L’anno vecchio e quello nuovo

2024:
Oh regazzì, aho, vieni qua ‘n attimo, te devo dì ‘na cosa. Mo’ che sei ‘r protagonista che fai, me scappi via? Guardate, tutto impettorito, ‘sti fuochi, ‘sti cori: ma chi te credi da èsse, er Messia?

2025:
Ah, ma chi sei? Er vecchio 2024? Beh, me dispiace, ma è normale: la gente ormai guarda avanti, ar mijoramento generale. Io porto speranza, novità, soluzioni! Te n’ ce sei riuscito, e questi se so’ accorti, che mica so’ fregnoni!

2024:
Oh bello, piano co’ ‘sta sicumera! Ma che te credi, che ce lo so da stasera? Pure a me me guardaveno così, quando era er turno mio. “Er 2024 risolverà tutto!”, diceveno, “te lo dico io”.
E mo’? Mo’ so’ er bersaglio de tutti ‘sti rancori.
Sai com’è, le cose vanno male, e se scordano botti, luci e cori.
Nun so’ mai loro, c’è sempre qualcun artro da incolpa’.
E siccome io so uno e loro tanti, m’è toccato de abbozza’.

2025:
Ahò, ma che vorresti di’? Che pure con me non so’ sinceri?
Nun ce penso proprio! Io porterò cambiamenti veri: meno problemi, più felicità, tutto a posto! So’ l’anno novo, mica un anno qualsiasi: so’ l’anno giusto!

2024:
A regazzì’, tu non me darai retta ma io te lo dico pe’ tenerezza: ma tu pensi davero che tirando la caretta, te faranno ‘na carezza?
Che le cose cambino solo perché sei “er nuovo”?
La gente mica è nova! E lo sanno pure loro.
Ar massimo, de novo, c’hanno l’agenda.
Ce metteno su obbiettivi, sogni, progetti, e a marzo, quanno guardano quei fogli, se mettono ‘na benda.
Ad aprile, già nun se ricordano quello che volevano. E sai chi paga?
Un colpevole lo trovano.
Molleranno dicendo che tu non eri quello bono, per non guardasse loro, per quelli che poi sono.
Diranno che er 2026 sarà migliore, modello nuovo, cromato, risolutore.

2025:
Ma io c’ho ancora tutto da dimostrà! Lasciame pensa’ che le cose possano cambia’ davero.
E se pure finisce male, ahó! Io almeno ce provo. Dumilaventiqua’, Va’, vatte a riposa’. Che te sei stanco e io c’ho da comincia’!

2024:
Bravo, provace, nun te dico de no. D’altronde l’ho fatto pure io (e pure er ’23 in fondo ce provo’).
Ma ricordate ‘na cosa: nun te gonfià troppo er petto, Non pensa’ che devi fa’ tutto te, solo soletto.
Te ‘na cosa devi fa’: passa.
È tutto quello che te spetta, er resto a loro lassa.
Te passa, che è il dovere tuo, e non te preoccupa’ degli impicci de ‘sti ingrati! Fidate, giovane amico mio, meno promesse fai, meno li troverai incazzati.

2025:
Vabbè te me l’hai detto e io ho sentito, adesso però va’, lassame solo.
Che vuoi, che quando te toccava scintillavi, e adesso che hai finito io te consolo?

2024:
Ma sì hai ragione, godite li botti, le luci, l’illusione che i giochi non so’ fatti.
E daje quello che cercano, che in fondo se lo meritano:
Falli sta’ un po’ insieme,
faje senti’ che se vonno un po’ de bene,
mettije le lenticchie nella panza,
e in còre, te che puoi, armeno ‘na speranza.

La rissa nella giungla: 50 anni fa il leggendario incontro tra Alì e Foreman

Il 30 ottobre 1974 si svolse uno degli incontri di pugilato più celebri e significativi della storia: The Rumble in the Jungle, che vide scontrarsi Muhammad Alì e George Foreman a Kinshasa, Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). L’evento, tra i più importanti nella storia del pugilato, trascende il mondo dello sport per entrare nella cultura popolare, divenendo simbolo di una sfida di valori e di spirito oltre che di forza fisica. Alì e Foreman incarnavano due archetipi opposti: il pugile poetico e rivoluzionario contro il campione silenzioso e implacabile.

