ISBN: storia attuale di un male antico. (Oggi come ieri: “Non ti pago!”)

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Massimo Coppola, nella foto che l’editore utilizza quale avatar sul suo profilo twitter

Ieri si è chiuso il Salone internazionale del libro di Torino, e anche se non ho potuto partecipare (mi avrebbe fatto piacere rivedere qualche faccia amica, un giorno magari scriverò degli amici da fiera, quelli che incontri solo in quei contesti), non è stato difficile intuire quale fosse uno dei temi più caldi di questa edizione.

Il caso Mondadori-Rcs? No, qualcosa di molto meno attuale e certamente meno sorprendente: il fatto che in una consistente fetta del mondo dell’editoria, tendenzialmente, non si paghino i collaboratori.

Ne ho già parlato in questo blog esattamente un anno fa, per questo sono un po’ sorpreso che l’Affaire ISBN abbia suscitato tanto interesse.

Andiamo con ordine, cosa è successo?

Il caso è esploso su Twitter, quando lo scrittore britannico Hari Kunzru ha denunciato la casa editrice fondata da Massimo Coppola di non aver provveduto a riconoscere il compenso dovuto a sua moglie, Katie Kitamura, per un romanzo pubblicato nel 2014.

In breve sono stati trascinati nella polemica anche diversi traduttori e altri autori e collaboratori, che hanno fatto propria la denuncia dello scrittore britannico sotto l’egida dell’hashtag #OccupayISBN.

Inutile entrare nei dettagli della querelle, se siete interessati Paolo Armelli su Wired ha riassunto con precisione il susseguirsi degli eventi.

Vi basti sapere che l’editore Massimo Coppola, ex volto di MTV per il quale ho avuto modo di spendere parole d’elogio ai tempi del disastroso Masterpiece, ha risposto con una lettera aperta sul sito, dopo una settimana, con la quale spiegava (“lo spiegone”, per usare le sue stesse parole su twitter) la situazione della casa editrice, e il cui contenuto è più o meno il seguente: “Stavamo male, con la crisi è andata peggio, abbiamo fatto cose splendide, adesso non ho una lira, mi scuso”.

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Il logo di ISBN edizioni, editore nato dieci anni fa e con cui ha esordito, tra gli altri Michela Murgia

Nel dibattito sono poi intervenuti altri autori ISBN e intellettuali che hanno voluto dire la loro, a vario titolo, e con una gradazione di posizioni che vanno dalla condanna a Coppola e a ISBN alla solidarietà per chi, comunque, ha portato avanti per un decennio un prodotto di qualità. Tra questi segnalo soltanto il lunghissimo articolo di Christian Raimo su Minima et Moralia, che ha il merito di evidenziare, senza ipocrisie, le difficoltà degli imprenditori culturali.

Tutto finito, polemica archiviata e sotto a chi tocca (non è certo ISBN l’unico caso di editore insolvente)? Certamente no.

Perché l’ultimo atto della vicenda non poteva che essere una replica dei tanti collaboratori che, ancora una volta su Minima et Moralia, precisano di non voler accanirsi contro Coppola e di non voler fare di ISBN un capro espiatorio, ma ribadiscono che il “… lavoro culturale in genere, [è] visto troppo spesso in questo paese come un hobby, una missione, una grazia ricevuta, un’occasione per acquisire fama e prestigio sociale. Tutto, insomma, tranne che come lavoro. […] è un lavoro, che si basa su anni di studi e su un bagaglio di competenze acquisite. È un lavoro. Un lavoro come tutti gli altri e come tale va retribuito il giusto, nei tempi pattuiti. In denaro e non in visibilità o qualche rigo in più da aggiungere al curriculum“.

Una risposta durissima, che seppur sia da sempre un estimatore di ISBN, non posso che condividere.

Come ho ribadito più volte anche in questo blog, la qualità del prodotto finale non giustifica in nessun modo lo sfruttamento delle competenze e del lavoro altrui. Ho visto naufragare troppi progetti editoriali partiti sull’onda dell’entusiasmo e finiti con precari e collaboratori esterni ridotti sul lastrico, per empatizzare con chi gioca d’azzardo sulla pelle degli altri.

Solo un paio di anni fa ho assistito da una posizione privilegiata al dramma di molti collaboratori di Pubblico, quotidiano nato da una costola de Il Fatto Quotidiano per geniale intuizione di Luca Telese.

Il giornale, che doveva essere la nuova voce della sinistra, dopo soli tre mesi (tre!) si è visto costretto a chiudere i battenti, liquidando redattori e collaboratori.

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Luca Telese ai tempi in cui orgogliosamente presentava la nuova avventura editoriale, portato al naufragio dopo soli tre mesi da un disastroso piano industriale.

Immediatamente dopo Telese si è accomodato a Matrix, per gentile concessione di Mediaset, mentre in tanti meno fortunati, che magari lo avevano seguito nella nuova avventura lasciando la redazione de Il Fatto o di altre testate, sono rimasti a secco.

Memore di quell’esperienza, mi seccherebbe vedere il sorriso sardonico di Coppola nella nuova edizione di Masterpiece (o altrove), a riscuotere consensi e a sfruttare opportunità lavorative figlie anche delle imprese compiute da ISBN, se nel frattempo non sapessi che tutti i collaboratori dell’editore sono stati pagati fino all’ultimo centesimo.

Il fatto che Coppola sia bravo e ISBN una casa editrice che per certi versi è stata anche innovativa, non può avallare un sistema che continua a nutrirsi del motto che “con la cultura non si mangia”, senza aggiungere una postilla: “soprattutto con quella degli altri!”

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