Intervista a Lanternaweb e Paginabianca.docx

La rivista online Lanternaweb e l’Associazione Lapaginabianca.docx  mi hanno chiesto di fare due chiacchiere su Liberi sulla Carta dopo la sua rinascita a Roma.

L’ho fatto volentieri con il direttore Alessandro Verrelli e Aurora Cino.

Al link di seguito potete recuperare l’incontro.

Il tesserino rosso

Guardo il tesserino rosso che ho al collo da giorni, è la prima volta che ne ho uno così.
Non c’è nemmeno bisogno di mostrarlo, i commessi mi lasciano passare dopo uno sguardo, una cosa che mi fa sentire più importante di quanto sono.
Il Transatlantico non è mai stato così pieno, o perlomeno io non l’avevo mai visto così. Dal primo ingresso a Montecitorio mi aveva incuriosito quel nome, la grande area che costeggiava l’ingresso alla Camera dei deputati mi era sempre sembrata qualcosa di vuoto, appena animata dai pochi che parlottavano a mezza bocca o da quelli appena più rumorosi che si assiepavano alla bouvette.
Lo scrutavo dal confine, la striatura verde sul tesserino precedente mi impediva di attraversarne l’uscio, e mai, guardandolo, avevo pensato a un transatlantico. Il ventre di una balena pigra, questo mi sembrava quell’enorme hangar con le tende bordeaux, gli stucchi, le felci, i giornali abbandonati e le poltrone in pelle, quasi sempre vuote.
Oggi è diverso. Ci sono centinaia di persone, un brusio e un’eccitazione nell’aria che non avevo mai sentito. C’è la stampa, i volti più noti, che cercano notizie come l’ultimo cronista di provincia. Ci sono i leader che si fanno vedere più spesso in TV che in Parlamento e, soprattutto, ci sono le voci. Mi aggiro indisturbato tra i nugoli di uomini incravattati e di donne elegantissime cercando di coglierne qualcuna.
Arrivano generose, le voci, nessuno nasconde nulla, tutti cercano notizie fingendo di saperne più di quanto sanno, ognuno pensa che l’altro possa rivelare chissà cosa. Marini non ce l’ha fatta, Prodi incredibilmente nemmeno, e contare sulle dita i nomi di chi siano stati quelli che hanno affossato il Professore sembra essere il rompicapo più gettonato. Quando qualcuno chiede la mia opinione un po’ mi lusinga e parecchio mi spaventa: vorrei dire ciò che penso, ma mi rifugio in un “non saprei” e l’attenzione degli interlocutori si sposta subito altrove. Un po’ mi dispiace, ma tiro un sospiro di sollievo, chiedendomi quale alchimia mi abbia trasformato in questi giorni da strumento tecnico senza nome a persona di cui conta il parere, persino in una circostanza importante come la scelta del Presidente.
C’è un nome che torna dal primo giorno: Rodotà. I nuovi arrivati lo ripetono come un mantra. Tra le voci dei giorni precedenti avevo colto quella di uno di loro, il più famoso, quello più a suo agio in TV, che era fermo nel respingere l’offerta di un giovane collega brianzolo della maggioranza: “Voi votate Prodi, lui dà l’incarico a Rodotà e facciamo insieme le riforme”.
Mi era sembrata una notizia enorme, invece la sera nessun rilievo nei TG, come per la stragrande maggioranza delle ipotesi che avevo sentito. Qui ci sono quelli bravi e sanno distinguere una voce da una notizia, avevo pensato.
Adesso però c’è lo stallo. I volti eccitati dei primi giorni sono via via più increduli, si direbbero preoccupati. Sembrano bambini che non hanno fatto i compiti. Quando mi capita di incrociare lo sguardo con qualcuno che conosco, deputato o collega, ne ricevo sempre un assenso serioso, come a dire: adesso la dobbiamo risolvere.
Poi all’improvviso, per un paio d’ore a metà giornata, il clima si distende. Non capisco perché, non c’è aria d’accordo, non c’è aria di intesa, ma solo di attesa.
Le voci non circolano più, e se lo fanno è sui display dei telefoni o all’interno dell’aula, dove nemmeno un tesserino rosso può entrare. Finché i telefoni iniziano a suonare.
Prima quelli dei parlamentari, poi quelli dei giornalisti. Il mio tace, forse lui non sa che ho anche io un tesserino rosso. Gli inviati dei TG si agitano, si mettono a chiamare anche loro, i cameramen che li scortano puntano gli obiettivi come plotoni di esecuzione che attendono l’ordine.
Sento una grossa risata, è un vecchio senatore campano, dell’opposizione.
Aguzzo le orecchie, cerco i colleghi che conosco, la prima che vedo è una bella ragazza che corre verso la sala stampa. La chiamo per nome, si gira e, senza farmi dire altro né fermare la corsa, mi dice: “Napolitano!”
Non capisco, Napolitano è il presidente uscente, qui bisogna scegliere quello nuovo.
Mi fanno male i piedi, avrò fatto chilometri nel Transatlantico, vorrei sedermi ma i divanetti in questa situazione è bene lasciarli a quelli che del tesserino rosso non hanno nemmeno bisogno.
Mi guardo intorno e c’è sorpresa, ma anche sollievo, come se finalmente si fosse trovata la soluzione a un rebus. Qualcuno sorride senza allegria, il bambino non ha fatto i compiti ma forse la maestra ha rimandato l’interrogazione.
Un brusio crescente si alza, ognuno corre al suo posto, la pancia della balena ora sembra un alveare, o forse davvero il ponte di un transatlantico, non lo so perché su un transatlantico non ci sono mai stato. Mi viene da ridere se guardo dove sono e penso che la prima immagine che mi evoca quella parola è il Titanic.
Napolitano. Napolitano… Napolitano!
Guardo il tesserino rosso, mi chiedo se lo utilizzerò ancora.

