Come si abbraccia il cielo?

Sarà che oggi c’è un bel sole, e la tristezza è mitigata dal ricordo di cose belle.

Sarà che per anni questo è stato il giorno della festa, e anche oggi stiamo per andare ad un compleanno, quello di un bimbo, come l’ultima volta che ti abbiamo visto e abbracciato.

Non fu un abbraccio lungo, di quelli forti, che cerchi di imprimere sulla pelle e nei ricordi. Era un abbraccio semplice, veloce, ché non è stato mai facile abbracciarti tutto, ci volevano braccia lunghe e resistenza alla tua stretta.

Oggi c’è un bel sole e andremo a un compleanno che non sarà il tuo.

Nel frattempo ricordo quel corpo, così difficile da catturare fra le braccia, e mi fa sorridere il pensiero che non lo so come si fa, ad abbracciare il cielo.

 

Notte prima degli esami

ATTENZIONE: NON FAR LEGGERE QUESTO ARTICOLO A QUALCUNO CHE DEVE ANCORA SOSTENERE L’ESAME DI MATURITA‘.
(Oppure sì, che in fondo io sono sopravvissuto)

Da troppi anni ormai, in questo periodo dell’anno, non posso fare a meno di ricordare il mio esame di maturità. La mia è stata l’ultima generazione della Commissione esterna con il membro interno (che detta così fa pure un po’ senso), l’ultima ad essere stata giudicata in sessantesimi, prima che una curiosa coincidenza numerica trasformasse il voto più ambito nel minimo sindacale per sfangarla.

Ho frequentato il liceo classico e non sono mai stato uno studente particolarmente dotato, se non nelle materie che amavo davvero: italiano, storia, filosofia. Per il resto mi limitavo a fare il tanto che bastava per non avere problemi, talvolta senza nemmeno riuscirci, soprattutto in matematica.

Lo scritto di Greco, una lunghissima versione di Plutarco dal titolo “Per una sana educazione occorre evitare gli eccessi”, andò piuttosto male, un’insufficienza secca solo parzialmente lenita da risultati al di sotto della media di tutti gli altri esaminandi. La mia strategia, che pur mi aveva fatto raccogliere negli anni discreti risultati, si rivelò inefficace nella sua perfetta semplicità: dovetti ridimensionare una volta per tutte l’antico metodo del “copiare il più possibile”. Probabilmente ciò avvenne anche perché mi presentai all’esame con quasi venti minuti di ritardo e fui fatto accomodare al primo banco, praticamente in braccio ai professori.

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Mi ricordo

Mi ricordo il pongo, i Masters e i Playmobil su un camion dei pompieri di plastica arancione, ed è da lì che inizio a ricordare.

Mi ricordo che ero piccolo in un mondo in cui tutto era più grande, con giganti cui abbracciavo le ginocchia.

Mi ricordo che amavo i sofficini con gli spinaci. Ora non più, ma non ricordo il perché.

Mi ricordo cos’ho mangiato a pranzo, per la cena di ieri mi dovrei sforzare.

Lo sto facendo. Non mi ricordo. Continua a leggere

Sbagliare

Sbagliare.
L’abito, la valutazione, la risposta, le scelte, il campo, le azioni, i giudizi, l’uscita, il linguaggio, le proporzioni, il commento, l’indirizzo, le compagnie, le cause da sostenere, il tempo, la direzione, la mira, le previsioni, i nemici, il numero, il passo, la data, i modi, la mossa, il posto, la fermata, gli accordi, le parole, le dosi, i calcoli, la strada, il tono.

Accettarlo e ricominciare.

Solo questo ho imparato, finora.

Ma c’è ancora tempo.

Stelle cadenti

Il 10 agosto del 1998 non ero di buon umore.

Tornando a casa dopo una serata tra amici, avevo passato tutto il tragitto fatto in macchina a pensare a quante cose mi mancassero per potermi dire felice. Non avevo una ragazza, un lavoro che mi piacesse, non riuscivo ad avere la speditezza che i miei studi reclamavano, guidavo un’utilitaria dei miei genitori e non mi piaceva nemmeno il posto dove vivevo. Una miriade di altre piccole frustrazioni mi tormentava nei momenti peggiori e occupavano latenti uno spazio nei miei pensieri anche quando le cose andavano bene. Il futuro che tanto avevo immaginato prima dei vent’anni non somigliava per niente al presente che si stava concretizzando. Continua a leggere

Quella foto venuta male che non mi somiglia per niente

Il bello delle fotografie di una volta è che dovevi stamparle per forza, belle o brutte che fossero.
E così anche le foto in cui i protagonisti avevano gli occhi chiusi, i capelli fuori posto o l’espressione da idiota, prendevano vita su di un cartoncino lucido che al massimo potevi nascondere ma che difficilmente avresti buttato.