Muhammad Alì: da campione a leggenda

Muhammad Alì non era solo un pugile, ma un’icona di resistenza e ribellione. Si era distinto, non solo per la sua straordinaria abilità sul ring, ma anche per la sua capacità di attirare il pubblico grazie alla sua personalità magnetica, i suoi discorsi provocatori e la sua visione di giustizia sociale. Nato Cassius Clay, cambiò nome dopo essersi unito alla Nation of Islam e rifiutò di combattere nella guerra del Vietnam, un gesto che gli costò il titolo mondiale e la licenza di combattere per alcuni anni. Tornato sul ring, si trovava di fronte a George Foreman, un avversario più giovane, fisicamente più forte e apparentemente invincibile.

George Foreman: silenzioso Titano del Ring

Foreman era il campione in carica, noto per la sua forza devastante e un approccio al pugilato che non lasciava scampo agli avversari. La sua tecnica era una manifestazione pura di potenza e precisione: Foreman era il colosso contro cui ogni pugile temeva di misurarsi, anche perché aveva sconfitto senza problemi Frazier e Norton, entrambi in grado di battere Alì dopo il suo ritorno sul ring. La sua immagine era quella di un uomo di poche parole, che sul ring lasciava che fossero i suoi pugni a parlare. A differenza di Alì, Foreman rappresentava la disciplina silenziosa, una forza bruta che sembrava invulnerabile. I pronostici erano tutti a favore di Foreman, che aveva sette anni in meno del 32 enne ex campione del mondo, eppure proprio contro questa figura, apparentemente imbattibile, Alì costruì la sua leggenda.

Due pugili, due mondi

Alì e Foreman si allenavano in maniera completamente diversa: mentre Foreman si allenava in modo rigoroso e isolato, Alì era circondato da giovani fan locali, che lo seguivano con ammirazione durante le sessioni. Il suo celebre grido di battaglia, “Alì Bomaye” (Alì, uccidilo), risuonava nell’aria, creando un’atmosfera di fervore e vicinanza tra il pugile e la comunità locale. Questa immagine di Alì, con ragazzi che lo accompagnano nei suoi allenamenti, ha ispirato anche una famosa scena del film “Rocky”, in cui il protagonista corre seguito da un gruppo di bambini. Alì si trasformò durante la preparazione di questo match, che fu molto lunga per via di un incidente occorso a Foreman che fece slittare l’incontro, incarnando il ruolo di idolo delle folle. Il pubblico di Kinshasa vide in lui una rappresentazione della propria voglia di riscatto e libertà: Alì si proponeva come il campione della gente, colui che portava avanti la lotta contro il potere costituito e l’oppressione. Poco importava che anche l’avversario fosse nero: la vittoria di Alì non sarebbe stata semplicemente la vittoria di un atleta su un altro, ma la vittoria di un simbolo di libertà, di un uomo che non aveva mai smesso di sfidare le regole imposte e che voleva trasformare il suo personale trionfo in un messaggio universale. I canti di “Alì Bomaye!” univano la folla in un messaggio che andava oltre il significato delle parole, diventava un grido di speranza e di riscatto.

L’incontro e la mossa di Alì contro la potenza di Foreman: la strategia Rope-a-Dope

Sul ring, Alì utilizzò una strategia che nessuno si aspettava, il cosiddetto rope-a-dope, letteralmente “pugile tonto alle corde”. La tattica era rischiosa ma astuta: Alì si appoggiava alle corde, lasciando che Foreman sfogasse la sua energia colpendolo senza sosta, cercando di ammortizzare o schivare i colpi, ma risparmiando così le proprie forze in un clima caldissimo e attendendo il momento giusto per piazzare veloci colpi al viso, non potenti ma precisi, che nel corso delle riprese segnarono Foreman e ne fiaccarono la resistenza. Questa strategia, un misto di provocazione e controllo, permise ad Alì di sfiancare l’avversario, lasciando che la sua stessa potenza diventasse un’arma contro di lui.

