
Giuria di qualità


l’Olocausto, o meglio la Shoah, è iniziato poco a poco. Prima che il primo ebreo salisse sul primo vagone, era iniziato quando la collettività aveva accettato di ragionare in termini di noi e loro, vedendo differenze anche tra chi, fatto di carne, sangue e spirito, sogni e bisogni, diverso non poteva essere. L’orrore fu palese solo quando la costruzione fu finita, e i primi a gridare furono quelli che avevano posato le sue pietre, ognuno la propria, fatta di giusto e sbagliato, di leggi, regole e visione ordinata del mondo.
Nessun olocausto avviene all’improvviso, senza che si siano gettate le basi perché si concepisca, si realizzi, si neghi o si giustifichi.
Se non lo capiamo, è inutile ricordare. O sforzarci di mostrare che lo facciamo.
Quando ho letto che Lino Banfi era stato indicato dal vicepremier Luigi Di Maio come rappresentante del Governo Italiano all’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, come quasi tutti ho pensato a uno scherzo.
La vignetta di Mauro Biani per “Il Manifesto”
Quando qualcuno ha lucrato sulla pelle dei miserabili del pianeta, io non c’ero.
Quando hanno arrestato chi lo faceva, io ho brindato.
Quando hanno voluto un reato che punisce una persona per il semplice fatto di esistere, facendo del luogo di nascita una discriminante, io non c’ero.
Quando i sondaggi hanno suggerito di dire che non avevamo il dovere di salvarli tutti, io non l’ho detto. Continua a leggere
Il rischio di cadere nel luogo comune c’è, è evidente. La possibilità di generalizzare assegnando a una moltitudine di individui una caratteristica comune, ereditata dall’appartenenza ad una stessa città, anche.
Eppure, c’è molto del mito della romanità nella protesta che in queste ore sta prendendo forma sui muri della città, indirizzata verso la manifestazione che la Lega di Matteo Salvini organizza a Roma per l’8 dicembre.
Come, la Lega? A Roma? Quelli del “Roma Ladrona la Lega non perdona?”
La violenza sulle donne e il femminicidio sono piaghe terribili, molto facili da condannare per un uomo: in fondo riguardano una minoranza di individui, facilmente identificabili come il nemico da sconfiggere.
Ma se allargassimo il campo degli atteggiamenti offensivi della dignità delle donne? Magari facendoci qualche domanda su dove si annidi la mentalità che porta alle aberrazioni che tutti condanniamo.
Per esempio, forse offendiamo una donna quando:

Erano gli anni del grunge, c’erano i Nirvana e le camicie a quadrettoni, i maglioni grandissimi che quasi ti nascondevano le mani, che se eri figo li portavi sulla pelle. C’erano gli anfibi, per le ragazze anche sotto la gonna, loro tutte o quasi con la frangetta e vai a capire perché, noi tutti o quasi col bomber, gli occhiali scuri comprati alla bancarella, le magliette a maniche lunghe con i bottoni al collo.
Erano gli anni in cui ci si passavano poche sigarette, nessun libro e qualche Dylan Dog, fumetti da scoprire e selle del motorino da dividere, come i soldi per la birra: la Du Demon per i più duri, per tutti gli altri Ceres. Vicino lo specchio gel o spuma, se ti andava bene il Denim del supermercato e se ti andava male anche il Clerasyl, se era finito il Topexan, o peggio il dentifricio. Continua a leggere
Avevo dodici anni.
Ricordo le immagini buie di una festa, illuminata da sorrisi e fuochi d’artificio. Tanti ripetevano la stessa parola: speranza.
Abbracci e lacrime, l’espressione solenne dei miei che prendevano atto che il mondo stava cambiando. Mi spiegarono che diventava migliore. Io non capivo come un muro che veniva distrutto contribuisse al miglioramento, perché fosse così importante per tutto il mondo e non solo per gli abitanti di quella città.
Ero rapito da quelle immagini, ovunque veniva ribadito che si trattava di un momento epocale. Io di epocale non avevo mai visto nulla: la luna, l’omicidio di Kennedy, il ritrovamento del corpo di Moro: erano tutte immagini che mi erano state trasmesse con la stessa enfasi, ma che avevo vissuto sempre successivamente, addomesticate in un documentario o un vecchio servizio del Tg, senza nemmeno i colori.
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A Latina lo scorso anno è nato un festival davvero interessante. Si chiama Potere alle Storie ed è dedicato alle narrazioni, sotto qualunque forma vengano eseguite. Lo scorso anno il tema era “Spiegare il mondo attraverso il calcio“, quest’anno invece le parole chiave sono Rivoluzione, Possibilità, Cambiamento.
Liberi sulla Carta è partner di questa bella e vitale realtà, per cui mi fa sempre molto piacere che gli organizzatori mi invitino a partecipare.
Lo scorso anno abbiamo parlato di come il calcio rispecchi la società nel quale si muove, spesso influenzandola, partendo dal bellissimo libro di Guy Chiappaventi “Aveva un volto bianco e tirato”, sul caso Re Cecconi.
Quest’anno il tema è ben più impegnativo: dovrò parlare di cultura, politica e possibilità: lo farò con un ospite che ha sempre dimostrato di avere idee chiare in merito: Pippo Civati. Al di là di ogni appartenenza politica, Civati è una delle rare voci che mi pare abbia sempre compreso non solo l’importanza della cultura, ma anche della missione che può svolgere nella società: ad oggi una vera e propria possibilità inespressa. E forse non è un caso che stia per partire un interessante progetto editoriale: People, una casa editrice indipendente che lo vede impegnato in prima persona.
Insomma, spunti ce ne saranno e a possibilità che ne venga fuori un confronto interessante ci sono. Per questo ringrazio Potere alle Storie per avermi invitato e Pippo Civati per aver a sua volta accettato e, per chi può, vi aspetto domenica 11 novembre, al Museo Cambellotti di Latina.
Se proprio non riusciremo a cambiare il mondo, proveremo almeno a raccontarlo, attraverso le possibilità.