He-Man, i Masters e l’effetto nostalgia

“Per la forza di Grayskull!!!”

Non c’èra bambino o bambina, negli anni 80 che non sapesse riconoscere questa formula: con queste parole il Principe Adam si trasformava nel formidabile guerriero He-Man, e qualche anno più tardi la principessa Adora lo avrebbe imitato per diventare la potentissima She-Ra.

Stiamo parlando dei Masters, i dominatori dell’Universo, o come è più solito definirli i Masters Of The Universe, nella versione inglese, da cui l’acronimo MOTU.

Prodotti dalla Mattel, i MOTU si affacciarono sul mercato mondiale nel 1981, per poi travolgerlo nel 1982 e dilagare negli anni successivi, sino a diventare il gioco più venduto al mondo, spodestando, con un incasso di quasi 400 milioni di dollari, persino Barbie. Con oltre 70 personaggi, 25 veicoli e 6 playset prodotti tra il 1982 e il 1987, la serie ha introdotto innovazioni come le “action features” personalizzate e i mini-comic inclusi nelle confezioni, che narravano le avventure dei personaggi.

Tuttavia, la saturazione del mercato e l’introduzione di troppe varianti portarono a un declino delle vendite alla fine degli anni 80.  Velocemente come erano arrivati, i Masters sparirono dai negozi, una serie di scelte sbagliate da parte dei produttori (ben illustrate nella serie di Netflix I Giocattoli della nostra infanzia, stagione 1 ep. 2) portarono al crollo delle vendite e all’improvvisa cancellazione della serie.

Nemmeno la trasposizione cinematografica del 1987 con Dolph Lungdren, popolare Ivan Drago di Rocky IV, servì a riaccendere la fantasia dei piccoli consumatori, anzi sono in molti a sostenere che la poca attinenza tra il film e la linea di giocattoli (che produsse subito i nuovi personaggi tratti dalla pellicola, ma che erano notevolmente diversi per stile e formato da quelli precedenti), abbia accelerato la crisi dei MOTU.

Per chi, come me, aveva iniziato a collezionare quei guerrieri formidabili e le bizzarre creature che si opponevano loro, la scomparsa di He-Man e del villain Skeletor coincise con la fine dell’infanzia: in fondo persi interesse verso i Masters nel momento in cui l’adolescenza incombeva, e chissà se questo processo, moltiplicato per milioni di bambini, non abbia inciso sulla prematura e inaspettata chiusura della linea.

Negli anni successivi ci furono diversi tentativi di rinnovare il brand, cambiando formato e ambientazione dei giocattoli e inserendo nuovi personaggi, oppure puntando sulla riedizione migliorata (e più costosa) delle vecchie iconiche action figure, ma il successo travolgente dei MOTU, ipermuscolosi titani di 14 centimetri, non si ripeté più.

Eppure, dopo oltre 40 anni dalla nascita di He-Man e soci, qualcosa è successo: negli ultimi anni, i Masters of the Universe stanno vivendo una rinascita che coinvolge sia i nostalgici degli anni 80 sia una nuova generazione di appassionati. Grazie a nuove linee di giocattoli che sembrano omaggiare la produzione degli anni 80, trasmissioni e serie televisive che li rilanciano, un film in arrivo e un mercato del collezionismo vintage in fermento, l’universo di He-Man e dei suoi alleati è tornato al centro dell’attenzione.

