Materpiece è finito. Mi è piaciuto?

Con la puntata di ieri e la vittoria (un po’ annunciata) di Nikola Savic, si è concluso Masterpiece, che gli autori definiscono “il primo talent show al mondo sulla scrittura”.

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Nikola Savic con Massimo Coppola mostra “Vita Migliore”, romanzo che Bompiani pubblicherà in centomila copie.

Su questo blog ho seguito le prime tre puntate, registrando la reazione fredda quando non esplicitamente cattiva del popolo del web e con il format che si apriva a timidi cambiamenti alla ricerca della formula migliore. Non essendo un amante del tiro al piccione e dal momento che dopo l’iniziale bocciatura ritenevo di non poter aggiungere altro, ho evitato di commentare ancora Masterpiece, anche se ne ho seguito (quasi) tutte le puntate.

Adesso che il programma è finito, proviamo a fare un bilancio: si trattava di un esperimento, come è andato?

Inizio da ciò che mi è piaciuto:

1-    Si parla di libri. Alla fine la forza vera del programma è quella. Non lo so se nel modo giusto o meno, ma a Masterpiece si parla di letture e di autori di riferimento e credo che questo sia innegabilmente l’elemento di maggior appeal del programma nei confronti di chi ama leggere.

2-    La diretta su twitter. Tweet ironici, sferzanti, qualche volta appassionati, dispiaciuti, con contrapposte tifoserie: Masterpiece è stato soprattutto un hashtag vincente. Come ho già scritto, il successo che ha avuto su twitter è stato sicuramente maggiore di quello, scarso e in continua flessione, raccolto con i dati Auditel (da 680.000 a 300.000 spettatori).

3-    Massimo Coppola. A me Coppola piace, mi piace il suo modo di porsi verso i libri senza l’ingessatura dello stimato professore, mi piace il suo dissacrare i luoghi (comuni) sacri dell’editoria, come quando davanti ai librai suggerisce a un concorrente di non dire che il suo è un prodotto innovativo, perché per vendere occorre dire che si ha un prodotto che somiglia a qualcosa che vende già. Aria fresca, peccato che il fondatore di ISBN sia stato relegato per grandissima parte della trasmissione a un ruolo di Virgilio che effettivamente gli stava un po’ stretto.

4-    La partecipazione degli scrittori, anche se quasi mai di quelli chiamati a dare un giudizio, troppo spesso hanno dato l’impressione di essere stati precettati per fare promozione del loro ultimo libro (Bompiani?). Ma ho trovato davvero gradevoli i consigli che hanno fatto da sigla finale nella prima parte del programma, anche perché raccolti fra molti scrittori apprezzati ma non proprio conosciutissimi fra i non addetti ai lavori o lettori forti.

E qui finisce lo zucchero. Perché proprio non riesco a trovare altro che mi sia piaciuto, che salverei, che ritengo utile per la scrittura che venga mostrato in TV.

Ecco quindi quello che invece proprio cambierei:

1-    I giudici. Non nelle persone dei giurati, piacevoli e telegenici, con la sorpresa Selasi di cui onestamente non conoscevo neanche il nome prima che venisse scelta. Certo mi sarebbe piaciuto avere degli editor, degli editori indipendenti, dei critici ad affiancare sempre gli scrittori scelti, ma non ho amato soprattutto la palese pantomima giudice buono-giudice cattivo evidente nella prima fase del programma. Sono rammaricato poi di non aver potuto condividere sino in fondo le motivazioni delle scelte fatte di volta in volta. Forse per non rovinare il momento della rivelazione del risultato ai concorrenti, quasi sempre è mancata (nella messa in onda) una riflessione critica sulla scrittura di ognuno, con elementi che prescindessero da vaghi gusti personali.

2-    Lo spreco di risorse: già detto di Coppola e degli scrittori invitati, ma insomma: c’è Elisabetta Sgarbi! Perché non le si dà un ampio spazio nel quale indicare ai concorrenti e al pubblico i criteri di pubblicazione di un libro, le strategie di un grande editore, i metodi di scouting maggiormente utilizzati? A parte la censurabile caratterizzazione della prima puntata, nella quale le hanno chiesto di impersonare la protagonista de Il Diavolo veste Prada, grazie a Masterpiece dalla Sgarbi ho appreso che gli editori smarriscono i manoscritti. Anzi, i dattiloscritti. Un po’ poco.

3-    Le prove. Di gran lunga la cosa peggiore del programma e probabilmente anche la più difficile da correggere. Già trovavo assurdo dover dare a un autore la possibilità di pubblicare o meno un romanzo in base alla sua capacità di improvvisare un testo scrivendolo in mezz’ora, ripreso dalle telecamere e letto in diretta dai giudici. Ridicola la prova dell’ascensore che paga pegno ad una mezza dozzina di cliché, orribili le “esterne”, surreale la valutazione della capacità di scrittura su un tweet. Insomma, la brillantezza e la prontezza di spirito hanno avuto un ruolo di gran lunga superiore alla capacità di scrittura, che non è certo valutabile in prove cotte e mangiate.

4-   In ultimo non mi è piaciuta la generale necessità di confezionare un prodotto televisivo facendolo interpretare dai protagonisti del mondo del libro. Come ho avuto modo di scrivere non apprezzo questa deriva, che oltre che promuovere gli scrittori che parlano (bene) più di quanto faccia con quelli che scrivono (meglio), adesso rischia anche di mettere in produzione questa nuova merce libraia. Francamente, possiamo farne a meno.

E quindi? Mi auguro che Masterpiece abbia una seconda serie?

Non lo so. Temo un’invasione di libri dei trombati di Masterpiece con un processo analogo a quello avvenuto nella musica con gli amici di Maria De Filippi e non sono certo che sia questa la scossa di cui l’editoria italiana necessita. Ma un secondo tentativo lo farei, magari cercando di fabbricare lettori e non scrittori, più di quanto si sia fatto in questa edizione.

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