prende una rivincita, si rimbocca le maniche e rimette in moto il Paese.

Adesso, a me di prendermi una rivincita con chi mi ha preceduto me ne frega fino a un certo punto, anche perché le generalizzazioni non mi piacciono e pensare che chiunque abbia meno di quarant’anni sia migliore di chiunque ne abbia di più, mi pare una bella stronzata.

Quello che invece ritengo sia da non sottovalutare, è la portata simbolica di questa affermazione. Con la vittoria di ieri un’intera generazione (anche se per ora solo di una certa parte politica), ha smesso di lamentarsi, di dare la colpa a chi muove le leve del comando da anni, di scrivere sul proprio status di facebook che l’Italia è un Paese di merda e che vuole andare all’estero.

La vittoria di ieri sera, e questo è un innegabile merito di Renzi, a mio parere il più grande, dice che c’è una generazione pronta ad assumersi le proprie responsabilità, che non si limita più a pretendere, a denunciare, a lagnarsi, ma che vuole incidere, prendersi sulle spalle un pezzo di mondo malandato, ripulirlo, aggiustarlo, difenderlo. Andarne orgogliosa.

Qualcosa di analogo si era registrato già con la forte adesione giovanile al Movimento Cinque Stelle, ma allora la mia sensazione era che la pars destruens fosse molto più forte della pars construens. Votare Grillo era punire chi fino a quel momento aveva maramaldeggiato sulla dignità degli italiani. Sostenere Renzi, fare di un trentottenne il Segretario del primo partito italiano, dà un segnale diverso. A maggior ragione se quasi la metà di quelli che si sono opposti al Sindaco di Firenze si sono riconosciuti in Pippo Civati, che condivide col vincitore lo stesso tratto innovativo.

E se l’urlo “Andatevene a casa!” è liberatorio, non c’è dubbio che l’affermazione sicura e determinata di chi dice “Adesso tocca a noi!” dà una scossa che uno come me, nato nel 1977, non può non sentire.

Adesso tocca a noi, hanno ribadito ieri quasi due milioni di persone. Tocca a noi trovare le soluzioni d’emergenza, ma anche adattare il sistema alle trasformazioni che ha subito il mondo nel quale ci troviamo.

Adesso tocca a noi, abituati a lottare nei movimenti studenteschi per difendere ciò che ci volevano togliere (e che di fatto ci hanno tolto), soprattutto smettere di guardare al passato alla ricerca di ispirazione o di colpevoli da additare, perché sarà molto più bello provare a immaginare un futuro diverso da quello che ci hanno disegnato.

Senza alibi e senza odio, ieri sera un’intera generazione ha gridato forte “Adesso tocca a noi!”

Non ho votato Renzi, ma in quel noi, volente o no, non posso non riconoscermi.

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