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Hai scelto una domenica di maggio

Hai scelto una domenica di maggio, di quelle col sole, che come me sei metereopatica e quando c’è la pioggia è fatica far correre il tempo, è noia fare le cose, è difficile non cadere e sembra impossibile restare su.

Hai scelto una domenica ed eravamo tutti lì, anche se non eravamo d’accordo ma non potevamo mica dircelo, solo pensarlo, che non era quello il momento, che era troppo presto, e ci si leggeva in faccia quindi la faccia la cambiavamo, che non volevamo la leggessi pure tu.

Che poi lo sapevamo che il tempo era scaduto e da parecchio, ma pure che a te non andava mica bene.

Volevi aspettare, il tempo ti serviva e te lo sei preso tutto, tu che l’hai usato più per dare che per prendere, fino a quel giorno con il sole, che non lo so se te lo sei scelto, ma sì, era quello giusto.

E noi c’eravamo tutti lì, a tenerti ognuno per un pezzetto, che dicevamo per accompagnarti ma in realtà, l’ho capito dopo, ti stavamo trattenendo.

Come quando ci si abbracciava: a papà che era gigante ci si aggrappava, a te che eri piccola ti si teneva stretta, più vicina, che sei di carta e il vento c’è sempre stato il rischio ti portasse via. 

Hai scelto una domenica di maggio e per te era quella giusta, ma per noi no, quella giusta non sarebbe mai arrivata.

Perché non eravamo preparati a vivere le cose senza raccontarle a te, e non ci avevano spiegato a che serve una foto ai bambini se poi non puoi vederla tu e guarda mamma, guarda che bravi, hai visto cosa riusciamo a fare?

Tu sembravi di carta ed eri cemento, dura a buttar giù, presente fra ogni singolo mattone che eravamo noi, a tenere uniti cuori lontani, ti saluta zia, lo zio non sta tanto bene, devo chiamare, salgo in macchina, vado a trovarli, porto i vostri saluti, sì stiamo tutti bene, pure tu che bene non stavi quasi mai.

Papà diceva che quando muore un padre finisce un matrimonio, e quando muore una mamma, finisce una famiglia. Ma tanto tu con papà non eri mai d’accordo e allora voglio dirti che no, non era come dice lui. 

Perché noi lo sappiamo che ora manca il cemento, per questo da quella domenica di maggio siamo rimasti tutti aggrappati, uno all’altro, che non cadere adesso sembra difficile pure se non piove ma guarda, mamma, guarda che bravi: hai visto come restiamo ancora su?

Social Media e Marketing culturale: comunicare un prodotto culturale è promuovere il territorio che lo ospita

Comunicare un evento o uno spazio culturale

Che significa curare un piano di comunicazione di un evento o uno spazio culturale?

Quali sono i nostri referenti, gli strumenti a disposizione, il linguaggio più efficace, il budget necessario e gli obiettivi da raggiungere? E come possiamo misurarli?

Il lavoro di ufficio stampa e di social media strategist e manager risponde a regole precise, che è necessario conoscere, ma non basta: la comunicazione di un evento o di uno spazio che produce cultura ha bisogno di strumenti adeguati e parametri che gli sono specifici, perché non si può fare l’ufficio stampa di un museo, o di un festival, utilizzando la stessa tecnica che useremmo se svolgessimo il ruolo presso un’istituzione pubblica, una società sportiva o una catena di negozi.

Questo corso serve a realizzare quello che in potenza è già un piano integrato di comunicazione completo, e fornisce, attraverso lezioni interattive e laboratori pratici, gli strumenti di base per adattare le scelte del responsabile della comunicazione alle diverse realtà in base alle necessità, agli obiettivi, al budget, alla continuità del lavoro da realizzare.

