La rivista online Lanternaweb e l’Associazione Lapaginabianca.docx mi hanno chiesto di fare due chiacchiere su Liberi sulla Carta dopo la sua rinascita a Roma.
L’ho fatto volentieri con il direttore Alessandro Verrelli e Aurora Cino.
Ho iniziato la mia esperienza come operatore culturale venti anni fa, gestendo uno spazio in cui venivano organizzati eventi, concerti, mostre, rappresentazioni teatrali, corsi delle più svariate discipline artistiche e non solo. Da quella esperienza sono nate collaborazioni con festival e realtà locali fino al 2009, quando la messa a sistema di tante capacità e sensibilità diverse ha dato vita a Liberi sulla Carta, festival letterario e fiera dell’editoria indipendente di cui, per quasi quindici anni, ho avuto la responsabilità e il grandissimo piacere di coordinare gli straordinari organizzatori, in tutte le fasi necessarie (progettazione, realizzazione, comunicazione e rendicontazione). Dopo le prime, pionieristiche edizioni, la partecipazione del pubblico a questo evento, come la sua visibilità sui media anche nazionali, sono cresciute fino a diventare consistenti. Nell’ambito degli eventi letterari indipendenti, si può dire che Liberi sulla Carta sia stata una manifestazione di successo.
E’ stato il quel momento che ci siamo chiesti: “Ma cos’è davvero il successo? Come si misura l’efficacia di un’azione culturale?”
Spesso il nostro lavoro è stato descritto in termini lusinghieri proprio perché riusciva a “muovere tanta gente”. Eppure, se ci fermassimo a riflettere, ci accorgeremmo di quanto la partecipazione sia un dato importante, ma non sufficiente. Qualsiasi evento gratuito che vedesse la presenza di una personalità molto popolare potrebbe attrarre numeri considerevoli, ma ciò basterebbe a definirlo un’azione culturale incisiva?
Al contrario, alcuni appuntamenti delle prime edizioni di Liberi sulla Carta — come il recital di David Riondino o il reading di Paolo Briguglia con i racconti di Camilleri — furono seguiti da poche decine di persone. Eppure non furono eventi meno significativi. Anzi. Non erano prodotti culturali meno utili, né scelte meno efficaci. Al contrario, rappresentavano in modo limpido una visione dell’azione culturale ambiziosa, che la voleva non solo capace di intercettare l’interesse collettivo, ma anche di essere uno strumento di trasformazione.
È per questo che mi ha sempre imbarazzato l’idea che l’impatto delle politiche culturali potesse essere valutato esclusivamente attraverso criteri numerici. Non si può prescindere dal come e dal perché un’azione culturale viene realizzata: è un concetto difficile da trasmettere ai propri interlocutori (soprattutto sponsor e istituzioni) eppure è in esso che risiede la quasi totalità del valore di un progetto.
L’azione culturale autentica
Intendiamoci: rivolgersi a un pubblico il più possibile ampio non è un vulnus, né un obiettivo da sottovalutare: in fondo cultura vuol dire anche inclusione, ogni autentica azione culturale è per definizione inclusiva, altrimenti è una contraffazione, è una rivendicazione identitaria, e stiamo parlando di qualcosa di molto diverso.
Ed ecco che tornano prepotenti il “come” e il “perché”, elementi alla base non solo della valutazione di efficacia di un’azione culturale, ma anche della partecipazione o meno del pubblico, che può rendersi parte attiva di questo processo. Lo spiega meglio di quanto farei io Franco De Biase: “Se la questione dell’innovazione culturale va affrontata in termini strutturali e di sistema (di ecosistema?), dobbiamo allora mirare all’obiettivo di coltivare per la cultura un pubblico non solo attivo e partecipe, ma anche disposto a diventare consapevolmente parte attiva di questo (eco)sistema. Un pubblico consapevole delle criticità relative alla forma di produzione e circolazione di cultura, cioè delle condizioni in cui si determina l’offerta culturale” (I pubblici della cultura – a cura di Franco De Biase – Franco Angeli Editore, 2014).