Dopo otto round, con Foreman ormai stremato, Alì trovò l’apertura giusta e sferrò il colpo decisivo, mandando al tappeto il campione in carica. L’immagine di Foreman sconfitto rimane una delle scene più iconiche della boxe, un momento di pura intensità in cui Alì, con il colpo caricato, si trattiene e quasi danza intorno all’avversario accompagnandone con lo sguardo il corpo cadente, come per non guastare il gesto estetico di quella resa. In quella sequenza, immortalata perfettamente e raccontata come tutto l’incontro nel documentario When We Were Kings (Quando Eravamo Re), diretto da Leon Gast e vincitore di un premio Oscar, c’è la trasformazione di un campione in una figura intramontabile dello sport.

Cinquanta anni dopo, The Rumble in the Jungle rimane una delle imprese più straordinarie nella storia del pugilato e dello sport in generale. Alì non solo vinse, ma lo fece in modo tale da rendere il match un evento mitico, denso di significato simbolico e culturale. Muhammad Alì dimostrò che essere un campione significava anche saper combattere per qualcosa di più grande della vittoria stessa, e all’alba di Kinshahsa, mezzo secolo fa, smise di essere un pugile ed entrò nell’immaginario collettivo come un’icona, capace di competere persino con Superman in un celebre fumetto della DC Comics), simbolo dello sport e uno dei più grandi atleti di tutti i tempi.

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Il tesserino rosso

Guardo il tesserino rosso che ho al collo da giorni, è la prima volta che ne ho uno così.
Non c’è nemmeno bisogno di mostrarlo, i commessi mi lasciano passare dopo uno sguardo, una cosa che mi fa sentire più importante di quanto sono.
Il Transatlantico non è mai stato così pieno, o perlomeno io non l’avevo mai visto così. Dal primo ingresso a Montecitorio mi aveva incuriosito quel nome, la grande area che costeggiava l’ingresso alla Camera dei deputati mi era sempre sembrata qualcosa di vuoto, appena animata dai pochi che parlottavano a mezza bocca o da quelli appena più rumorosi che si assiepavano alla bouvette.
Lo scrutavo dal confine, la striatura verde sul tesserino precedente mi impediva di attraversarne l’uscio, e mai, guardandolo, avevo pensato a un transatlantico. Il ventre di una balena pigra, questo mi sembrava quell’enorme hangar con le tende bordeaux, gli stucchi, le felci, i giornali abbandonati e le poltrone in pelle, quasi sempre vuote.
Oggi è diverso. Ci sono centinaia di persone, un brusio e un’eccitazione nell’aria che non avevo mai sentito. C’è la stampa, i volti più noti, che cercano notizie come l’ultimo cronista di provincia. Ci sono i leader che si fanno vedere più spesso in TV che in Parlamento e, soprattutto, ci sono le voci. Mi aggiro indisturbato tra i nugoli di uomini incravattati e di donne elegantissime cercando di coglierne qualcuna.
Arrivano generose, le voci, nessuno nasconde nulla, tutti cercano notizie fingendo di saperne più di quanto sanno, ognuno pensa che l’altro possa rivelare chissà cosa. Marini non ce l’ha fatta, Prodi incredibilmente nemmeno, e contare sulle dita i nomi di chi siano stati quelli che hanno affossato il Professore sembra essere il rompicapo più gettonato. Quando qualcuno chiede la mia opinione un po’ mi lusinga e parecchio mi spaventa: vorrei dire ciò che penso, ma mi rifugio in un “non saprei” e l’attenzione degli interlocutori si sposta subito altrove. Un po’ mi dispiace, ma tiro un sospiro di sollievo, chiedendomi quale alchimia mi abbia trasformato in questi giorni da strumento tecnico senza nome a persona di cui conta il parere, persino in una circostanza importante come la scelta del Presidente.
C’è un nome che torna dal primo giorno: Rodotà. I nuovi arrivati lo ripetono come un mantra. Tra le voci dei giorni precedenti avevo colto quella di uno di loro, il più famoso, quello più a suo agio in TV, che era fermo nel respingere l’offerta di un giovane collega brianzolo della maggioranza: “Voi votate Prodi, lui dà l’incarico a Rodotà e facciamo insieme le riforme”.
Mi era sembrata una notizia enorme, invece la sera nessun rilievo nei TG, come per la stragrande maggioranza delle ipotesi che avevo sentito. Qui ci sono quelli bravi e sanno distinguere una voce da una notizia, avevo pensato.
Adesso però c’è lo stallo. I volti eccitati dei primi giorni sono via via più increduli, si direbbero preoccupati. Sembrano bambini che non hanno fatto i compiti. Quando mi capita di incrociare lo sguardo con qualcuno che conosco, deputato o collega, ne ricevo sempre un assenso serioso, come a dire: adesso la dobbiamo risolvere.
Poi all’improvviso, per un paio d’ore a metà giornata, il clima si distende. Non capisco perché, non c’è aria d’accordo, non c’è aria di intesa, ma solo di attesa.
Le voci non circolano più, e se lo fanno è sui display dei telefoni o all’interno dell’aula, dove nemmeno un tesserino rosso può entrare. Finché i telefoni iniziano a suonare.
Prima quelli dei parlamentari, poi quelli dei giornalisti. Il mio tace, forse lui non sa che ho anche io un tesserino rosso. Gli inviati dei TG si agitano, si mettono a chiamare anche loro, i cameramen che li scortano puntano gli obiettivi come plotoni di esecuzione che attendono l’ordine.
Sento una grossa risata, è un vecchio senatore campano, dell’opposizione.
Aguzzo le orecchie, cerco i colleghi che conosco, la prima che vedo è una bella ragazza che corre verso la sala stampa. La chiamo per nome, si gira e, senza farmi dire altro né fermare la corsa, mi dice: “Napolitano!”
Non capisco, Napolitano è il presidente uscente, qui bisogna scegliere quello nuovo.
Mi fanno male i piedi, avrò fatto chilometri nel Transatlantico, vorrei sedermi ma i divanetti in questa situazione è bene lasciarli a quelli che del tesserino rosso non hanno nemmeno bisogno.
Mi guardo intorno e c’è sorpresa, ma anche sollievo, come se finalmente si fosse trovata la soluzione a un rebus. Qualcuno sorride senza allegria, il bambino non ha fatto i compiti ma forse la maestra ha rimandato l’interrogazione.
Un brusio crescente si alza, ognuno corre al suo posto, la pancia della balena ora sembra un alveare, o forse davvero il ponte di un transatlantico, non lo so perché su un transatlantico non ci sono mai stato. Mi viene da ridere se guardo dove sono e penso che la prima immagine che mi evoca quella parola è il Titanic.
Napolitano. Napolitano… Napolitano!
Guardo il tesserino rosso, mi chiedo se lo utilizzerò ancora.