Quanto dura il workshop?

Il Workshop si svolge in due moduli di tre ore, più un terzo di laboratorio pratico relativo all’impiego di un budget in Facebook, Instagram e TikTok Ads (contenuti sponsorizzati).

Chi tiene il workshop?

Il workshop è tenuto da me, che oltre a ricoprire il ruolo di direttore del festival letterario Liberi sulla Carta, sono il fondatore di LSC Agency, agenzia letteraria e di comunicazione, e ho maturato anni di esperienza in comunicazione pubblica.

Il laboratorio è tenuto da Francesco Martinelli, consulente di digital advertising, specializzato nel media buying su piattaforme di social media, ambito che conosce e frequenta professionalmente sin dagli inizi.

A chi è rivolto?

Giornalisti, uffici stampa e social media manager che vogliono specializzarsi in comunicazione culturale, organizzatori di eventi, responsabili di musei, teatri, associazioni culturali attive nella promozione del territorio, aspiranti addetti alla comunicazione per enti culturali che non possiedono conoscenze di base del marketing culturale o che intendono approfondire le potenzialità del web per aumentare visibilità, immagine e reputazione di un evento.

Non occorre una preparazione particolare per acquisire le competenze di base, ma solo una conoscenza e dimestichezza con i principali social network.

PER INFO O PRENOTAZIONI: 320 333 6944

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Qualcosa rimane

Qualcosa rimane sempre.

Qualcosa da nascondere o qualcosa da finire, da ricordare, da cui ripartire.

Qualcosa di buono nella dispensa, l’effetto di un errore sulla coscienza, qualcosa di detto con piglio d’attore, o sotto le scarpe insieme all’odore, qualcosa rimane, indietro o da fare, nascosto da tutti, dagli occhi, dal mare.

Qualcosa rimane anche di un piccolo dolore, tra anima, pelle e un disegno sul cuore, qualcosa rimane d’ogni sogno, ogni sbaglio, dello slancio perduto e del tragico abbaglio, qualcosa rimane in fondo alla tasca, qualcosa rimane attaccata all’esca, rimane qualcosa finita la festa, rimane il nocciolo finita la pèsca, rimane la voglia di un bicchiere, una risata, di arrivare alla fine, di un’impresa o una giornata.

Qualcosa rimane tra le pagine chiare e quelle che, invece di essere scure, imitano le stelle certe sere.

Rimangono brandelli di storie lette o raccontate, di vite immaginate e di altre impaginate, disperse o raccolte, come briciole di pane, per quello che lasci: qualcosa rimane!

#Qualcosarimane è il tema dell’edizione 2022 di Liberi sulla Carta.

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Quella siepe c’è ancora

IMG_20190529_214226.jpgA meno di vent’anni ero stato rapito dallo Zibaldone e, con l’ignoranza tipica di chi ha studiato, ma sempre troppo poco, incontrata una cosa così bella pensavo fosse l’unica, l’ultima veramente necessaria, che non ci fosse null’altro di importante da leggere. Eppure non sono mai riuscito a leggerlo tutto. Continua a leggere

Difendiamo la famiglia

Avete ragione: abbiamo bisogno di una campagna di sostegno alla famiglia.

Per questo mi aspetto che chi si erge a suo difensore rivendichi il diritto alla casa, al lavoro e allo studio, sia in prima fila per promuovere iniziative di aiuto alle coppie giovani o agli anziani che vivono in casa con i figli, o che incentivino la natalità garantendo asili, sostegno economico, occupazione stabile, misure che tutelino la paternità e la maternità del lavoratore.

Quello che vedo invece è una gran voglia di rivendicare un modello di famiglia contro tutti gli altri, con accenti esplicitamente omofobi e una grossa dose di ipocrisia, unita alla tradizionale, questa sì, colpevolizzazione delle donne che non sfornano figli, con un ricatto morale spregevole, un sessismo degno degli anni ’50 e pure una colpevole mancanza di sensibilità verso tutte quelle coppie che magari un figlio vorrebbero averlo e non riescono a concepirlo.

Non lo fanno per suggerire soluzioni, quella è una scusa: la vera motivazione è avere un pulpito dal quale fare la cosa che amano di più: esprimere giudizi, meglio se indicando agli altri il modo giusto di usare i propri organi genitali. Si sentono crociati di Dio, ne sono la triste caricatura, privi dell’unica cosa divina che Dio, se c’è, ha lasciato sulla terra: l’amore per il prossimo.

Come stai tutto bene mi raccomando

Quando gli ho fatto gli auguri al telefono ha risposto come al solito: un po’ affannato, si è tirato su dalla poltrona appositamente, e con un certo imbarazzo poi, che parliamo tanto ma al telefono mai, ci sentiamo stupidi, e le parole inutili, sempre troppe oltre quelle vuote, di rito, come stai, tutto bene, mi raccomando.

