“Non ti pago!” La regola aurea dell’editoria?

Parliamo di soldi.

Affrontare un argomento così spinoso, non solo per il mondo dell’editoria, può richiedere alcune precauzioni. E allora cerchiamo di fissare due capisaldi della discussione, senza i quali non è possibile un serio confronto.

Diamo per scontato, dunque, che tutti condividano questi immortali princìpi:

1) Scrivere (come compiere ogni altra opera grazie a una capacità creativa) è un lavoro e in quanto tale deve essere pagato.

2) Nello specifico, un editore è colui che si assume interamente il rischio di impresa della realizzazione e distribuzione di un libro, o di un giornale.

Era necessaria questa premessa, per molti ovvia, per evitare che la riflessione finisse per ripetere argomentazioni già ampiamente trattate altrove, e in modo certo più accurato di quanto possa fare io (per chi comunque volesse approfondire, vi rimando al sempre utile blog di Scrittori in Causa di cui trovate costantemente il link a fondo pagina).

Il centro della questione, brutalmente, è questo: non ci sono più i soldi, gli investimenti sono sempre più rischiosi e si lavora nella migliore delle ipotesi sottopagati, quando non in maniera completamente gratuita, in cambio di una visibilità che poi è tutta da dimostrare.

Anche su questo punto, niente può farvi comprendere l’assurdità di questa situazione meglio di questo divertente video della campagna #coglioneno.

Adesso quello che mi piacerebbe capire è a cosa sia dovuta questa pratica, che non sempre è dettata dalla voglia di speculare sul lavoro altrui, (anche se spesso, quasi sempre, è quello che si finisce per fare), quanto da un’oggettiva e riscontrabile mancanza di soldi.

Alla fine della fiera infatti, il punto è proprio quello: Ma poi, è vera questa storia che non ci sono più i soldi?

Sì e no.

Sì perché effettivamente la stampa cartacea sta subendo da anni una contrazione delle vendite che non conosce precedenti e che con le nuove tecnologie pare destinata a non fermarsi.

Sì perché effettivamente in Italia i lettori forti (se di lettore forte si può parlare per chi consuma dieci libri l’anno) sono in costante diminuzione.

Dati certo non rassicuranti, ma allora perché alla domanda sull’effettiva disponibilità di soldi ho risposto: “sì e no”?

Perché a parte l’odioso fenomeno dell’editoria a pagamento e quello dell’auto-pubblicazione spesso (sempre?) fine a se stessa, la suddetta crisi ha generato un’altra splendida perla come il Contratto ad Anticipo Zero, che gode contemporaneamente di due particolarità:

  • Non è proposto da una piccola casa editrice a conduzione famigliare, ma dal più grande gruppo editoriale italiano, la Mondadori
  • Ha l’acronimo più azzeccato della storia degli acronimi.

Ma cosa sono questi CAZ?

Di fatto si tratta di accordi con i quali l’editore che pubblica la maggior parte dei best seller italiani, staccando assegni con un numero spropositato di zeri a pochi fortunatissimi autori, propone all’esordiente di turno di essere pubblicato con un editore prestigioso, ma anche di condividere il rischio d’impresa rinunciando all’anticipo, cioè alla quota spettante all’autore per un lavoro che, indipendentemente dagli esiti delle vendite, lui ha già svolto.

Ecco l’inghippo, che rende i CAZ non certo la necessaria boccata d’ossigeno per l’editoria, quanto la vera risposta del colosso di Segrate alla genialata Feltrinelliana de “Il mio Libro”.

Ma se nemmeno queste aziende con fatturati multimilionari pagano gli scrittori, come se ne esce?

E soprattutto, è giusto in questi casi non veder riconosciuto il valore del proprio lavoro e accettare di averlo fatto gratis?

Alla prima domanda rispondo chiaramente, come ho più volte scritto manifestando la necessità che venissero pubblicati meno libri: caro editore, se pensi che un libro non possa vendere, non pubblicarlo. Chiaro, semplice, netto.