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Il nascondino

nascondino

Il nascondino è un gioco crudele, a guardarlo da fuori.

Empatizzo subito con quello che si acceca, perché è fondamentale per lo svolgimento del gioco ma è solo, nessuno degli altri bambini lo aiuterà. All’inizio è sempre un po’ smarrito, timoroso; poi inizia a cercare e trova quelli meno scaltri. Continua a leggere

Dieci nazisti di cui (forse) non sai tutto

Il 27 febbraio del  1933, in seguito all’incendio del Reichstag, Adolf Hitler emana le prime leggi che limitano le libertà costituzionali nella Repubblica di Weimar: di fatto si instaura il regime nazista.

Tutti conoscono il volto, la voce, l’ideologia di Adolf Hitler e dei nazionalsocialisti. Ma ci sono aspetti sorprendenti, nelle vite dei più importanti fautori della superiorità della razza ariana: perversioni, dubbi orientamenti sessuali, dipendenze, problemi fisici, imbarazzanti parentele, menzogne ed episodi di viltà che stridono con l’immagine che gli uomini più potenti del Reich si sforzavano di proiettare. Una breve lista, nella quale forse potete scoprire qualcosa che non sapevate. Continua a leggere

Chinaglia raccontato da chi non c’era

La rivista il Muro Magazine mi ha chiesto se volessi scrivere per loro un articolo sul calcio e la narrazione, tema centrale del Festival Potere alle Storie, la cui prima edizione è stata realizzata a Latina tra il 10 e il 12 novembre. Ho accettato, raccontando un campione che non ho mai visto giocare a calcio.