Ne ho conosciute poche di persone in grado di strappare una foto.

In genere si trattava di persone che avevano amato troppo, o amato male, o tutte e due le cose. Continua a leggere

Il motivo per cui odio il Carnevale – quarta parte-

david gnomoL’ultimo costume che ho indossato a Carnevale lo ricordo ancora bene.

Ero un bambino timido, “riservato”, dicevano i grandi. Socializzavo poco, già allora preferivo passare il mio tempo a leggere fumetti piuttosto che a giocare con gli altri, a fare nuove amicizie.

I miei non potevano accettare che anche a Carnevale avessi questo atteggiamento. Dovevo mascherarmi, stare con gli altri bambini, in una parola: divertirmi.

“Ma come faccio a divertirmi se ho sempre dei costumi brutti, goffi, ridicoli o incomprensibili”, protestavo io. Per i miei non era vero, ero io che ero strano. “I tuoi costumi sono come quelli degli altri”, diceva mia madre, mentre armeggiava con il mio vecchio costume da Alcor, personaggio gregario di Goldrake che avevo infaustamente interpretato qualche anno prima. L’abito andava adattato per mio fratello: anche lui si doveva arrangiare, quell’anno lì, mi fecero pesare. Tolto il casco e i guanti, adattata la tutina blu con una toppa ad hoc, aggiunto un mantello rosso e un paio di stivali e oplà: ero il fratello di Superman. Volevo vomitare. Continua a leggere

Il motivo per cui odio il Carnevale -terza parte –

goldrake

Goldrake (in Italia ATLAS UFOROBOT) e l’intrepido pilota Actarus.

Era passato un anno e il Carnevale si affacciava di nuovo nelle nostre vite. Ricordavo lo sconforto di quello passato, e anche la determinazione a sostituire l’imbarazzante costume da pagliaccio, realizzato in casa, con qualcosa di più eroico, marziale, e soprattutto comprato in un negozio di costumi.

Quell’anno mia madre decise di scatenare tutto il proprio estro creativo sul mio fratellino, troppo piccolo per capire cosa stava per capitargli. Io, con spirito di rivalsa, già pregustavo un costume da pinguino, da sofficino o da pomodoro, a quell’età la mia fantasia era limitata. Continua a leggere

Il motivo per cui odio il Carnevale -seconda parte-

pagliaccioLa festa di Carnevale cui avevo partecipato vestito da pagliaccio fu un incubo. Non per mia madre: dalle mamme dei piccoli Spider-man, Moschettieri, Goldrake e Principi azzurri, ricevette un sacco di complimenti per l’ingegno, la fantasia e la perizia dimostrata nel mortificare così il suo secondogenito.

Io da parte mia cercai di socializzare, sebbene fossi un bambino un po’ timido; in realtà fu facilissimo: tutti volevano giocare con me, ero il più facile da trovare a nascondino, con la parrucca bionda più visibile di un giubbotto catarifrangente; se si giocava ad acchiapparella la pancia mi ingombrava e finivo per stare “sotto” tutto il tempo. Dei giochi da maschio, tipo duelli, lotta, prove di forza, preferisco soprassedere, ma diciamo che negli anni ’80 i bambini non nutrivano particolari remore a malmenare un pagliaccio, ancora non li temevano come Pennywise di IT, né li amavano come quello inquietante del Mc Donald. Continua a leggere

Il motivo per cui odio il Carnevale – prima parte –

carnevaleNon ho mai amato il Carnevale. Mi piacerebbe dire che alla base di questa mia refrattarietà a maschere e travestimenti ci sia un istintivo rifiuto di celare la realtà, la voglia di arrivare a vedere la vera essenza delle persone e non la proiezione che esse fanno di sé aiutate da un costume, una parrucca, un po’ di trucco.

Mi piacerebbe poterlo dire, davvero.

Solo che la vera motivazione è che io ho avuto sempre delle maschere di merda. Continua a leggere