Nessuno ti chiede di assumerti un rischio che non ti senti di correre, perché tu chiedi a un autore di farlo? Perché lavorare gratis è assumersi un rischio enorme, certo maggiore di quello che un editore come Mondadori corre rischiando di sbagliare un titolo del catalogo.

Alla seconda domanda (è giusto lavorare gratis?), credo che la risposta sia tendenzialmente “no”, ma che sia necessario anche avere altri elementi.

Ci sono infatti delle eccezioni, che sono tuttavia figlie di personalissime convinzioni di chi si sente di lavorare senza un adeguato consenso. Uno scrittore può anche fare una valutazione di questo tipo: “Posso scrivere gratis per partecipare ad un progetto nel quale credo. Posso prestare la mia opera per dare vita a qualcosa che penso sia utile in generale o, più specificamente, possa tornare utile a me in particolare”.

Sono molti quelli che condannerebbero senza appello una presa di posizione del genere, ma questo proposito, a scanso di facili ipocrisie, voglio citare l’esperienza di Liberi sulla Carta, la Fiera dell’editoria indipendente che ho il piacere di organizzare e di cui trovate spesso notizia in questo blog. Ecco, LSC, se non fosse per le tantissime persone che vi collaborano attivamente senza chiedere alcun compenso, dando un contributo intellettuale, fisico e talvolta anche economico a tutta l’organizzazione, non potrebbe mai essere realizzata garantendo l’assoluta gratuità di tutti gli eventi (di altissimo profilo) e garantendo costi popolarissimi per gli editori e per tutte le attività al suo interno. LSC realizza anche LSC MAG, un magazine free press cui moltissimi scrittori, critici e giornalisti collaborano a titolo gratuito.

Inutile che adesso mi metta a ringraziare per l’ennesima volta tutti i pazzi che fanno parte di questa schiera, quanto piuttosto che indichi quale è l’elemento che, a parer mio, rende possibile tutto ciò.

Credo che alla fine, tutto si riconduca a un’ulteriore domanda, che immagino si sia posto ogni collaboratore di LSC: chi ci guadagna?

Se gli organizzatori non fossero i primi a farsi carico di un abnorme lavoro e spesso anche di pesanti costi di realizzazione, difficilmente potremmo registrare tante adesioni. Anche se probabilmente non dovrei scriverlo perché si tratta di episodi privati, mi piace ricordare che a volte persino alcuni degli ospiti di Liberi sulla Carta, dopo aver visto con i propri occhi la realtà cui erano stati chiamati a partecipare, hanno deciso di non ricevere il compenso dovuto alla loro partecipazione, lasciandolo quale contributo al Festival: è il caso della scrittrice Angela Bubba, che rifiutò il “gettone”, ma anche di Martina Testa, direttrice editoriale di Minimum Fax che motivò la decisione dicendo che la sua partecipazione faceva parte del suo lavoro e che nessun compenso era stato concordato: tutto vero, per carità, ma non era affatto dovuto che strappasse un assegno che gli era stato comunque riconosciuto.

Ovviamente il fatto che in un’impresa non ci sia un evidente lucro sul lavoro altrui, prestato gratuitamente, non è una ragione valida per lavorare gratis. Per questo lavoriamo costantemente per svincolare LSC dalla necessità di dover fare affidamento sul contributo di amici e volontari.

Ma uscendo dall’anomalia rappresentata dal nostro caso, il ragionamento corretto che ognuno dovrebbe fare immagino sia pressappoco questo: “Se una cosa non riesci a farla, è meglio che tu non la faccia piuttosto che tu la faccia sulle mie spalle. E se desidero che tu la faccia, ti aiuterò. Ma perché lo vorrò io, non perché mi stai ripagando con una visibilità che nessuno ti ha chiesto”.

Anche perché qualsiasi lavoro svolto gratis, è un lavoro che qualcun altro avrebbe potuto fare dietro giusta retribuzione.

E forse sarebbe stato meglio così.

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