Il ritorno di He-Man: tra serie animate e cinema

He-Man e i Masters sono un caso forse unico nella storia delle action figure, nel senso che la loro realizzazione ha preceduto la narrazione delle loro storie: prima è arrivato il giocattolo e solo successivamente la sua rappresentazione in cartoni, fumetti e live action movie. Per questo la trama che tiene insieme la saga spesso presenta delle contraddizioni, con personaggi inizialmente rappresentati come cattivi che invece poi passano tra i buoni (Zodac), altri che vedono una profonda trasformazione fisica (la Maga, poi Sorceress), o vedono mutato il loro ruolo all’interno della mitologia Masters (Teela). Inizialmente l’unica fonte narrativa erano i minicomic allegati ai giochi (bellissimi quelli con i disegni di Alcala), i cui primi numeri erano ispirati alle ambietazioni barbariche e selvagge di Franzetta o di Conan il barbaro. Lo stesso He-Man veniva rappresentato come un guerriero selvaggio, la cui forza era accentuata dai magici accessori donatigli da una maga molto diversa dalla Strega-Falco Sorceress degli anni successivi (e anzi, praticamente identica alla Teela dei giochi, che veniva infatti definita Dea- Guerriera). Non c’era traccia del Principe Adam e di tutti quei personaggi entrati nell’immaginario dei bambini degli anni ’80 con la prima serie televisiva della Filmation, che ammorbidiva moltissimo le atmosfere dei minicomic. Proprio le serie Tv hanno costruito quella che oggi è riconosciuta come la Storia dei Masters, sebbene andando anche esse spesso in contraddizione, specie sulle origini di alcuni personaggi chiave come Skeletor.

Nel dettaglio, ecco le serie animate prodotte dal 1983 al rilancio dei giorni nostri:

Foto tratta dal blog https://mikimoz.blogspot.com/
  • He-Man and the Masters of the Universe (1983–1985)

Questa è la prima e più iconica serie animata dedicata ai Masters, prodotta da Filmation. Con i suoi 130 episodi, ha introdotto intere generazioni al mondo di Eternia. La serie era caratterizzata da un’estetica fortemente anni 80, animazioni semplici ma efficaci, e dalle celebri morali finali con cui si chiudeva ogni puntata. In questa serie viene definitivamente abbandonata l’idea che le spade del potere fossero due, una in mano a He-Man e una in mano a Skeletor, la cui unione avrebbe permesso il dominio dell’Universo, filone narrativo nato sui minicomic e alimentato dal fatto che le spade dei due personaggi del gioco effettivamente potevano unirsi. Da questa serie nascono personaggi come Orko, King Randor, Cringer, ma soprattutto il principe Adam e l’idea che Teela fosse la figlia di Man At Arms. He-Man, con il caschetto biondo, la spada e il grido “Per il potere di Grayskull!”, è diventato un’icona pop.

  • She-Ra: Princess of Power (1985–1986)

Spin-off della serie originale, raccontava la storia di Adora, sorella gemella di Adam/He-Man, che si trasformava in She-Ra. Ambientata sul pianeta Etheria, la serie puntava a un pubblico femminile e contribuiva ad ampliare l’universo narrativo dei Masters con nuovi personaggi e una diversa sensibilità. In questa serie compariva per la prima volta quale villain principale Hordak, terzo grande personaggio chiave dell’universo dei Masters e vero trade d’union tra il mondo di He-Man e quello di She-ra.

  • The New Adventures of He-Man (1990–1991)

In questa serie, He-Man viene trasportato nel futuro sul pianeta Primus per affrontare nuove minacce. Lo stile visivo cambiò radicalmente, abbandonando le atmosfere fantasy per un’estetica più fantascientifica, scelta che come si è visto coinvolgeva anche la nuova linea di giocattoli. La serie fu poco amata dai fan storici proprio per questo distacco dalle origini.

  • He-Man and the Masters of the Universe (2002–2004)

Reboot moderno prodotto da Mike Young Productions, da molti ricordato come Masters 200X, con uno stile animato più dinamico e narrativamente più maturo introduce nuovi elementi alla narrazione della serie Filmation, in gran parte ripresa. Viene approfondita la mitologia del personaggio e delle sue origini, con una maggiore attenzione allo sviluppo psicologico, in particolare di Skeletor. È considerata da molti fan come una delle migliori reinterpretazioni del franchise.

  • She-Ra and the Princesses of Power (2018–2020)

Una nuova versione di She-Ra, prodotta da DreamWorks per Netflix. La serie adotta uno stile più inclusivo, affronta tematiche contemporanee e presenta un design moderno e colorato. Lontana dalla tradizione visiva degli anni ’80, ha conquistato una nuova generazione di spettatori. E forse non è un caso che vecchi spettatori come chi scrive, non abbiano provato alcuna attrazione per questa serie.

