I libri in TV: tra fallimenti e successi, le esperienze di una sfida culturale

Il 17 novembre del 2013 la Rai lanciava Masterpiece, il primo talent show italiano dedicato alla scrittura. L’idea era tanto innovativa quanto rischiosa: trasformare il processo creativo della scrittura in uno spettacolo televisivo, con il sogno di portare la letteratura nelle case degli italiani attraverso le dinamiche accattivanti di un talent, sembrò da subito piuttosto audace. Anche se almeno inizialmente sul web si creò una certa attenzione verso Masterpiece, Il format che prometteva di scoprire nuovi autori e dare visibilità al mondo dell’editoria, registrò risultati contrastanti (ne scrissi più volte anche io, all’alba di questo blog).

Giancarlo De Cataldo, Taiye Selasi e Andrea De Carlo. I tre scrittori erano i giudici del talent Masterpiece.

Il tentativo di adattare la scrittura alle regole del prime time mise in luce un problema di fondo: la difficoltà di rendere semplice e televisivo un processo creativo che nasce intimo e complesso. Gli autori in gara, più che per il loro talento letterario, sembravano spesso giudicati per la loro capacità di “funzionare” in video. Tuttavia, il programma ebbe il merito di accendere i riflettori su una categoria di persone – gli aspiranti scrittori – che mai prima erano stati al centro dell’attenzione mediatica, né lo furono dopo. Nonostante ciò, l’esperimento durò appena una stagione, il programma fu chiuso e mai più riproposto, lasciando dietro di sé un vago ricordo e qualche giorno di sonnolento dibattito sul rapporto tra cultura e intrattenimento televisivo.

Il complesso rapporto tra letteratura e piccolo schermo

Masterpiece ha rappresentato solo uno dei tanti tentativi della televisione italiana di raccontare i libri. Anche prima di quell’esperimento, portare la letteratura in TV non era mai stato semplice. I programmi dedicati ai libri si sono sempre scontrati con le logiche di un mezzo che privilegia l’immediatezza e la leggerezza e hanno faticato a conciliare contenuti di qualità e riscontri in termini di ascolti televisivi, complice anche il confino in spazi del palinsesto non proprio destinati al grande pubblico. Negli anni ’90 questa sorte toccò a una trasmissione che cercava di rendere la lettura un fenomeno pop, A tutto volume, in onda su Canale 5 in tarda serata e condotto prima dall’ottima Alessandra Casella, poi dalla coppia formata da Daria Bignardi e David Riondino, mentre in tempi più recenti la Rai propone in quella collocazione Milleeunlibro: Scrittori in TV con Gigi Marzullo.

Anche se spazi dedicati esclusivamente ai libri la TV li ha sempre riservati e tuttora ne prevede alcuni. La televisione pubblica ha realizzato da anni anche un portale dedicato, Rai Letteratura, oggi all’interno dello spazio Rai Cultura, ma è chiaro che si tratti di prodotti indirizzati al pubblico ristrettissimo dei lettori forti e non certo capaci di divulgare tra tutti gli altri un minimo interesse verso il mondo dei libri.

Riprendendo la suddivisione già indicata dalla giornalista e divulgatrice culturale Marta Perego, si può dire che la televisione italiana, nel corso degli anni, abbia sviluppato tre principali modalità di approccio al tema dei libri: ci sono stati programmi che si concentravano esclusivamente sulla letteratura, riprendendo lo stile delle pagine culturali dei giornali, con classifiche, interviste e approfondimenti. Questo modello, inaugurato negli anni Sessanta con trasmissioni come L’Approdo, ha avuto il merito di trattare la materia in modo rigoroso, ma il suo stile sobrio e accademico si è rivolto troppo spesso a un pubblico di nicchia.

Stas Gawronski e la redazione di Cult Book

Un secondo approccio ha cercato di narrare i libri attraverso la forma televisiva, trasformando i romanzi in esperienze visive grazie a immagini suggestive, musica e storytelling. Programmi come Cult Book, condotto da Stas Gawronski, o Pickwick di Alessandro Baricco hanno avuto il pregio di rendere i libri protagonisti di una narrazione accattivante, senza perdere di vista la loro essenza: si tratta forse ancora oggi dei migliori programmi televisivi che siano stati realizzati per parlare di libri, ma anche in questo caso i numeri fatti registrare furono significativi ma non certo esaltanti.