Una telefonata così, che è diventata importante solo perché è stata l’ultima.

Poi la quotidianità di un tempo s’è fatta ricordo, e le cose da ricordare sono diventate tutte, pure quelle piccole, che in fondo chi se ne importa, ma le ricordiamo lo stesso, per dire era così, ti ricordi?

Quello che mi manca è che eri troppo grande da abbracciare tutto, e adesso nemmeno un pezzo piccolo, manco un posto dove ricordarti per bene, dove guardare e immaginarti lì: da troppo a niente. Che poi non è manco questo, ché se avessi ancora quella poltrona, quel giardino, quell’auto, magari non ci farei caso, e però adesso mancano.

Su quella pietra non sapevamo che scrivere, che tu credevi poco e noi pure, però adesso ogni tanto noi di più, perché ci serve, perché pensiamo serva a te. “Uniti nel tuo ricordo”, c’è scritto uniti ed è vero, ma non ti ricordiamo quasi mai, solo ognuno per conto suo.

Mi piacerebbe ritrovare un insegnamento da tramandare a Ginevra e non ce l’ho, perché quello che mi hai insegnato lo hai fatto con la vita e poco con le parole, e le cose belle che cerco di essere quasi tutte da te vengono, pure quelle che tu non eri, e io proprio per questo le cerco. Quindi è più difficile: ci vuole tempo.

Siamo stati sempre diversi, io con le mani non so far niente, e chi mena primo mena du vòrte per me non vale mai, eppure ogni giorno lo vedo che non siamo così diversi, e non c’entra la faccia nello specchio ma la storia, che è sempre quella, io sto solo scrivendo la seconda parte, la parte mia. La terza, se conto Nonno Michele.

Per questo la storia deve finire bene, perché sennò tutte le parti difficili che ci sono all’inizio, che a me non sono toccate ma che mi hai voluto raccontare, la sera soprattutto, la notte con le finestre aperte a immaginare la scuola di Pietralata occupata, prima tu che la Morante me l’hai raccontata, non sarebbero servite a nulla, e a me le storie senza finale piacciono solo se non ci sono dentro io.

La storia continua e tutti noi scriviamo un pezzo, e io e Federico ci tocca pure di insegnare a scrivere ai nostri figli, cercare un finale ancora migliore. Mi piacerebbe conoscessero le parti che li hanno preceduti, ma chissà se vorranno, chissà se saremo capaci. A ricordarle sì, ma raccontarle, quando non sono proprio cose tue, non è lo stesso. E invece sono proprio cose tue, mie, e pure loro.

Mi piace immaginarti contento di quello che hai fatto, ma mica lo so se lo sei, che hai sempre avuto smania di fare altro, chissà che cosa poi, non vedi che va tutto bene così?

Te lo vorrei dire, ma no per telefono, che sarebbe un come stai, tutto bene, mi raccomando, che si dice ma non ci si crede mai.

E invece come stai, noi tutto bene. Mi raccomando.

Erano gli anni

The-original-Kurt-Cobain-e1434985362228Erano gli anni del grunge, c’erano i Nirvana e le camicie a quadrettoni, i maglioni grandissimi che quasi ti nascondevano le mani, che se eri figo li portavi sulla pelle. C’erano gli anfibi, per le ragazze anche sotto la gonna, loro tutte o quasi con la frangetta e vai a capire perché, noi tutti o quasi col bomber, gli occhiali scuri comprati alla bancarella, le magliette a maniche lunghe con i bottoni al collo.

Erano gli anni in cui ci si passavano poche sigarette, nessun libro e qualche Dylan Dog, fumetti da scoprire e selle del motorino da dividere, come i soldi per la birra: la Du Demon per i più duri, per tutti gli altri Ceres. Vicino lo specchio gel o spuma, se ti andava bene il Denim del supermercato e se ti andava male anche il Clerasyl, se era finito il Topexan, o peggio il dentifricio. Continua a leggere

I due libri di mio padre

papillon a livella totòPapà sapeva quanto mi piacesse leggere. Eppure, in tutta la sua vita, mi ha parlato solo di due libri.
Lo ha fatto spessissimo, ogni volta come se stesse condividendo una magnifica esperienza, lui che a quanto ricordo non era un gran lettore.
Succedeva che a intervalli regolari li prendesse dalla libreria, li sfogliasse, dicesse che avrebbe voluto rileggerli, e poi li riponesse.
Uno dei due libri era Papillon, di Henri Charrière (e la seconda parte della sua storia, Banco), che raccontava di un uomo che non si arrende al carcere duro cui è stato condannato (non ricordo se ingiustamente) e, dopo decenni di soprusi e tentativi falliti, alla fine riesce ad evadere. Continua a leggere