Prodotto o azione culturale? Le politiche culturali oltre i numeri, dentro le comunità

Misurare il successo

Ho iniziato la mia esperienza come operatore culturale venti anni fa, gestendo uno spazio in cui venivano organizzati eventi, concerti, mostre, rappresentazioni teatrali, corsi delle più svariate discipline artistiche e non solo. Da quella esperienza sono nate collaborazioni con festival e realtà locali fino al 2009, quando la messa a sistema di tante capacità e sensibilità diverse ha dato vita a Liberi sulla Carta, festival letterario e fiera dell’editoria indipendente di cui, per quasi quindici anni, ho avuto la responsabilità e il grandissimo piacere di coordinare gli straordinari organizzatori, in tutte le fasi necessarie (progettazione, realizzazione, comunicazione e rendicontazione). Dopo le prime, pionieristiche edizioni, la partecipazione del pubblico a questo evento, come la sua visibilità sui media anche nazionali, sono cresciute fino a diventare consistenti. Nell’ambito degli eventi letterari indipendenti, si può dire che Liberi sulla Carta sia stata una manifestazione di successo.

E’ stato il quel momento che ci siamo chiesti: “Ma cos’è davvero il successo? Come si misura l’efficacia di un’azione culturale?”

Spesso il nostro lavoro è stato descritto in termini lusinghieri proprio perché riusciva a “muovere tanta gente”. Eppure, se ci fermassimo a riflettere, ci accorgeremmo di quanto la partecipazione sia un dato importante, ma non sufficiente. Qualsiasi evento gratuito che vedesse la presenza di una personalità molto popolare potrebbe attrarre numeri considerevoli, ma ciò basterebbe a definirlo un’azione culturale incisiva?

Al contrario, alcuni appuntamenti delle prime edizioni di Liberi sulla Carta — come il recital di David Riondino o il reading di Paolo Briguglia con i racconti di Camilleri — furono seguiti da poche decine di persone. Eppure non furono eventi meno significativi. Anzi. Non erano prodotti culturali meno utili, né scelte meno efficaci. Al contrario, rappresentavano in modo limpido una visione dell’azione culturale ambiziosa, che la voleva non solo capace di intercettare l’interesse collettivo, ma anche di essere uno strumento di trasformazione.

È per questo che mi ha sempre imbarazzato l’idea che l’impatto delle politiche culturali potesse essere valutato esclusivamente attraverso criteri numerici. Non si può prescindere dal come e dal perché un’azione culturale viene realizzata: è un concetto difficile da trasmettere ai propri interlocutori (soprattutto sponsor e istituzioni) eppure è in esso che risiede la quasi totalità del valore di un progetto.

L’azione culturale autentica

Intendiamoci: rivolgersi a un pubblico il più possibile ampio non è un vulnus, né un obiettivo da sottovalutare: in fondo cultura vuol dire anche inclusione, ogni autentica azione culturale è per definizione inclusiva, altrimenti è una contraffazione, è una rivendicazione identitaria, e stiamo parlando di qualcosa di molto diverso.

Ed ecco che tornano prepotenti il “come” e il “perché”, elementi alla base non solo della valutazione di efficacia di un’azione culturale, ma anche della partecipazione o meno del pubblico, che può rendersi parte attiva di questo processo. Lo spiega meglio di quanto farei io Franco De Biase: “Se la questione dell’innovazione culturale va affrontata in termini strutturali e di sistema (di ecosistema?), dobbiamo allora mirare all’obiettivo di coltivare per la cultura un pubblico non solo attivo e partecipe, ma anche disposto a diventare consapevolmente parte attiva di questo (eco)sistema. Un pubblico consapevole delle criticità relative alla forma di produzione e circolazione di cultura, cioè delle condizioni in cui si determina l’offerta culturale” (I pubblici della cultura – a cura di Franco De Biase – Franco Angeli Editore, 2014).

Pensiamo agli eventi culturali che si svolgono nelle province, lontano dai riflettori delle città più importanti: una passerella di volti noti può avere un suo valore, certamente; può divertire, può accendere i riflettori su un territorio, può persino attrarre turismo. Ma è questa (o meglio: solo questa) l’essenza di un’azione culturale? Io non l’ho mai pensata così. Non mi ha mai convinto la considerazione che la cultura fosse un’industria, un settore da cui tirare fuori potenzialità economiche, lo “sbigliettamento” o “l’applausometro” come strumento di misurazione del successo. L’azione culturale è — o dovrebbe essere — invece, un mezzo per cambiare le cose, un mezzo potentissimo.