La terza via, forse la più praticata, è quella cui abbiamo fatto cenno, che utilizza gli scrittori come ospiti in talk show, quiz o salotti televisivi: “scrittori che parlano”, che arrivano al grande pubblico molto di più di quanto lo facciano scrivendo. Questo approccio spesso riduce il mondo letterario a un contesto accessorio, ma ha comunque permesso alla cultura di dialogare con il pubblico generalista.

Forse non è un caso che la presenza di scrittori maggiormente percepita dal pubblico televisivo sia proprio quella registrata in trasmissioni generaliste, capaci di amplificare la loro voce e renderli figure riconoscibili anche da chi abitualmente non frequenta le librerie.

L’esempio più datato e riuscito è probabilmente quello del Maurizio Costanzo Show, popolare talk show nel quale la presenza di scrittori, nel variegato parterre di ospiti, era piuttosto frequente, tanto da rendere familiari al grande pubblico i volti (se non proprio i libri) di personaggi come Alberto Bevilacqua, Romano Battaglia o Andrea Camilleri.

Giorgio Faletti alle Invasioni barbariche con Daria Bignardi (LA7); Silvia Avallone con Serena Dandini a Parla con me (Rai Tre); Alessandro Baricco con Fabio Fazio a Che tempo che fa (La9)

In tempi più recenti altri programmi hanno svolto più o meno la stessa funzione, decretando, celebrando o certificando il successo degli scrittori più noti. È il caso di molti programmi condotti da Serena Dandini (Parla con me), Daria Bignardi (Le invasioni barbariche) e Fabio Fazio (Che tempo che fa), che hanno rappresentato per gli autori un’importante opportunità di uscire dai confini della propria nicchia e raggiungere un pubblico più vasto. C’è da chiedersi se senza la televisione, i suoi conduttori e la loro capacità di valorizzare le personalità degli ospiti, scrittori come Alessandro Baricco, Margaret Mazzantini, Antonio Scurati o Roberto Saviano sarebbero stati capaci di diventare non solo autori di successo, ma veri e propri personaggi mediatici. È questo modello di proposta dei libri in TV a risultare ancora il più efficace, dimostrando come la letteratura possa trovare una propria collocazione anche in spazi dedicati all’intrattenimento popolare, ma resta l’impressione che anche in questo caso sia il mezzo (cioè la TV) a imporre il suo linguaggio e non l’oggetto del racconto (cioè la letteratura) a trasmettere i suoi contenuti.

Eccellenze televisive che hanno raccontato i libri

Marta Perego e Nick Hornby a Ti racconto un libro (Iris)

Nonostante le difficoltà, alcuni programmi sono riusciti a trovare un equilibrio tra divulgazione e intrattenimento. Abbiamo detto di Marta Perego, che con il suo Ti racconto un libro, in onda su Iris a cavallo dei primi due decenni del 2000, ha dimostrato, insieme al co-conduttore Christian Mascheroni, come si potesse parlare di letteratura con freschezza e profondità, usando un linguaggio capace di attirare (verso lo schermo, ma forse anche in libreria) anche gli spettatori meno avvezzi alla lettura.

Un altro esempio di successo è stato sicuramente rappresentato dalla trasmissione di Rai 3 Per un pugno di libri. Condotto da volti noti della televisione che non avevano legato prima la loro immagine ai libri, da Patrizio Roversi a Neri Marcorè, fino a Veronica Pivetti e a Geppi Cucciari, Per un pugno di libri ha saputo combinare sin dal 1997 una sfida tra studenti con momenti di approfondimento culturale, trasformando la letteratura in un gioco coinvolgente e intelligente. La sua capacità di conquistare il pubblico è stata tale da convincere la Rai a reinserirlo nei palinsesti dopo una breve cancellazione nel 2010, dieci anni prima della chiusura definitiva del format.

