
Gli ultimi mesi, come anche la mia assenza da questo spazio dimostra, sono stati piuttosto impegnativi per me.
Ho ripreso dopo due anni l’organizzazione del Festival Liberi sulla Carta; ho pubblicato un libro e mi sono impegnato nella sua promozione; mi sono persino candidato alle elezioni nella mia città per sostenere un progetto al quale tenevo molto; ho intrapreso nuove collaborazioni professionali e visto pubblicare alcuni degli autori che ho seguito come agente.
Insomma, io che conto pochissimo, ho passato gli ultimi mesi a contare: spettatori, copie vendute, presentazioni, lettori raggiunti, percentuali strappate, fatturati, persino voti.
Una conta continua, che per fortuna spesso mi ha arriso, ma qualche volta mi ha inevitabilmente deluso.
Eppure una costante c’è sempre stata: qualsiasi cosa abbia fatto negli ultimi mesi, l’ho fatta con impegno, passione, convinzione che fosse la cosa giusta. Per me, ogni azione, ogni scelta, ogni iniziativa, ha avuto un alto valore, anche se non sempre è così che è stata percepita al di fuori di me.
A volte mi è stato detto che non ne valeva la pena. Che quella tale azione non aveva avuto il necessario riscontro e quindi forse non aveva in sé il valore che io le riconoscevo.
Di quanto per me non sia possibile misurare in certi ambiti il valore con il solo riscontro numerico ne ho già parlato quando ho affrontato il tema dell’azione culturale, eppure mai come in questi mesi ho maturato la convinzione che abbiamo iniziato a confondere ciò che è misurabile con ciò che ha valore.
Abbiamo trasformato tutto in una gara.
Non basta più fare qualcosa: bisogna dimostrare che è andata bene, e per farlo bisogna sfoggiare fotografie di platee piene, piazze gremite, file chilometriche. Una cosa fatta ha valore se è una cosa cui tutti, o molti, hanno voluto partecipare.
Un libro non è più soltanto un libro: il suo valore risiede nelle copie vendute, la posizione in classifica, le recensioni, gli eventi e, cosa ancora più mortificante, i follower dell’autore.
Un festival non è più soltanto quello che accade durante quei tre giorni: il giudizio sulla sua bontà non trova più fondamento nel suo processo di preparazione, nella ricerca del percorso che ne giustifichi la necessità o che individui gli obiettivi, ma si misura dopo, contando gli spettatori, i numeri, la rassegna stampa, le interazioni sui social, in un confronto in cui intervengono fattori che fatico a considerare componenti di valore (non ultimo il budget).
Un giornale non è più soltanto quello che racconta, l’idea di società civile che vuole alimentare: sono le copie, gli utenti unici, le visualizzazioni, il tempo medio di permanenza, chi se ne importa se maturato per scoprire chi sia la nuova fiamma dell’attrice del momento.
Un politico non è più soltanto quello che propone o realizza, la sua forza non nasce in ciò che vuole rappresentare o nella visione che vuole suscitare, ma l’unico metro è il consenso, spesso anche solo nei sondaggi, talvolta basato su aspetti che di politico non hanno nulla, fondato su clientele o buone operazioni di marketing elettorale. Non c’è nessuna differenza, quello che conta sono soprattutto i numeri. Anzi no: sono solo i numeri.
Persino le persone finiscono dentro questa logica: curriculum, follower, stipendio, produttività, performance. Misuriamo il valore della vita con i viaggi che ci siamo potuti permettere, le case in cui abitiamo, i numeri delle nostre misure fisiche e qualunque altra cosa si possa misurare quantitativamente, con numeri dimostrabili o, meglio ancora, mostrabili.
Se hai valore, devo poterlo misurare e se fai qualcosa di importante, devi poterlo fatturare.
Il paradosso è che più siamo circondati da numeri, meno sappiamo cosa quei numeri significhino davvero. Abbiamo applicato alla misurazione del valore gli stessi parametri numerici che con il denaro abbiamo applicato alle merci: vale perché costa. In fondo, a due pezzi di stoffa uguali diamo un diverso valore a seconda del marchio che vi è riprodotto, e questo ci sembra normale, perché in altri ambiti dovrebbe essere diverso?
Semplicemente perché la misurazione del valore è semplice, ci permette di catalogare, di scegliere, di incasellare tutto in parametri facili, comprensibili, intellegibili. Ci da risposte e non solleva domande.
I numeri ci dicono tutto, e ne siamo stati così convinti che alla fine invece di utilizzarli per misurare il valore, abbiamo riconosciuto in essi stessi l’unico valore necessario.
Eppure…
Una cosa può avere 100.000 visualizzazioni e non aver cambiato niente nella vita di nessuno.
Un libro può vendere 300 copie e diventare importante per 300 persone.
Una serata può avere 40 spettatori e produrre una conversazione che continua per mesi o ricordi che durano per sempre.
Un articolo può essere letto da milioni di persone ed essere dimenticato dopo tre giorni, oppure da cinquecento persone e arrivare a quella giusta, quella cui l’informazione che contiene è necessaria per capire meglio ciò che voleva conoscere.
Il problema non è misurare le cose. Il problema nasce quando iniziamo a considerare reale soltanto ciò che possiamo misurare.
Non si tratta di filosofia, non è un ragionamento astratto, perché da questo approccio discendono una serie di considerazioni che incidono fortemente sulla vita di tutti (e a ben vedere, “tutti” è il numero più grande che si possa esprimere…)
Perché la misurazione, ad esempio, è diventata anche il modo principale per decidere cosa finanziare, cosa sostenere, cosa considerare importante.
Ma se una biblioteca di provincia deve dimostrare la propria utilità attraverso il numero dei prestiti, un festival attraverso quello degli spettatori, una scuola attraverso i risultati dei suoi studenti più eccellenti, un giornale attraverso i clic, un poeta dal numero dei suoi lettori, inevitabilmente tutto ciò che non produce numeri immediati diventa più fragile.
E forse è lì che dovremmo fermare la nostra attenzione: sulla fragilità. Sulla impossibilità di competere tutti alla stessa gara. Sulla necessità di individuare valore nel cambiamento comportato da un’azione e non solo nel numero di persone che da quell’azione sono raggiunte.
I numeri servono. Servono a capire, confrontare, amministrare, correggere gli errori.
Ma non possono essere il significato delle cose.
Forse dovremmo tornare ad avere il coraggio di accertarci, sulla base di parametri diversi, se può essere considerata riuscita anche una cosa che non ha fatto rumore. Che non ha fatto “i numeri”.
Un libro passato di mano in mano.
Una discussione nata dopo uno spettacolo.
Una persona che torna a casa con una domanda che prima non aveva.
Un incontro che non produce nulla, se non la voglia di incontrarsi ancora.
Non tutto ciò che conta può essere contato.
Ogni tanto, specie quando i numeri sono dalla nostra parte, dovremmo ricordarcelo.
