Adesso che conosciamo la “dozzina”, può ricominciare il rituale: ogni anno, tra fine primavera e inizio estate, la letteratura italiana si accende di riflettori, sussurri, polemiche e scommesse. Succede sempre quando arriva il momento del Premio Strega, il più noto e ambìto riconoscimento letterario italiano. Io lo seguo da sempre, con un misto di passione, curiosità e – lo ammetto – una punta di ironico affetto per tutto quel mondo che gli muove intorno.
Qualcuno, parlando del premio, lo ha definito una sorta di Festival di Sanremo della letteratura italiana. O forse sarebbe più corretto dire dell’editoria italiana. Si tratta di una definizione ingenerosa, ma in fondo lo Strega è anche questo: non solo una celebrazione dell’eccellenza narrativa, ma anche un grande palcoscenico dove si intrecciano gusti, poteri editoriali, strategie, simpatie e risentimenti. È l’Italia che legge e che si racconta, nel bene e nel male.
Premio Strega: un po’ di storia
Il Premio nasce nel 1947, da un’idea di Maria Bellonci, con il sostegno del marito Goffredo e il contributo della famiglia Alberti, produttrice del celebre liquore Strega, che dà il nome al premio. Il primo vincitore fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere. Da allora, lo Strega ha premiato alcuni dei più grandi scrittori italiani: Cesare Pavese, Corrado Alvaro, Elsa Morante, Alberto Moravia, Mario Soldati, Giorgio Bassani, Dino Buzzati, Carlo Cassola, Natalìa Ginzburg, Anna Maria Ortese, Primo Levi, Umberto Eco, Antonio Tabucchi, Claudio Magris, Giuseppe Berto, fino ai più recenti protagonisti delle librerie, da Niccolò Ammaniti a Paolo Giordano, da Sandro Veronesi (due volte) ad Antonio Scurati (me ne dimentico almeno una dozzina meritevoli di menzione).
A guidare il premio nel corso degli anni, figure centrali della cultura italiana. Oltre alla fondatrice Maria Bellonci, non si possono non citare Anna Maria Rimoaldi, che dopo la morte della Bellonci ne raccolse l’eredità con rigore e passione, o Tullio De Mauro, illustre linguista e intellettuale, che per anni fu presidente della Fondazione Bellonci. Da diversi anni, il testimone è passato al direttore Stefano Petrocchi, che ha saputo rinnovare il Premio, mantenendone però lo spirito originario.
Lo Strega si trasforma: le innovazioni dell’era Petrocchi
Immagino che se leggesse “era Petrocchi” probabilmente il direttore si metterebbe a ridere, ma al di là della definizione è indubbio che, sotto la direzione di Stefano Petrocchi, lo Strega abbia conosciuto una vera stagione di riforme. Nel 2014 è nato lo Strega Giovani, che premia il libro della dozzina più votato da centinaia di studenti delle scuole superiori italiane e delle scuole italiane all’estero. Sempre del 2014 è l’istituzione dello Strega Europeo, che premia autori stranieri vincitori di un rilevante premio nel Paese d’origine. Nel 2023 è arrivato lo Strega Poesia, e nel 2025, ultima novità in ordine di tempo, anche lo Strega Saggistica, a conferma di una volontà precisa: allargare il campo, moltiplicare gli sguardi.
Sempre in questi ultimi anni sono state introdotte regole a tutela dell’editoria indipendente: una norma garantisce che almeno un libro pubblicato da una casa editrice non appartenente ai grandi gruppi abbia un posto nella cinquina finale o, in caso contrario, venga ripescato: un passo importante per equilibrare un premio spesso percepito come dominato dai colossi editoriali.
Un’altra delle ultime novità è stata la possibilità per ogni singolo Amico della domenica di segnalare un libro (prima ne servivano almeno due): questa modifica del regolamento ha reso più facile partecipare alla prima fase della selezione, per cui ora sono molti di più i libri che non entrano nella dozzina, ma allo stesso tempo godono comunque di una accresciuta visibilità in virtù della partecipazione.