Pensiamo agli eventi culturali che si svolgono nelle province, lontano dai riflettori delle città più importanti: una passerella di volti noti può avere un suo valore, certamente; può divertire, può accendere i riflettori su un territorio, può persino attrarre turismo. Ma è questa (o meglio: solo questa) l’essenza di un’azione culturale? Io non l’ho mai pensata così. Non mi ha mai convinto la considerazione che la cultura fosse un’industria, un settore da cui tirare fuori potenzialità economiche, lo “sbigliettamento” o “l’applausometro” come strumento di misurazione del successo. L’azione culturale è — o dovrebbe essere — invece, un mezzo per cambiare le cose, un mezzo potentissimo.
Non si può parlare di reali politiche culturali se non si considera che l’operatore culturale o è agente di cambiamento, oppure non ha motivo di esistere. Non è un impresario, né un “festarolo”, e non dovrebbe riconoscersi in queste definizioni nemmeno chi è chiamato a realizzare politiche culturali pubbliche da posizioni di responsabilità. Esistono già altre figure in grado di proporre intrattenimento e momenti di socialità, legittimi e spesso necessari. Ne esistono altre che si propongono di mettere a reddito determinati talenti, di rispondere a determinati bisogni del pubblico, e lo fanno benissimo. Ma mezzo dell’operatore culturale è l’azione culturale, e il suo fine è mirare anche — e soprattutto — a generare consapevolezza, a incidere, a lasciare una traccia.
Un esempio efficace lo fa Ledo Prato: “Sarebbe interessante capire se le persone che hanno seguito gli eventi di un festival letterario hanno anche contribuito alla sua progettazione e realizzazione, se, dopo questa esperienza, hanno comprato più libri, sono andate più spesso al cinema, a teatro, al museo. Se insomma il festival ha inciso sui comportamenti, sui consumi culturali, sulle relazioni sociali, spingendo a partecipare di più alla vita culturale della città[contestualmente alimentandola, aggiungo io]. Ecco a cosa dobbiamo guardare per valutare il senso di un’iniziativa culturale, solo così possiamo poi collocarla dentro le dinamiche di quel contesto” (Cittadinanza è cultura, conversazione con Paolo Di Paolo, Donzelli 2024).
Stabilire nuovi obiettivi per riconoscere l’efficacia di un’azione culturale
Ecco allora che, mi si perdoni l’autoreferenzialità dovuta alla necessità di parlare di qualcosa che conosco, anche il piccolo successo di Liberi sulla Carta assume nuovi contorni che è possibile distinguere: il suo vero impatto non è più (solo) nelle migliaia di persone che, nel tempo, hanno assistito agli eventi. Ma, ad esempio, nel fatto che in tantissimi lo abbiano sostenuto economicamente con il crowdfunding o si siano fatti volano delle campagne di autofinanziamento. Il valore di quella esperienza è misurabile negli spettatori che successivamente alla fruizione dello stesso hanno contattato gli organizzatori e sono divenuti (instancabili) volontari o addirittura sono entrati nell’organizzazione vera e propria del festival, curandone in autonomia durante tutto l’anno determinati aspetti e offrendo una pluralità di punti di vista che ne accrescevano la ricchezza.
Così come vero valore è stato vedere lettori stimolare l’organizzazione di particolari incontri e, in diversi casi, realizzarli autonomamente all’interno della manifestazione. Che la spinta creativa degli artisti, la proattività organizzativa degli editori, le sinergie nate con altre realtà associative, la partecipazione di librerie, biblioteche locali e scuole siano, a un certo punto, diventati il cuore pulsante della costruzione del programma, è una certificazione di valore più credibile di quella rappresentata dalle platee piene per gli incontri più seguiti.
Anche quando qualcuno degli appuntamenti così generati non aveva il riscontro di pubblico di altri, portava con sé un valore più profondo: era l’espressione di una comunità culturale viva, partecipata, in movimento. Un festival che non si limitava a offrire cultura, ma che si innestava nei contesti dati (penso alla bellissima collaborazione col premio Città di Rieti, che vedeva entrambe le iniziative valorizzate), co-creava la cultura insieme a chi la viveva. In questa trasformazione Liberi sulla Carta smetteva di essere evento per caratterizzarsi come autentica azione culturale.