Ilaria Gaspari con Gioia Salvatori in PlayBooks (RaiPlay)

Ma il tentativo più interessante forse è quello realizzato più recentemente, quando un approccio multimediale ha permesso un nuovo modello di racconto letterario nella trasmissione PlayBooks, trasmessa su RaiPlay. Questo format propone brevi episodi dedicati a temi ricorrenti in diversi romanzi e autori, con un linguaggio dinamico e immediato, pensato per un pubblico abituato alla fruizione digitale e strizzando l’occhio alla crossmedialità. Libero dalle logiche più stringenti dei palinsesti con la sua collocazione principalmente on demand, il programma presentato inizialmente da Vittorio Castelnuovo, prima affiancato e poi sostituito dalla filosofa e scrittrice Ilaria Gaspari, con i suoi “flash letterari” e l’apporto di figure note sul web, rende i libri accessibili senza rinunciare alla loro profondità, fornendo chiavi di lettura comuni a più opere e sfruttando al massimo le potenzialità del web.

Un futuro per i libri in televisione

Il rapporto tra libri e televisione continua a essere una sfida. Tuttavia, esperienze come quelle raccontate dimostrano che la cultura può trovare il suo spazio sul piccolo schermo, a patto che si trovi la giusta formula narrativa. Con un approccio creativo e il coraggio di sperimentare, la letteratura può diventare protagonista anche in un mondo dominato dall’intrattenimento veloce.

I libri, in fondo, hanno ancora molto da raccontare, anche in televisione.

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Sorpresa! La Serie A non è più scarsa come la raccontiamo

Quando si pensa agli anni d’oro della Serie A, sicuramente si fa riferimento agli anni ’80 e ’90, quando il nostro campionato era considerato il più bello del mondo, i nostri club dominavano in Europa e anche la nazionale azzurra era protagonista nelle principali competizioni internazionali. D’altronde basta scorrere l’Albo d’Oro del Pallone d’Oro dal 1980 al 2008 per notare come soli due giocatori, Belanov e Owen, non abbiano giocato in Serie A, mentre dal 2009 al 2024 un solo vincitore ha poi calcato anche i nostri campi, Cristiano Ronaldo, giunto tra l’latro a fine carriera.

Da tanti anni la Serie A ha perso il suo predominio a favore di campionati più ricchi e spettacolari, Premier inglese e Liga spagnola su tutti, ma per molti il livello della Serie A è stato superato anche dalla Bundesliga tedesca e insidiato dalla League 1 francese.

Oggettivamente i risultati dei nostri club dopo l’ultimo canto del cigno dell’Inter di Mourinho capace di centrare il Triplete nel 2010 sono stati molto deludenti, con cinque stagioni consecutive che hanno visto le squadre italiane fare da spettatrici più che da comprimarie nelle Coppe europee.

Sicuramente oggi il livello della Serie A e del calcio italiano in generale è lontanissimo da quello degli anni d’oro, eppure qualche segnale di ripresa, nemmeno troppo timido, sembra vedersi all’orizzonte. Vediamo però a partire dagli anni ’80 che posto ha occupato nel mondo il calcio italiano, con l’augurio che il decennio in corso possa vedere una sua ripresa i cui segnali in parte si intuiscono già.

Gli anni 80, il Mundial e i grandi stranieri

Paolo Rossi vincitore del Pallone d’Oro

Il decennio che tutti ricordano per il Mundial trionfale del 1982 ha regalato anche tante altre soddisfazioni ai tifosi italiani: gli azzurri oltre al Campionato del Mondo del 1982 hanno chiuso il decennio con una semifinale ad Euro ’88 e il terzo posto nelle notti magiche di Italia ’90. L’Under 21 porta a casa una finale ai campionati europei con il nucleo che poi sarà protagonista della nazionale maggiore di Vicini.

