Il 17 novembre del 2013 la Rai lanciava Masterpiece, il primo talent show italiano dedicato alla scrittura. L’idea era tanto innovativa quanto rischiosa: trasformare il processo creativo della scrittura in uno spettacolo televisivo, con il sogno di portare la letteratura nelle case degli italiani attraverso le dinamiche accattivanti di un talent, sembrò da subito piuttosto audace. Anche se almeno inizialmente sul web si creò una certa attenzione verso Masterpiece, Il format che prometteva di scoprire nuovi autori e dare visibilità al mondo dell’editoria, registrò risultati contrastanti (ne scrissi più volte anche io, all’alba di questo blog).

Il tentativo di adattare la scrittura alle regole del prime time mise in luce un problema di fondo: la difficoltà di rendere semplice e televisivo un processo creativo che nasce intimo e complesso. Gli autori in gara, più che per il loro talento letterario, sembravano spesso giudicati per la loro capacità di “funzionare” in video. Tuttavia, il programma ebbe il merito di accendere i riflettori su una categoria di persone – gli aspiranti scrittori – che mai prima erano stati al centro dell’attenzione mediatica, né lo furono dopo. Nonostante ciò, l’esperimento durò appena una stagione, il programma fu chiuso e mai più riproposto, lasciando dietro di sé un vago ricordo e qualche giorno di sonnolento dibattito sul rapporto tra cultura e intrattenimento televisivo.
Il complesso rapporto tra letteratura e piccolo schermo
Masterpiece ha rappresentato solo uno dei tanti tentativi della televisione italiana di raccontare i libri. Anche prima di quell’esperimento, portare la letteratura in TV non era mai stato semplice. I programmi dedicati ai libri si sono sempre scontrati con le logiche di un mezzo che privilegia l’immediatezza e la leggerezza e hanno faticato a conciliare contenuti di qualità e riscontri in termini di ascolti televisivi, complice anche il confino in spazi del palinsesto non proprio destinati al grande pubblico. Negli anni ’90 questa sorte toccò a una trasmissione che cercava di rendere la lettura un fenomeno pop, A tutto volume, in onda su Canale 5 in tarda serata e condotto prima dall’ottima Alessandra Casella, poi dalla coppia formata da Daria Bignardi e David Riondino, mentre in tempi più recenti la Rai propone in quella collocazione Milleeunlibro: Scrittori in TV con Gigi Marzullo.
Anche se spazi dedicati esclusivamente ai libri la TV li ha sempre riservati e tuttora ne prevede alcuni. La televisione pubblica ha realizzato da anni anche un portale dedicato, Rai Letteratura, oggi all’interno dello spazio Rai Cultura, ma è chiaro che si tratti di prodotti indirizzati al pubblico ristrettissimo dei lettori forti e non certo capaci di divulgare tra tutti gli altri un minimo interesse verso il mondo dei libri.
Riprendendo la suddivisione già indicata dalla giornalista e divulgatrice culturale Marta Perego, si può dire che la televisione italiana, nel corso degli anni, abbia sviluppato tre principali modalità di approccio al tema dei libri: ci sono stati programmi che si concentravano esclusivamente sulla letteratura, riprendendo lo stile delle pagine culturali dei giornali, con classifiche, interviste e approfondimenti. Questo modello, inaugurato negli anni Sessanta con trasmissioni come L’Approdo, ha avuto il merito di trattare la materia in modo rigoroso, ma il suo stile sobrio e accademico si è rivolto troppo spesso a un pubblico di nicchia.
Un secondo approccio ha cercato di narrare i libri attraverso la forma televisiva, trasformando i romanzi in esperienze visive grazie a immagini suggestive, musica e storytelling. Programmi come Cult Book, condotto da Stas Gawronski, o Pickwick di Alessandro Baricco hanno avuto il pregio di rendere i libri protagonisti di una narrazione accattivante, senza perdere di vista la loro essenza: si tratta forse ancora oggi dei migliori programmi televisivi che siano stati realizzati per parlare di libri, ma anche in questo caso i numeri fatti registrare furono significativi ma non certo esaltanti.
La terza via, forse la più praticata, è quella cui abbiamo fatto cenno, che utilizza gli scrittori come ospiti in talk show, quiz o salotti televisivi: “scrittori che parlano”, che arrivano al grande pubblico molto di più di quanto lo facciano scrivendo. Questo approccio spesso riduce il mondo letterario a un contesto accessorio, ma ha comunque permesso alla cultura di dialogare con il pubblico generalista.