Non si può parlare di reali politiche culturali se non si considera che l’operatore culturale o è agente di cambiamento, oppure non ha motivo di esistere. Non è un impresario, né un “festarolo”, e non dovrebbe riconoscersi in queste definizioni nemmeno chi è chiamato a realizzare politiche culturali pubbliche da posizioni di responsabilità. Esistono già altre figure in grado di proporre intrattenimento e momenti di socialità, legittimi e spesso necessari. Ne esistono altre che si propongono di mettere a reddito determinati talenti, di rispondere a determinati bisogni del pubblico, e lo fanno benissimo. Ma mezzo dell’operatore culturale è l’azione culturale, e il suo fine è mirare anche — e soprattutto — a generare consapevolezza, a incidere, a lasciare una traccia.

Un esempio efficace lo fa Ledo Prato: “Sarebbe interessante capire se le persone che hanno seguito gli eventi di un festival letterario hanno anche contribuito alla sua progettazione e realizzazione, se, dopo questa esperienza, hanno comprato più libri, sono andate più spesso al cinema, a teatro, al museo. Se insomma il festival ha inciso sui comportamenti, sui consumi culturali, sulle relazioni sociali, spingendo a partecipare di più alla vita culturale della città [contestualmente alimentandola, aggiungo io]. Ecco a cosa dobbiamo guardare per valutare il senso di un’iniziativa culturale, solo così possiamo poi collocarla dentro le dinamiche di quel contesto” (Cittadinanza è cultura, conversazione con Paolo Di Paolo, Donzelli 2024).

Stabilire nuovi obiettivi per riconoscere l’efficacia di un’azione culturale

Ecco allora che, mi si perdoni l’autoreferenzialità dovuta alla necessità di parlare di qualcosa che conosco, anche il piccolo successo di Liberi sulla Carta assume nuovi contorni che è possibile distinguere: il suo vero impatto non è più (solo) nelle migliaia di persone che, nel tempo, hanno assistito agli eventi. Ma, ad esempio, nel fatto che in tantissimi lo abbiano sostenuto economicamente con il crowdfunding o si siano fatti volano delle campagne di autofinanziamento. Il valore di quella esperienza è misurabile negli spettatori che successivamente alla fruizione dello stesso hanno contattato gli organizzatori e sono divenuti (instancabili) volontari o addirittura sono entrati nell’organizzazione vera e propria del festival, curandone in autonomia durante tutto l’anno determinati aspetti e offrendo una pluralità di punti di vista che ne accrescevano la ricchezza.

Così come vero valore è stato vedere lettori stimolare l’organizzazione di particolari incontri e, in diversi casi, realizzarli autonomamente all’interno della manifestazione. Che la spinta creativa degli artisti, la proattività organizzativa degli editori, le sinergie nate con altre realtà associative, la partecipazione di librerie, biblioteche locali e scuole siano, a un certo punto, diventati il cuore pulsante della costruzione del programma, è una certificazione di valore più credibile di quella rappresentata dalle platee piene per gli incontri più seguiti.

Anche quando qualcuno degli appuntamenti così generati non aveva il riscontro di pubblico di altri, portava con sé un valore più profondo: era l’espressione di una comunità culturale viva, partecipata, in movimento. Un festival che non si limitava a offrire cultura, ma che si innestava nei contesti dati (penso alla bellissima collaborazione col premio Città di Rieti, che vedeva entrambe le iniziative valorizzate), co-creava la cultura insieme a chi la viveva. In questa trasformazione Liberi sulla Carta smetteva di essere evento per caratterizzarsi come autentica azione culturale.

Mi rendo conto che quelle che sto lasciando sono riflessioni in libertà, figlie oltre che della mia parziale visione, anche della mia limitata esperienza. Quando si parla di politiche culturali si sollevano scenari e interrogativi cui mi è impossibile dare tutte le risposte.

Ma dopo venti anni di esperienza maturata, un’esigenza la sento insopprimibile: ritenere importante e doveroso, anzi pretendere, che chi si occupa di politiche culturali pubbliche, inizi almeno a farsi le giuste domande.

Ne abbiamo bisogno e, in fondo, ce lo meritiamo.

I libri in TV: tra fallimenti e successi, le esperienze di una sfida culturale

Il 17 novembre del 2013 la Rai lanciava Masterpiece, il primo talent show italiano dedicato alla scrittura. L’idea era tanto innovativa quanto rischiosa: trasformare il processo creativo della scrittura in uno spettacolo televisivo, con il sogno di portare la letteratura nelle case degli italiani attraverso le dinamiche accattivanti di un talent, sembrò da subito piuttosto audace. Anche se almeno inizialmente sul web si creò una certa attenzione verso Masterpiece, Il format che prometteva di scoprire nuovi autori e dare visibilità al mondo dell’editoria, registrò risultati contrastanti (ne scrissi più volte anche io, all’alba di questo blog).