IL numero speciale della rivista il Muro Magazine che ha ospitato questo articolo.
Foto Umbi Meschini

Le storie e il calcio sono due buoni argomenti per convincermi a scrivere per questo numero speciale del Muro: da quando mi ricordo il racconto è una dimensione che si è sempre intrecciata alle traiettorie del pallone, nutrendo la fantasia con aneddoti utili a creare l’epica del calcio, più che la sua effettiva cronaca.
Un po’ deve aver contribuito anche il dato anagrafico, perché per un amante del calcio la seconda metà degli anni ’70 è stata un buon periodo in cui nascere: giusto in tempo per non perdersi il mitologico calcio degli anni ’80, quello dell’apertura agli stranieri, delle coppe europee, del mundialito e di Pablito, di Maradona, Platini, Rumenigge, Falcao, Socrates, Zico, Junior e dei tanti calciatori anonimi riconoscibili solo grazie alle figurine Panini. Allo stesso tempo, essere poco più che quarantenni oggi, significa non faticare troppo ad orientarsi nel calcio delle pay tv, del campionato spezzatino in diretta sul cellulare, del calciatori superpagati che sfoggiano fidanzate modelle, tatuaggi e acconciature improbabili. Continua a leggere

Il premio

Che lavoro ingrato che fa, Eleonora.

Sorride ai passanti, cerca di attirane l’attenzione e poi in quattro-al-massimo-sette-secondi, sciorina una serie di motivi per cui sarebbe conveniente trasferire il proprio conto corrente su una banca on line che, guarda che fortuna, è proprio quella per cui lavora lei.

Ha scarse possibilità di riuscire a far fermare qualcuno, che il più delle volte è un giovanotto attratto più dal suo sorriso che dalla sua proposta (sorridi-sempre-sorridi-sii-carina), oppure una vecchia pensionata che ha tanto tempo a disposizione, poche occasioni per parlare e nessun conto corrente da trasferire. Continua a leggere

Certezze

Inizi la vita pieno di certezze. Piangerai e tua madre arriverà. Mangerai e la fame passerà. Non può succedere nulla di brutto tra le braccia di papà, e se si arrabbia prima o poi perdonerà. Sei cresciuto e sai perfettamente come funziona il mondo, sai dove gli adulti sbagliano, sai cosa dovrai fare tu, quando verrà il tuo turno, per aggiustare le cose. E il tuo turno è adesso, l’unico adesso che conta. Continua a leggere

Due fotografie, pallonate contro la vita, un calcio scomparso e la Lazio che c’è ancora

 

Oggi Giorgio Chinaglia avrebbe compiuto settant’anni. Per l’occasione, pubblico un mio ricordo del centravanti laziale scritto in occasione della sua scomparsa.

chinaglia

C’è una foto famosa, con l’omone urlante che punta il dito contro i nemici inferociti, sul volto l’urlo vittorioso di chi ce l’ha fatta per l’ennesima volta.

Poi ce n’è un’altra, magari famosa anche quella, ma io non l’avevo mai vista prima d’oggi.

Sul muro una scritta, fatta da una mano malferma, dice “Laziali Basta.rdi”. Roba da far digrignare i denti e stringere i pugni per chi a Roma ha scelto i colori del cielo.

Ma subito sotto la scritta, nella foto, c’è lui. Continua a leggere

Capitale

Oggi lo posso di’ solo in romano,
spiegateme: che cazzo s’esurtamo?
Chi semo noi, tifosi o cittadini?
Che c’ho da gioi’, se invece che uno nostro,
se bevono uno de quelli vicini?

Se dicono che c’era in giro un mostro
a spartisse la città che tutti amiamo
siccome era er nemico tutt’apposto?
Che cazzo ce ne frega, noi brindamo?

Perché così paremo meno brutti?
“Hai visto? Pure loro fanno uguale”
So’ tutti boni a di’ “lo fanno tutti”
Ma mica se è così fa meno male.

Ma che davero stamo a pensa’ a quelli,
che annavano strillando de onestà
Convinti che bastassero li strilli
pe fa’ resuscita’ questa città?

Compagno che giosci, te lo dico:
Pe’ vince nella corsa degl onesti,
se speri che te ingabbino er nemico
nun stai a fa’ mica quello che dovresti.

Che tanto ormai l’hai visti: so incapaci!
Da cittadini stamo preoccupati
ma se sei mejo come tanto dici
me spieghi come mai che l’hai imitati?

Ma n’era meglio stasse zitti e boni
prova’ ‘na vòrta a fa’ la differenza
riempisse de tristezza, abbassa’ i toni
e smette de parla’ solo alla panza?