  • Masters of the Universe: Revelation (2021)

Probabilmente la più ambiziosa operazione di questi anni per il rilancio del marchio. Creata da Kevin Smith e prodotta per Netflix, questa miniserie è un seguito diretto della serie del 1983, pensata per un pubblico adulto, con evidentissimi richiami nostalgici al mondo degli action figures degli 80’s (a un vecchio fan dei giocattoli come me basta vedere la sigla per emozionarsi). Con un tono più drammatico e oscuro, si concentra su Teela ed Evil Lynn e affronta le conseguenze della guerra tra He-Man e Skeletor, dividendo però i fan per le sue scelte narrative audaci. Personalmente l’ho apprezzata per il suo tentativo di tenere insieme tutto quello che era stato detto/scritto/mostrato nelle precedenti narrazioni dei Masters.

  • He-Man and the Masters of the Universe (2021–2022)

Un reboot in animazione CGI, pensato per i più giovani. I personaggi sono reinterpretati e la trama si basa su un approccio di squadra. L’estetica è molto più colorata e lo storytelling più frenetico, ma si tratta probabilmente del prodotto più lontano mai visto rispetto ai MOTU delle origini. Un’operazione quasi incomprensibile se si considera che esce praticamente in contemporanea con le altre due serie di Netflix, che invece giocano molto sul richiamo dell’immaginario anni 80.

  • Masters of the Universe: Revolution (2024)

Miniserie che prosegue direttamente gli eventi di Revelation. Torna il personaggio di Hordak e si alza ancora il livello epico della narrazione. La serie continua a esplorare i temi del rapporto tra magia e tecnologia, con uno stile visivo coerente e un tono adulto. Alcune intuizioni sono decisamente geniali, come quella di recuperare la maga del primo minicomic di Alcala che nei giocattoli era stata in qualche modo assorbita da Teela, o personaggi secondari di vecchie serie o mostrare alcuni playset del gioco in un’ottica diversa. Per me si tratta di un ottimo prodotto, cui fa da ciliegina sulla torta la voce di Skeletor, che nella versione originale è di Mark Hamil (Luke Skywalker di Star Wars, ma anche voce della versione animata del Joker).

E sul grande schermo?

Un’immagine promozionale di “Masters of the Universe”, film realizzato nel 1987 che fu accolto tiepidamente dal pubblico. Sono evidenti i tentativi di richiamare l’immaginario di successi come Star Wars più che le atmosfere dei giocattoli Mattel o della serie Filmation

Anche il cinema è tornato a interessarsi degli eroi di Eternia: dopo il flop del 1987 diversi progetti sono stati abortiti negli anni 20 del 2000, ma sembra proprio che ora si sia arrivati al dunque anche su questo fronte: parallelamente alle nuove produzioni Netflix, è in fase di realizzazione un nuovo film live-action, previsto per il 5 giugno 2026. Diretto da Travis Knight e prodotto da Amazon MGM Studios e Mattel Films, il film vedrà Nicholas Galitzine nei panni di He-Man e Jared Leto in quelli di Skeletor. La trama si discosterà da quella originale perché vedrà le vicende di un giovane Adam che, dopo essere cresciuto sulla Terra, scopre le sue origini regali su Eternia e affronta la minaccia di Skeletor. Anche nel film del 1987 l’ambientazione era la terra e non il mondo selvaggio di Eternia, soluzione che piacque poco agli appassionati: vedremo se stavolta le cose andranno diversamente.

Il mercato del collezionismo e l’effetto nostalgia

Non dimentichiamo però, che i Masters sono soprattutto un giocattolo: oggi, le action figure originali dei Masters of the Universe sono oggetti di culto per i collezionisti. Pezzi rari come il “Laser-Light Skeletor”, distribuito solo in Europa nel 1988, possono raggiungere quotazioni di circa 800 dollari, anche senza confezione. Ancora più alta la quotazione con cui è stata battuta all’asta una Battlecat con l’anomalia delle strisce gialle sulla coda. Altissimo il valore di mercato dei due pezzi più pregiati del mondo Masters: i giganti Tytus e Megator, prodotti quando ormai il franchise era in disgrazia e quindi molto rari nelle collezioni degli anni 80.