Mi rendo conto che quelle che sto lasciando sono riflessioni in libertà, figlie oltre che della mia parziale visione, anche della mia limitata esperienza. Quando si parla di politiche culturali si sollevano scenari e interrogativi cui mi è impossibile dare tutte le risposte.
Ma dopo venti anni di esperienza maturata, un’esigenza la sento insopprimibile: ritenere importante e doveroso, anzi pretendere, che chi si occupa di politiche culturali pubbliche, inizi almeno a farsi le giuste domande.
Ne abbiamo bisogno e, in fondo, ce lo meritiamo.
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Ho chiesto a Chat GPT alcune cose sulle quali penso di essere la persona più preparata al mondo: gli ho fatto un’intervista chiedendo notizie di Liberi sulla Carta. Non contento, gli ho chiesto di darmi informazioni sul suo direttore, cioè su di me.
La precisione delle risposte dell’Intelligenza Artificiale è alta, anche se qualche volta è un po’ ripetitiva, alcune informazioni sono parziali (per esempio non dice che LSC si è tenuta a Rieti nelle ultime edizioni e cita solamente la location precedente; oppure non cita Pippo Civati fra i politici che hanno partecipato al festival etc.), tuttavia nelle prime domande non ha fatto altro che riorganizzare (abbastanza arbitrariamente) le informazioni presenti in rete, dalle fonti più aggiornate (e infatti parla quasi esclusivamente degli ospiti dell’ultima edizione finché non gli chiedo di approfondire quelle precedenti).
Infine, ho sfidato l’AI: non gli ho chiesto di elencare e riorganizzare dati, ma di fare una valutazione, chiedendogli ad esempio l’orientamento politico del festival. Il risultato è stato sorprendente, e in qualche caso le risposte dell’Intelligenza Artificiale si sono dimostrate ben più centrate di quelle di qualche “Intelligenza Naturale”. Si tratta come detto solo di un gioco, io mi sono divertito, se volete valutare voi, leggete l’intervista di seguito.
INTERVISTA ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Io: conosci Liberi sulla Carta?
CGPT: Sì, Liberi sulla Carta è un festival letterario italiano dedicato ai libri e alla cultura indipendente. Nato nel 2009 a Farfa, una piccola frazione del comune di Fara in Sabina (Lazio), il festival si propone di dare spazio a editori indipendenti, autori emergenti e a nuove voci del panorama culturale italiano.
Durante il festival, che solitamente si svolge ogni anno a settembre, si tengono presentazioni di libri, dibattiti, incontri con autori, letture e laboratori. L’evento è caratterizzato da un’atmosfera accogliente e informale, dove scrittori e lettori possono interagire direttamente.
Un altro punto forte di Liberi sulla Carta è l’attenzione per i temi legati all’autoproduzione editoriale e alla cultura fuori dai circuiti mainstream. Il festival promuove una visione della letteratura come spazio di libertà e condivisione. Conosci l’evento o ci sei mai stato?
Io: Mai stato (ok, ho mentito ndr). Vorrei saperne di più sul suo direttore
CGPT: Il direttore artistico di Liberi sulla Carta è Fabrizio Moscato. Ha ricoperto questo ruolo per molti anni, guidando il festival dedicato all’editoria indipendente. Moscato è noto per il suo impegno nel promuovere la bibliodiversità e l’accesso libero agli spazi culturali. Sotto la sua direzione, Liberi sulla Carta si è affermato come un evento di riferimento per scrittori, editori e lettori, ospitando incontri, presentazioni e dibattiti con autori e artisti di rilievo.
Io: E sai dirmi anche chi sono gli altri organizzatori?
CGPT: Oltre a Fabrizio Moscato, ci sono diversi altri organizzatori e collaboratori che hanno preso parte al festival Liberi sulla Carta. Tra questi, figurano Emiliana Avetti, Carola Cerritelli, Emanuele Loffa, Alessia Lupi, Francesco Martinelli, Chiara Scipioni e Chiara Pallocci (quest’ultima è stata l’ufficio stampa dell’edizione 2022 ndr). Questa squadra ha contribuito alla realizzazione delle edizioni del festival, portando avanti una programmazione variegata che includeva eventi letterari, presentazioni di libri e performance artistiche
Io: Sai dirmi qualcuno degli ospiti più importanti, e in che anno sono stati ospiti di Liberi sulla Carta?