Giancarlo De Cataldo, Taiye Selasi e Andrea De Carlo. I tre scrittori erano i giudici del talent Masterpiece.

Il tentativo di adattare la scrittura alle regole del prime time mise in luce un problema di fondo: la difficoltà di rendere semplice e televisivo un processo creativo che nasce intimo e complesso. Gli autori in gara, più che per il loro talento letterario, sembravano spesso giudicati per la loro capacità di “funzionare” in video. Tuttavia, il programma ebbe il merito di accendere i riflettori su una categoria di persone – gli aspiranti scrittori – che mai prima erano stati al centro dell’attenzione mediatica, né lo furono dopo. Nonostante ciò, l’esperimento durò appena una stagione, il programma fu chiuso e mai più riproposto, lasciando dietro di sé un vago ricordo e qualche giorno di sonnolento dibattito sul rapporto tra cultura e intrattenimento televisivo.

Il complesso rapporto tra letteratura e piccolo schermo

Masterpiece ha rappresentato solo uno dei tanti tentativi della televisione italiana di raccontare i libri. Anche prima di quell’esperimento, portare la letteratura in TV non era mai stato semplice. I programmi dedicati ai libri si sono sempre scontrati con le logiche di un mezzo che privilegia l’immediatezza e la leggerezza e hanno faticato a conciliare contenuti di qualità e riscontri in termini di ascolti televisivi, complice anche il confino in spazi del palinsesto non proprio destinati al grande pubblico. Negli anni ’90 questa sorte toccò a una trasmissione che cercava di rendere la lettura un fenomeno pop, A tutto volume, in onda su Canale 5 in tarda serata e condotto prima dall’ottima Alessandra Casella, poi dalla coppia formata da Daria Bignardi e David Riondino, mentre in tempi più recenti la Rai propone in quella collocazione Milleeunlibro: Scrittori in TV con Gigi Marzullo.

Anche se spazi dedicati esclusivamente ai libri la TV li ha sempre riservati e tuttora ne prevede alcuni. La televisione pubblica ha realizzato da anni anche un portale dedicato, Rai Letteratura, oggi all’interno dello spazio Rai Cultura, ma è chiaro che si tratti di prodotti indirizzati al pubblico ristrettissimo dei lettori forti e non certo capaci di divulgare tra tutti gli altri un minimo interesse verso il mondo dei libri.

Riprendendo la suddivisione già indicata dalla giornalista e divulgatrice culturale Marta Perego, si può dire che la televisione italiana, nel corso degli anni, abbia sviluppato tre principali modalità di approccio al tema dei libri: ci sono stati programmi che si concentravano esclusivamente sulla letteratura, riprendendo lo stile delle pagine culturali dei giornali, con classifiche, interviste e approfondimenti. Questo modello, inaugurato negli anni Sessanta con trasmissioni come L’Approdo, ha avuto il merito di trattare la materia in modo rigoroso, ma il suo stile sobrio e accademico si è rivolto troppo spesso a un pubblico di nicchia.

Stas Gawronski e la redazione di Cult Book

Un secondo approccio ha cercato di narrare i libri attraverso la forma televisiva, trasformando i romanzi in esperienze visive grazie a immagini suggestive, musica e storytelling. Programmi come Cult Book, condotto da Stas Gawronski, o Pickwick di Alessandro Baricco hanno avuto il pregio di rendere i libri protagonisti di una narrazione accattivante, senza perdere di vista la loro essenza: si tratta forse ancora oggi dei migliori programmi televisivi che siano stati realizzati per parlare di libri, ma anche in questo caso i numeri fatti registrare furono significativi ma non certo esaltanti.

La terza via, forse la più praticata, è quella cui abbiamo fatto cenno, che utilizza gli scrittori come ospiti in talk show, quiz o salotti televisivi: “scrittori che parlano”, che arrivano al grande pubblico molto di più di quanto lo facciano scrivendo. Questo approccio spesso riduce il mondo letterario a un contesto accessorio, ma ha comunque permesso alla cultura di dialogare con il pubblico generalista.

Forse non è un caso che la presenza di scrittori maggiormente percepita dal pubblico televisivo sia proprio quella registrata in trasmissioni generaliste, capaci di amplificare la loro voce e renderli figure riconoscibili anche da chi abitualmente non frequenta le librerie.