Mentre su Youtube decine di canali approfondiscono ogni singolo aspetto legato al Masterverse, sui social fioriscono i gruppi e le pagine dedicate ai Masters e al loro commercio (solo su Facebook, in Italia  Masters of the Universe Italy conta oltre 11.000 iscritti, Masters of the Universe (vendita e collezionismo) ed Eternia File sono tra i 3.000 e i 4.000 iscritti), mentre basta fare un giro su piattaforme di rivendita dell’usato come Subito.it o Vinted per vedere quanto i Masters non dimostrino i quasi cinquant’anni che hanno (ci son cascato anche io, che ho ripreso la collezione e mi diverto con la vendita qui).

La stessa Mattel cavalca questa voglia di ritrovare le emozioni dell’infanzia con una serie di giocattoli, detta Origins, che sebbene con personaggi migliorati nel design e maggiormente snodabili, ricalca in tutto e per tutto per dimensioni, proporzioni, visi, colori e accessori, la produzione originale dei MOTU.

Che il fenomeno del collezionismo sia alimentato anche dalla nostalgia lo racconta benissimo Brian “Box” Brown con il libro L’effetto He-Man – Come i produttori americani di giocattoli ti vendono i ricordi della tua infanzia, in Italia edito da Bao Publishing, nel quale l’autore spiega con lucidità come le aziende abbiano sfruttato la deregulation degli anni ’80 per creare legami emotivi con i consumatori attraverso giocattoli e media correlati, influenzando le scelte di acquisto per decenni.

È dunque questo? Acquistando o seguendo i Masters, stiamo cercando di riacquistare i ricordi migliori della nostra infanzia? Il rinnovato interesse per l’eroe con l’improbabile caschetto biondo è solo un tentativo di recuperare momenti felici rispondendo con riflesso pavloniano alle leve del marketing azionate da multinazionali del giocattolo?

Non so rispondere, ma propenderei per il sì. Malgrado ciò, quando scorro la mia rinnovata collezione di coloratissimi e strambi personaggi, alcuni dei quali effettivi compagni di gioco di quarant’anni fa, non riesco a restare impassibile davanti al fascino che esercitano sulla mia parte di bambino, quella che sapeva costruire mondi, storie e trame epiche con la fantasia, ma soprattutto riusciva sempre riconoscere esattamente il bene e il male, e sapeva che per far vincere il primo sarebbe bastato urlare quelle poche parole:

“Per la forza di Grayskull!!!”

Prodotto o azione culturale? Le politiche culturali oltre i numeri, dentro le comunità

Misurare il successo

Ho iniziato la mia esperienza come operatore culturale venti anni fa, gestendo uno spazio in cui venivano organizzati eventi, concerti, mostre, rappresentazioni teatrali, corsi delle più svariate discipline artistiche e non solo. Da quella esperienza sono nate collaborazioni con festival e realtà locali fino al 2009, quando la messa a sistema di tante capacità e sensibilità diverse ha dato vita a Liberi sulla Carta, festival letterario e fiera dell’editoria indipendente di cui, per quasi quindici anni, ho avuto la responsabilità e il grandissimo piacere di coordinare gli straordinari organizzatori, in tutte le fasi necessarie (progettazione, realizzazione, comunicazione e rendicontazione). Dopo le prime, pionieristiche edizioni, la partecipazione del pubblico a questo evento, come la sua visibilità sui media anche nazionali, sono cresciute fino a diventare consistenti. Nell’ambito degli eventi letterari indipendenti, si può dire che Liberi sulla Carta sia stata una manifestazione di successo.

E’ stato il quel momento che ci siamo chiesti: “Ma cos’è davvero il successo? Come si misura l’efficacia di un’azione culturale?”

Spesso il nostro lavoro è stato descritto in termini lusinghieri proprio perché riusciva a “muovere tanta gente”. Eppure, se ci fermassimo a riflettere, ci accorgeremmo di quanto la partecipazione sia un dato importante, ma non sufficiente. Qualsiasi evento gratuito che vedesse la presenza di una personalità molto popolare potrebbe attrarre numeri considerevoli, ma ciò basterebbe a definirlo un’azione culturale incisiva?