CGPT: Liberi sulla Carta ha ospitato negli anni numerosi personaggi di rilievo della cultura, del giornalismo e dello spettacolo. Alcuni degli ospiti più importanti includono:
Stefano Fresi, attore e musicista, ha partecipato all’edizione 2022, accompagnato dalla Rieti Jazz Orchestra.
Michele Santoro, noto giornalista, è stato ospite sempre nel 2022, presentando il suo libro in un’intervista con Emiliano Grillotti.
Anna Foglietta, attrice, ha partecipato nello stesso anno presentando la sua interpretazione di La ferrovia sotterranea.
Paolo Rossi, comico e attore, ha partecipato nel 2022 con uno spettacolo di letture e improvvisazioni teatrali.
Paolo Nori, scrittore, ha presentato il suo libro Sanguina ancora nella stessa edizione.
Questi sono solo alcuni esempi degli ospiti illustri che hanno animato il festival, che ogni anno riunisce figure di spicco del mondo culturale italiano.
Io: Il festival ha un orietamento politico?
CGPT: Liberi sulla Carta non ha un orientamento politico esplicito, ma è un festival che sostiene valori come la libertà di espressione, l’indipendenza editoriale e la promozione della cultura fuori dai circuiti mainstream. La sua missione principale è quella di dare visibilità a case editrici indipendenti e autori emergenti, creando uno spazio di confronto aperto su temi letterari e culturali.
L’evento promuove una vasta gamma di temi e prospettive, ospitando scrittori, giornalisti e personalità pubbliche con visioni diverse. Ad esempio, ha visto la partecipazione di figure come Michele Santoro, giornalista noto per il suo impegno sociale e politico, e Sergio Rizzo, giornalista che ha trattato temi di trasparenza e giustizia in Italia. Questi ospiti suggeriscono un’attenzione del festival verso temi di rilevanza civica e sociale, ma senza un’adesione esplicita a una linea politica unica. Quindi, pur trattando argomenti di attualità e a volte anche di politica, l’approccio del festival rimane pluralista e aperto a differenti opinioni.
Io: ci sono mai stati politici ospitati a Liberi sulla Carta?
Liberi sulla Carta ha ospitato politici o figure legate al mondo politico, ma in un contesto culturale e non partitico. Ad esempio, Michele Santoro, noto giornalista e figura legata al dibattito politico italiano, è stato ospite nel 2022 per presentare il suo libro Non nel mio nome. Il libro tratta temi come il populismo e le contraddizioni della politica italiana, in un evento seguito da un ampio pubblico. Inoltre, nel 2022, Sergio Rizzo, giornalista e scrittore, ha partecipato a una discussione sulla morte controversa di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena.
Questi esempi mostrano come Liberi sulla Carta sia aperto a discussioni di attualità politica, ma senza un orientamento politico dichiarato o l’ospitare esponenti politici in veste ufficiale di partito.
Io: cerca di indagare anche in edizioni diverse da quella che si è tenuta nel 2022 per rispondere alla domanda precedente
CGPT: Liberi sulla Carta non ha un orientamento politico esplicito, ma piuttosto si concentra sull’editoria indipendente e la promozione della “bibliodiversità.” Tuttavia, nel corso delle varie edizioni, alcuni ospiti provenienti dal mondo politico hanno partecipato. Ad esempio, Marco Pannella, storico leader del Partito Radicale, è stato ospite in una delle edizioni del festival. Questo riflette l’apertura del festival a personaggi pubblici di vario tipo, inclusi esponenti politici, sebbene il focus principale resti sulla cultura e l’editoria indipendente
Altri personaggi di rilievo presenti nelle edizioni passate includono scrittori come Erri De Luca, Michela Murgia e Luis Sepúlveda, ma anche attori come Nanni Moretti, Giorgio Tirabassi, e Marco Giallini. Questi ospiti dimostrano l’attenzione del festival verso un ampio ventaglio di temi, senza limitarsi a un’unica dimensione culturale o politica.
Io: perché dopo il 2022 non si è più tenuta Liberi sulla Carta?