A livello di club le cose sono andate ancora meglio: in Italia sono arrivate 3 Coppe dei Campioni /Champions League (2 Milan, 1 Juventus), cui si sommano due finali perse (Roma e Juventus), una persino ai rigori, 1 Coppa Uefa/Europa League (Napoli), 3 Supercoppe Europee (2 Milan, 1 Juventus), 2 Coppe delle Coppe (1 Juventus, 1 Sampdoria, con un’altra finale persa dai blucerchiati), e 3 Coppe Intercontinentali (2 Milan, 1 Juventus). A decretare il livello della serie A anche il Pallone d’Oro: in anni in cui i giocatori sudamericani non possono vincerlo e Maradona, Junior, Socrates, Falcao, Careca e tantissimi altri campioni deliziano i tifosi della Serie A, i giocatori europei del nostro campionato si aggiudicano ben 8 edizioni su 10, con la perla del successo dell’azzurro Paolo Rossi (Juventus), cui si aggiungono i tre di Michel Platini (Juventus), i due di Marco Van Basten (Milan), quello di Ruud Gullit (MIlan) e quello di Lothar Matthaus (Inter). Tuttavia anche la Serie B italiana dimostra grande competitività, con la rinnovata Mitropa Cup che viene trasformata in una Coppa dei Campioni della Serie B e vede vincere le italiane per cinque edizioni, con il Pisa (2 volte), il Milan, l’Ascoli e il Bari.

Gli anni 90, il calcio che conta è in Serie A

Sono questi gli anni in cui il livello tecnico medio della Serie A cresce moltissimo, tanto che spesso oggi si sente dire che alcuni calciatori di seconda fascia di quegli anni sarebbero ancora protagonisti assoluti del nostro campionato. La nazionale Azzurra deve fermarsi alla finale persa ai rigori ai mondiali di USA ’94, ma nel decennio si assiste al dominio della nostra Under 21, capace di vincere ben quattro campionati europei.

A livello di Club la Serie A fa una scorpacciata di trionfi europei: le squadre italiane sono costantemente protagoniste, sia in Coppa dei Campioni/Champions League, che conquistiamo due volte (Milan), con un successo che sfuma ai supplementari (Sampdoria), ma soprattutto in Coppa Uefa/Europa League, che portiamo a casa 6 volte (3 volte Inter, 1 Napoli, 1 Juventus e 1 Parma), con ben tre finali tutte italiane (Fiorentina, Roma e Lazio le squadre sconfitte). Arrivano anche 4 supercoppe europee (2 Milan, 1 Parma, 1 Juventus, 1 Lazio), due Coppe delle Coppe (Sampdoria e Lazio), 1 Coppa Intercontinentale (Milan) e 3 Trofei Intertoto (Bologna, Juventus Udinese), competizione appena introdotta. Non manca un successo anche per la nostra serie B, con il Torino che si aggiudica la Mitropa Cup e la Cremonese che vince il Torneo Anglo Italiano. Durante questo decennio il Pallone d’Oro viene aperto a giocatori di qualsiasi nazionalità e la Serie A è ancora assoluta protagonista, con cinque affermazioni, una delle quali all’italiano Roberto Baggio (Juventus), mentre le altre sono dei milanisti Van Basten e Whea e dello juventino Zidane e dell’interista Ronaldo; colpisce tuttavia notare come tutti i giocatori che hanno vinto il pallone d’oro in questo decennio hanno comunque poi giocato in serie A.

Gli anni 2000, il trionfo di Berlino e il canto del cigno in Champions League

L’Italia Campione del Mondo nel 2006

Anche il primo decennio del nuovo secolo è capace ancora di dare soddisfazioni al calcio italiano. La più grande in assoluto è il Campionato del Mondo vinto dalla Nazionale nel 2006, cui si aggiunge anche un europeo Under 21. Ma anche a livello di club le squadre italiane salgono sul tetto d’Europa, con 3 Coppe dei Campioni/Champions League (2 Milan, 1 Inter) con la finale tutta italiana tra Milan e Juventus nel 2003 (cui si aggiunge la finale persa Istambul dal Milan contro il Liverpool), 2 Supercoppe Europee (Milan), 1 Mondiale Fifa per Club (Milan) e un Trofeo Intertoto (Perugia). In questi anni arrivano gli ultimi Palloni d’Oro in Serie A, che sono ancora ben 4 (i milanisti Kakà e Shevchenko e gli juventini Nedved e soprattutto Cannavaro, ultimo trionfatore italiano) così come giocano in Serie A due dei trionfatori della Scarpa d’Oro, entrambi italiani: Toni (Fiorentina) e Totti (Roma). L’assenza di squadre protagoniste in Coppa UEFA/Europa League però, inizia a denotare come, malgrado le eccellenze ancora presenti, forse il livello medio della Serie A non è più quello del decennio precedente.