Il premio Strega e le polemiche (immancabili)
Perché sì, diciamolo: il Premio Strega è anche questo. Polemiche, discussioni, rivalità editoriali. Le cronache sono ricche di edizioni travagliate. Indimenticabile quella del 1952, con Gadda che non riconosceva la vittoria del rivale Moravia. O ancora nel 1953, quando il libro più votato, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fu aspramente osteggiato da molti scrittori legati al PCI, in particolare Pasolini e Moravia.
Pasolini stesso non ha avuto particolare confidenza con il premio Strega, cui ha partecipato con Ragazzi di vita e con una Una vita violenta senza riuscire ad aggiudicarsi il premio, dal quale si è anche ritirato nel 1968, in aperta polemica con un riconoscimento “completamente e irreparabilmente nelle mani dell’arbitrio neocapitalistico” (In nome della Cultura mi ritiro dallo Strega, di Pier Paolo Pasolini, su “Il Giorno” del 24 giugno 1968). In anni più recenti hanno fatto discutere le due sconfitte al fotofinsish di Antonio Scurati, nel 2009 contro Tiziano Scarpa con Stabat Mater e nel 2014 contro Antonio Piccolo con Il desiderio di essere come tutti.
Ma nonostante tutto, o forse proprio per tutto questo, lo Strega continua a contare. È il premio che più di ogni altro riesce a incidere sul destino di un libro. Come scrive The Book Advisor, vincerlo significa entrare in “un’altra dimensione”: vendere migliaia di copie in più, avere una visibilità mediatica impensabile per qualunque altro riconoscimento italiano. È una consacrazione, ma anche un punto di svolta.
La premiazione a Villa Giulia, e non solo
Il cuore del Premio è la serata finale a Villa Giulia, Roma, tra alberi e statue neoclassiche, con il palco tra le colonne e i voti letti in diretta. Lì si respirano tensione e mondanità, letteratura e strategia: ogni volta è un rito.
Non tutte le edizioni, però, si sono svolte a Villa Giulia. Nel 2016 l’organizzazione scelse l’Auditorium Parco della Musica quale sede della premiazione, ma in molti sostennero che l’anima del premio restasse lì, tra i giardini e i marmi di Villa Giulia, dove è puntualmente tornato.
Qualche volta mi è capitato con piacere di partecipare alle serate conclusive del premio: quello che successe nel 2010, quando vinse Antonio Pennacchi con Canale Mussolini, è ancora uno degli aneddoti che mi piace più ricordare: a scrutinio aperto, quando ormai i voti erano praticamente tutti contati, avendo seguito le operazioni mi resi conto, come altri, che Pennacchi avrebbe vinto. Lo dissi ad alcuni amici di Latina, che di quel libro avevano seguito la genesi e che facevano il tifo dalla TV. Poi mi avvicinai al tavolo dello scrittore (che successivamente incontrai tante volte, ma che allora non conoscevo affatto) e dissi ad alta voce: “Antonio, hai vinto tu!” Lui mi guardò di traverso fece un gesto per allontanare la malasorte, e poi tornò a fissare la lavagna con i numeri. Poco dopo arrivò l’annuncio ufficiale: per fortuna non mi ero sbagliato, altrimenti non so come l’avrebbe presa Pennacchi!
Un premio che somiglia all’Italia
Lo Strega mescola l’alto e il basso, la letteratura pura e le dinamiche editoriali più spietate, la poesia e la diplomazia, il talento e il calcolo. E se non è proprio così, è comunque così che ci piace raccontarlo, perché in fondo è anche il racconto dello Strega che rende così unico lo Strega.
È, a vederla bene, un premio che somiglia incredibilmente al nostro Paese: imperfetto, ma vitale; criticato, ma imprescindibile.
Io continuerò a seguirlo, come faccio da anni. A volte con entusiasmo, altre con scetticismo, ma sempre con curiosità e rispetto. Perché dietro ogni edizione dello Strega si nasconde un racconto più grande, quello della letteratura italiana contemporanea e della sua rappresentazione, non sempre fedele ma spesso vitale, col suo eterno bisogno di farsi ascoltare.
O almeno premiare.