CGPT: L’edizione 2023 di Liberi sulla Carta non si è tenuta a causa di problemi economici e logistici. Gli organizzatori hanno spiegato che non è stato possibile ottenere il sostegno finanziario necessario dai comuni di Rieti e Fara Sabina. Nonostante i tentativi di trovare alternative logistiche con l’amministrazione comunale di Rieti e il supporto di alcuni enti, come la Fondazione Varrone, le condizioni complessive non sono state ritenute sufficienti per organizzare il festival.
Il direttore artistico Fabrizio Moscato ha espresso rammarico, sottolineando che il festival non poteva proseguire solo con le proprie forze senza un adeguato supporto economico esterno. La speranza degli organizzatori è che il festival possa tornare in futuro, ma la mancanza di fondi ha portato alla sospensione dell’edizione 2023
Io: Oltre a Liberi sulla Carta, cos’altro fa Fabrizio Moscato?
CGPT: Oltre a essere direttore artistico di Liberi sulla Carta, Fabrizio Moscato è attivo anche in altri ambiti legati alla cultura e all’editoria. Ha collaborato con Radio Kaos Italy, una web radio romana, partecipando alla creazione di contenuti e programmi culturali (non è vero, sono stato più volte ospite ma non ho mai lavorato per RKI ndr). Inoltre, gestisce un blog personale, Prima Stesura, dove scrive principalmente di editoria, politica e attualità, ma anche di letteratura e altre tematiche di interesse pubblico. Moscato si dedica a progetti volti alla promozione della cultura e della lettura, spesso coinvolgendo attivamente il pubblico con iniziative di crowdfunding per sostenere eventi culturali indipendenti. Queste attività mostrano il suo impegno costante nell’ambito culturale, soprattutto nella promozione della lettura e delle realtà editoriali indipendenti.
Io: E’ attivo anche nella politica?
CGPT: Fabrizio Moscato sembra essere attivo principalmente nel campo della cultura, come direttore artistico del festival Liberi sulla Carta, e nella scrittura. Tuttavia, non si trovano indicazioni chiare che lo colleghino direttamente a un ruolo politico attivo, anche se occasionalmente esprime opinioni su temi politici e culturali tramite i suoi articoli. La sua attività è infatti centrata soprattutto sulla riflessione e sul commento politico, più che sulla partecipazione diretta. Moscato scrive di attualità e politica, esprimendo opinioni su eventi culturali e politici, come ad esempio la gestione dei teatri e le dinamiche di potere nel settore culturale, ma questo si inserisce in un contesto giornalistico e critico, piuttosto che in un coinvolgimento istituzionale diretto.
Io: Quale futuro ha Liberi sulla Carta?
CGPT: Per quanto riguarda il futuro del festival, ci sono speranze che possa tornare. Nonostante l’annullamento dell’edizione 2023 a causa di difficoltà economiche e logistiche, gli organizzatori, tra cui Fabrizio Moscato, hanno espresso l’auspicio che si tratti solo di una pausa temporanea (non è vero ndr). La mancanza di sostegno economico da parte delle amministrazioni locali ha giocato un ruolo chiave nella sospensione, ma la risposta del pubblico e il valore che il festival ha acquisito nel tempo lasciano aperta la possibilità di una sua ripresa, se le condizioni dovessero migliorare.
La passione dei suoi organizzatori e il sostegno di chi crede nella cultura indipendente sono motivi per sperare che Liberi sulla Carta possa tornare a svolgersi in futuro.
Io: Ti ringrazio per la chiacchierata. Salutami producendo un’immagine che riassuma questo nostro confronto.
CGPT:
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Lunedì 26 settembre, appena chiusa l’edizione 2022 di Liberi sulla Carta, sono stato ospite di UnoItalia TV, televisione svizzera che si rivolge agli italiani all’estero per raccontare l’Italia, dove ho parlato con Nadia Lisanti di quello che ogni anno facciamo per la cultura nella nostra terra (o per la nostra terra grazie alla cultura). Si tratta di una trasmissione che promuove l’utilizzo della lingua dei segni, una realtà per me nuova con la quale non mi ero mai confrontato e per questo ringrazio Nadia e l’emittente di avermi dato questa possibilità. Qui puoi vedere la puntata completa.