Gli anni 10, il declino del calcio italiano

La Scarpa d’Oro di Ciro Immobile nel 2020, unico riconoscimento internazionale al calcio italiano di tutto il decennio

Sono gli anni che segnano il declino inesorabile del calcio italiano. La nostra nazionale disputa due campionati mondiali, gli ultimi per cui si qualifica, senza vincere neppure un incontro ed essendo eliminata al primo turno. Va un po’ meglio agli Europei, che ci vedono una volta in finale (2012), così come un timido sorriso lo strappa il terzo posto alla Confederation Cup (2013). Arriva in questo decennio anche la prima non qualificazione ai mondali dopo oltre mezzo secolo dalla precedente. Anche a livello di club il bottino è magro, sebbene ci siano due finali di Coppa dei Campioni/Champions League (entrambe della Juventus) e, dopo oltre un ventennio, torniamo a disputare una finale di Europa League (con l’Inter). Ma per la prima volta il decennio si chiude senza alcun trionfo del calcio italiano a livello internazionale, con i calciatori della Serie A assenti dall’albo d’oro del Pallone d’Oro. L’unico riconoscimento internazionale al calcio italiano negli anni Dieci arriva in chiusura, con la Scarpa d’Oro 2020, vinta da Ciro Immobile (Lazio).

Gli anni 20, Campioni d’Europa, il risveglio

L’Atalanta che riporta l’Europa League in Italia dopo 25 anni.

Il decennio non è ancora arrivato a metà, eppure qualche segnale di risveglio il calcio italiano sembra darlo. Su tutti il trionfo della nazionale agli Europei del 2021 (anche se per le statistiche si chiamano Euro 2020), cui fanno da corredo anche due terzi posti alla neo introdotta Nation League. Pessimo invece il bottino relativo al Campionato del Mondo, che ancora una volta non ci vede qualificati.

I club della Serie A invece tornano a mettere in bacheca trofei internazionali: In Coppa dei Campioni/Champions League sfioriamo soltanto l’impresa con l’Inter che si ferma in finale, ma portiamo a casa una Coppa Uefa/Europa League (Atalanta), cui si aggiunge una finale persa ai rigori (Roma) e una Conference League (Roma), cui vanno sommate anche le due sfortunate finali della Fiorentina. Nella stagione 2024-2025 inoltre si raggiunge il record di squadre italiane presenti in Champions League (5) e complessivamente nelle Coppe europee (8).

Quindi, va tutto bene?

Chiaro che no. La Champions League manca nelle bacheche italiane da troppi anni, così come l’assenza ai Mondiali di calcio dell’Italia è una ferita profonda. L’europeo del 2024 ha visto la nazionale in forte difficoltà e il miglior calciatore della Serie A è arrivato solo settimo nella classifica dell’ultimo Pallone d’Oro (l’interista Lautaro Martinez). Eppure segnali ci sono: nonostante il declino degli ultimi decenni, la Serie A ha dimostrato che il calcio italiano non è così “scarso” come spesso si racconta. In passato la Serie A ha saputo primeggiare a livello internazionale, regalando trionfi, campioni e momenti iconici che restano impressi nella storia, ma anche oggi, pur rimanendo lontani dai fasti degli anni ’80 e ’90, il calcio italiano sta mostrando segnali di ripresa; Club e Nazionale cercano di colmare il gap economico rispetto ai campionati più ricchi attraverso l’innovazione tattica e la valorizzazione dei giovani talenti: qualche risultato si è visto, e il trionfo europeo degli Azzurri nel 2021, così come il ritorno delle squadre italiane a competere per trofei continentali indicano che le idee possono sopperire, almeno in parte, alle differenze economiche. Certo servono investimenti, strutture, vivai, ma non manca la passione su cui costruire un nuovo modello di calcio, inseguendo un futuro che potrebbe riportare la Serie A e il calcio italiano a nuova competitività internazionale.

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