L’esempio più datato e riuscito è probabilmente quello del Maurizio Costanzo Show, popolare talk show nel quale la presenza di scrittori, nel variegato parterre di ospiti, era piuttosto frequente, tanto da rendere familiari al grande pubblico i volti (se non proprio i libri) di personaggi come Alberto Bevilacqua, Romano Battaglia o Andrea Camilleri.

Giorgio Faletti alle Invasioni barbariche con Daria Bignardi (LA7); Silvia Avallone con Serena Dandini a Parla con me (Rai Tre); Alessandro Baricco con Fabio Fazio a Che tempo che fa (La9)

In tempi più recenti altri programmi hanno svolto più o meno la stessa funzione, decretando, celebrando o certificando il successo degli scrittori più noti. È il caso di molti programmi condotti da Serena Dandini (Parla con me), Daria Bignardi (Le invasioni barbariche) e Fabio Fazio (Che tempo che fa), che hanno rappresentato per gli autori un’importante opportunità di uscire dai confini della propria nicchia e raggiungere un pubblico più vasto. C’è da chiedersi se senza la televisione, i suoi conduttori e la loro capacità di valorizzare le personalità degli ospiti, scrittori come Alessandro Baricco, Margaret Mazzantini, Antonio Scurati o Roberto Saviano sarebbero stati capaci di diventare non solo autori di successo, ma veri e propri personaggi mediatici. È questo modello di proposta dei libri in TV a risultare ancora il più efficace, dimostrando come la letteratura possa trovare una propria collocazione anche in spazi dedicati all’intrattenimento popolare, ma resta l’impressione che anche in questo caso sia il mezzo (cioè la TV) a imporre il suo linguaggio e non l’oggetto del racconto (cioè la letteratura) a trasmettere i suoi contenuti.

Eccellenze televisive che hanno raccontato i libri

Marta Perego e Nick Hornby a Ti racconto un libro (Iris)

Nonostante le difficoltà, alcuni programmi sono riusciti a trovare un equilibrio tra divulgazione e intrattenimento. Abbiamo detto di Marta Perego, che con il suo Ti racconto un libro, in onda su Iris a cavallo dei primi due decenni del 2000, ha dimostrato, insieme al co-conduttore Christian Mascheroni, come si potesse parlare di letteratura con freschezza e profondità, usando un linguaggio capace di attirare (verso lo schermo, ma forse anche in libreria) anche gli spettatori meno avvezzi alla lettura.

Un altro esempio di successo è stato sicuramente rappresentato dalla trasmissione di Rai 3 Per un pugno di libri. Condotto da volti noti della televisione che non avevano legato prima la loro immagine ai libri, da Patrizio Roversi a Neri Marcorè, fino a Veronica Pivetti e a Geppi Cucciari, Per un pugno di libri ha saputo combinare sin dal 1997 una sfida tra studenti con momenti di approfondimento culturale, trasformando la letteratura in un gioco coinvolgente e intelligente. La sua capacità di conquistare il pubblico è stata tale da convincere la Rai a reinserirlo nei palinsesti dopo una breve cancellazione nel 2010, dieci anni prima della chiusura definitiva del format.

Ilaria Gaspari con Gioia Salvatori in PlayBooks (RaiPlay)

Ma il tentativo più interessante forse è quello realizzato più recentemente, quando un approccio multimediale ha permesso un nuovo modello di racconto letterario nella trasmissione PlayBooks, trasmessa su RaiPlay. Questo format propone brevi episodi dedicati a temi ricorrenti in diversi romanzi e autori, con un linguaggio dinamico e immediato, pensato per un pubblico abituato alla fruizione digitale e strizzando l’occhio alla crossmedialità. Libero dalle logiche più stringenti dei palinsesti con la sua collocazione principalmente on demand, il programma presentato inizialmente da Vittorio Castelnuovo, prima affiancato e poi sostituito dalla filosofa e scrittrice Ilaria Gaspari, con i suoi “flash letterari” e l’apporto di figure note sul web, rende i libri accessibili senza rinunciare alla loro profondità, fornendo chiavi di lettura comuni a più opere e sfruttando al massimo le potenzialità del web.

Un futuro per i libri in televisione

Il rapporto tra libri e televisione continua a essere una sfida. Tuttavia, esperienze come quelle raccontate dimostrano che la cultura può trovare il suo spazio sul piccolo schermo, a patto che si trovi la giusta formula narrativa. Con un approccio creativo e il coraggio di sperimentare, la letteratura può diventare protagonista anche in un mondo dominato dall’intrattenimento veloce.

I libri, in fondo, hanno ancora molto da raccontare, anche in televisione.

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