Qualcosa da nascondere o qualcosa da finire, da ricordare, da cui ripartire.
Qualcosa di buono nella dispensa, l’effetto di un errore sulla coscienza, qualcosa di detto con piglio d’attore, o sotto le scarpe insieme all’odore, qualcosa rimane, indietro o da fare, nascosto da tutti, dagli occhi, dal mare.
Qualcosa rimane anche di un piccolo dolore, tra anima, pelle e un disegno sul cuore, qualcosa rimane d’ogni sogno, ogni sbaglio, dello slancio perduto e del tragico abbaglio, qualcosa rimane in fondo alla tasca, qualcosa rimane attaccata all’esca, rimane qualcosa finita la festa, rimane il nocciolo finita la pèsca, rimane la voglia di un bicchiere, una risata, di arrivare alla fine, di un’impresa o una giornata.
Qualcosa rimane tra le pagine chiare e quelle che, invece di essere scure, imitano le stelle certe sere.
Rimangono brandelli di storie lette o raccontate, di vite immaginate e di altre impaginate, disperse o raccolte, come briciole di pane, per quello che lasci: qualcosa rimane!
“Come va?” è un’espressione che si usa quotidianamente, per convenzione sociale o reale interesse, molto spesso con distrazione, perché in fondo la risposta che ci si attende è sempre la solita, e cioè che va tutto bene.
Nel tempo che abbiamo trascorso, però, e che tra altre cose ben più gravi ha avuto il demerito di rendere impossibile il consueto appuntamento con Liberi sulla Carta nel 2020, non è affatto andato tutto bene.
Così succede che ci si riveda, dopo un po’, come vecchi amici che non pensavano di poter rimanere distanti così a lungo, che si conoscono, ma che in fondo hanno perso qualcosa l’uno dell’altro, e si ritrovano a domandare timidamente: “Come va?”
Stavolta però è diverso e della risposta di rito ne abbiamo davvero tutti bisogno: vogliamo sentirci dire che va bene, anche se non ne siamo mica sicuri, perché l’unica certezza è che è bello rivederci e ritrovare dopo pochi istanti la complicità cui eravamo abituati.
Lo rifacciamo, dopo un anno, con una formula forzatamente ridotta, che però basta per riprendere un cammino: facciamo Liberi sulla Carta, facciamo di nuovo un pezzo di strada insieme.
Il 3 Marzo presso la sede dell’Agenzia stampa DiRE parteciperò ad un forum sui festival letterari.
Con me ci saranno Marino Sinibaldi (fra le altre cose anche ideatore di Fahrenheit su Rai Radio 3), Filippo Rossi (Caffeina) e Maria Ida Gaeta (Letterature Festival).
L’evento sarà trasmesso in diretta fb dalla pagina dell’Agenzia: sarà un piacere confrontarsi con interlocutori tanto autorevoli e ringrazio DiRe per l’invito.
Il 10 febbraio sono stato invitato a partecipare alla trasmissione “Tra le righe”, in onda su Radiofinestraperta.it. Il tema della puntata era la diffusione e la promozione della cultura, con un’attenzione alle difficoltà che possono incontrarsi “nelle province dell’impero”. Ne è uscito un bel confronto, durante il quale abbiamo parlato di Liberi sulla Carta e delle sue evoluzioni negli anni, ma anche di un sacco di altri argomenti che gravitano nel mondo del libro. Con me c’erano Dario Pontuale e Maria Silvia Marini, che ringrazio per l’invito, per la bella ospitalità e per avermi fatto scegliere la sigla iniziale.
Cristiano Cavina è uno scrittore cui sono affezionato.
L’ho presentato nel 2009, la prima volta in cui ho avuto l’occasione di parlare di libri in pubblico, e poi anche nel 2017 a Letture d’Estate a Castel Sant’Angelo, a Roma.
Per questo sono stato ben felice, durante l’edizione 2019 di Liberi sulla Carta, di fare ancora due chiacchiere con lui sul suo ultimo, spiazzante, romanzo.
Grazie a Radio Radicale per aver ripreso questo, come tutti gli altri appuntamenti di LSC’19.