Al contrario, alcuni appuntamenti delle prime edizioni di Liberi sulla Carta — come il recital di David Riondino o il reading di Paolo Briguglia con i racconti di Camilleri — furono seguiti da poche decine di persone. Eppure non furono eventi meno significativi. Anzi. Non erano prodotti culturali meno utili, né scelte meno efficaci. Al contrario, rappresentavano in modo limpido una visione dell’azione culturale ambiziosa, che la voleva non solo capace di intercettare l’interesse collettivo, ma anche di essere uno strumento di trasformazione.

È per questo che mi ha sempre imbarazzato l’idea che l’impatto delle politiche culturali potesse essere valutato esclusivamente attraverso criteri numerici. Non si può prescindere dal come e dal perché un’azione culturale viene realizzata: è un concetto difficile da trasmettere ai propri interlocutori (soprattutto sponsor e istituzioni) eppure è in esso che risiede la quasi totalità del valore di un progetto.

L’azione culturale autentica

Intendiamoci: rivolgersi a un pubblico il più possibile ampio non è un vulnus, né un obiettivo da sottovalutare: in fondo cultura vuol dire anche inclusione, ogni autentica azione culturale è per definizione inclusiva, altrimenti è una contraffazione, è una rivendicazione identitaria, e stiamo parlando di qualcosa di molto diverso.

Ed ecco che tornano prepotenti il “come” e il “perché”, elementi alla base non solo della valutazione di efficacia di un’azione culturale, ma anche della partecipazione o meno del pubblico, che può rendersi parte attiva di questo processo. Lo spiega meglio di quanto farei io Franco De Biase: “Se la questione dell’innovazione culturale va affrontata in termini strutturali e di sistema (di ecosistema?), dobbiamo allora mirare all’obiettivo di coltivare per la cultura un pubblico non solo attivo e partecipe, ma anche disposto a diventare consapevolmente parte attiva di questo (eco)sistema. Un pubblico consapevole delle criticità relative alla forma di produzione e circolazione di cultura, cioè delle condizioni in cui si determina l’offerta culturale” (I pubblici della cultura – a cura di Franco De Biase – Franco Angeli Editore, 2014).

Pensiamo agli eventi culturali che si svolgono nelle province, lontano dai riflettori delle città più importanti: una passerella di volti noti può avere un suo valore, certamente; può divertire, può accendere i riflettori su un territorio, può persino attrarre turismo. Ma è questa (o meglio: solo questa) l’essenza di un’azione culturale? Io non l’ho mai pensata così. Non mi ha mai convinto la considerazione che la cultura fosse un’industria, un settore da cui tirare fuori potenzialità economiche, lo “sbigliettamento” o “l’applausometro” come strumento di misurazione del successo. L’azione culturale è — o dovrebbe essere — invece, un mezzo per cambiare le cose, un mezzo potentissimo.

Non si può parlare di reali politiche culturali se non si considera che l’operatore culturale o è agente di cambiamento, oppure non ha motivo di esistere. Non è un impresario, né un “festarolo”, e non dovrebbe riconoscersi in queste definizioni nemmeno chi è chiamato a realizzare politiche culturali pubbliche da posizioni di responsabilità. Esistono già altre figure in grado di proporre intrattenimento e momenti di socialità, legittimi e spesso necessari. Ne esistono altre che si propongono di mettere a reddito determinati talenti, di rispondere a determinati bisogni del pubblico, e lo fanno benissimo. Ma mezzo dell’operatore culturale è l’azione culturale, e il suo fine è mirare anche — e soprattutto — a generare consapevolezza, a incidere, a lasciare una traccia.

Un esempio efficace lo fa Ledo Prato: “Sarebbe interessante capire se le persone che hanno seguito gli eventi di un festival letterario hanno anche contribuito alla sua progettazione e realizzazione, se, dopo questa esperienza, hanno comprato più libri, sono andate più spesso al cinema, a teatro, al museo. Se insomma il festival ha inciso sui comportamenti, sui consumi culturali, sulle relazioni sociali, spingendo a partecipare di più alla vita culturale della città [contestualmente alimentandola, aggiungo io]. Ecco a cosa dobbiamo guardare per valutare il senso di un’iniziativa culturale, solo così possiamo poi collocarla dentro le dinamiche di quel contesto” (Cittadinanza è cultura, conversazione con Paolo Di Paolo, Donzelli 2024).