Forse non è un caso che la presenza di scrittori maggiormente percepita dal pubblico televisivo sia proprio quella registrata in trasmissioni generaliste, capaci di amplificare la loro voce e renderli figure riconoscibili anche da chi abitualmente non frequenta le librerie.
L’esempio più datato e riuscito è probabilmente quello del Maurizio Costanzo Show, popolare talk show nel quale la presenza di scrittori, nel variegato parterre di ospiti, era piuttosto frequente, tanto da rendere familiari al grande pubblico i volti (se non proprio i libri) di personaggi come Alberto Bevilacqua, Romano Battaglia o Andrea Camilleri.

In tempi più recenti altri programmi hanno svolto più o meno la stessa funzione, decretando, celebrando o certificando il successo degli scrittori più noti. È il caso di molti programmi condotti da Serena Dandini (Parla con me), Daria Bignardi (Le invasioni barbariche) e Fabio Fazio (Che tempo che fa), che hanno rappresentato per gli autori un’importante opportunità di uscire dai confini della propria nicchia e raggiungere un pubblico più vasto. C’è da chiedersi se senza la televisione, i suoi conduttori e la loro capacità di valorizzare le personalità degli ospiti, scrittori come Alessandro Baricco, Margaret Mazzantini, Antonio Scurati o Roberto Saviano sarebbero stati capaci di diventare non solo autori di successo, ma veri e propri personaggi mediatici. È questo modello di proposta dei libri in TV a risultare ancora il più efficace, dimostrando come la letteratura possa trovare una propria collocazione anche in spazi dedicati all’intrattenimento popolare, ma resta l’impressione che anche in questo caso sia il mezzo (cioè la TV) a imporre il suo linguaggio e non l’oggetto del racconto (cioè la letteratura) a trasmettere i suoi contenuti.
Eccellenze televisive che hanno raccontato i libri
Nonostante le difficoltà, alcuni programmi sono riusciti a trovare un equilibrio tra divulgazione e intrattenimento. Abbiamo detto di Marta Perego, che con il suo Ti racconto un libro, in onda su Iris a cavallo dei primi due decenni del 2000, ha dimostrato, insieme al co-conduttore Christian Mascheroni, come si potesse parlare di letteratura con freschezza e profondità, usando un linguaggio capace di attirare (verso lo schermo, ma forse anche in libreria) anche gli spettatori meno avvezzi alla lettura.
Un altro esempio di successo è stato sicuramente rappresentato dalla trasmissione di Rai 3 Per un pugno di libri. Condotto da volti noti della televisione che non avevano legato prima la loro immagine ai libri, da Patrizio Roversi a Neri Marcorè, fino a Veronica Pivetti e a Geppi Cucciari, Per un pugno di libri ha saputo combinare sin dal 1997 una sfida tra studenti con momenti di approfondimento culturale, trasformando la letteratura in un gioco coinvolgente e intelligente. La sua capacità di conquistare il pubblico è stata tale da convincere la Rai a reinserirlo nei palinsesti dopo una breve cancellazione nel 2010, dieci anni prima della chiusura definitiva del format.
Ma il tentativo più interessante forse è quello realizzato più recentemente, quando un approccio multimediale ha permesso un nuovo modello di racconto letterario nella trasmissione PlayBooks, trasmessa su RaiPlay. Questo format propone brevi episodi dedicati a temi ricorrenti in diversi romanzi e autori, con un linguaggio dinamico e immediato, pensato per un pubblico abituato alla fruizione digitale e strizzando l’occhio alla crossmedialità. Libero dalle logiche più stringenti dei palinsesti con la sua collocazione principalmente on demand, il programma presentato inizialmente da Vittorio Castelnuovo, prima affiancato e poi sostituito dalla filosofa e scrittrice Ilaria Gaspari, con i suoi “flash letterari” e l’apporto di figure note sul web, rende i libri accessibili senza rinunciare alla loro profondità, fornendo chiavi di lettura comuni a più opere e sfruttando al massimo le potenzialità del web.
Un futuro per i libri in televisione
Il rapporto tra libri e televisione continua a essere una sfida. Tuttavia, esperienze come quelle raccontate dimostrano che la cultura può trovare il suo spazio sul piccolo schermo, a patto che si trovi la giusta formula narrativa. Con un approccio creativo e il coraggio di sperimentare, la letteratura può diventare protagonista anche in un mondo dominato dall’intrattenimento veloce.
I libri, in fondo, hanno ancora molto da raccontare, anche in televisione.
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