Stabilire nuovi obiettivi per riconoscere l’efficacia di un’azione culturale

Ecco allora che, mi si perdoni l’autoreferenzialità dovuta alla necessità di parlare di qualcosa che conosco, anche il piccolo successo di Liberi sulla Carta assume nuovi contorni che è possibile distinguere: il suo vero impatto non è più (solo) nelle migliaia di persone che, nel tempo, hanno assistito agli eventi. Ma, ad esempio, nel fatto che in tantissimi lo abbiano sostenuto economicamente con il crowdfunding o si siano fatti volano delle campagne di autofinanziamento. Il valore di quella esperienza è misurabile negli spettatori che successivamente alla fruizione dello stesso hanno contattato gli organizzatori e sono divenuti (instancabili) volontari o addirittura sono entrati nell’organizzazione vera e propria del festival, curandone in autonomia durante tutto l’anno determinati aspetti e offrendo una pluralità di punti di vista che ne accrescevano la ricchezza.

Così come vero valore è stato vedere lettori stimolare l’organizzazione di particolari incontri e, in diversi casi, realizzarli autonomamente all’interno della manifestazione. Che la spinta creativa degli artisti, la proattività organizzativa degli editori, le sinergie nate con altre realtà associative, la partecipazione di librerie, biblioteche locali e scuole siano, a un certo punto, diventati il cuore pulsante della costruzione del programma, è una certificazione di valore più credibile di quella rappresentata dalle platee piene per gli incontri più seguiti.

Anche quando qualcuno degli appuntamenti così generati non aveva il riscontro di pubblico di altri, portava con sé un valore più profondo: era l’espressione di una comunità culturale viva, partecipata, in movimento. Un festival che non si limitava a offrire cultura, ma che si innestava nei contesti dati (penso alla bellissima collaborazione col premio Città di Rieti, che vedeva entrambe le iniziative valorizzate), co-creava la cultura insieme a chi la viveva. In questa trasformazione Liberi sulla Carta smetteva di essere evento per caratterizzarsi come autentica azione culturale.

Mi rendo conto che quelle che sto lasciando sono riflessioni in libertà, figlie oltre che della mia parziale visione, anche della mia limitata esperienza. Quando si parla di politiche culturali si sollevano scenari e interrogativi cui mi è impossibile dare tutte le risposte.

Ma dopo venti anni di esperienza maturata, un’esigenza la sento insopprimibile: ritenere importante e doveroso, anzi pretendere, che chi si occupa di politiche culturali pubbliche, inizi almeno a farsi le giuste domande.

Ne abbiamo bisogno e, in fondo, ce lo meritiamo.

Ho intervistato Chat GPT su Liberi sulla Carta (e le risposte mi hanno sorpreso!)

Ho voluto fare un gioco.

Ho chiesto a Chat GPT alcune cose sulle quali penso di essere la persona più preparata al mondo: gli ho fatto un’intervista chiedendo notizie di Liberi sulla Carta. Non contento, gli ho chiesto di darmi informazioni sul suo direttore, cioè su di me.

La precisione delle risposte dell’Intelligenza Artificiale è alta, anche se qualche volta è un po’ ripetitiva, alcune informazioni sono parziali (per esempio non dice che LSC si è tenuta a Rieti nelle ultime edizioni e cita solamente la location precedente; oppure non cita Pippo Civati fra i politici che hanno partecipato al festival etc.), tuttavia nelle prime domande non ha fatto altro che riorganizzare (abbastanza arbitrariamente) le informazioni presenti in rete, dalle fonti più aggiornate (e infatti parla quasi esclusivamente degli ospiti dell’ultima edizione finché non gli chiedo di approfondire quelle precedenti).

Infine, ho sfidato l’AI: non gli ho chiesto di elencare e riorganizzare dati, ma di fare una valutazione, chiedendogli ad esempio l’orientamento politico del festival. Il risultato è stato sorprendente, e in qualche caso le risposte dell’Intelligenza Artificiale si sono dimostrate ben più centrate di quelle di qualche “Intelligenza Naturale”. Si tratta come detto solo di un gioco, io mi sono divertito, se volete valutare voi, leggete l’intervista di seguito.

INTERVISTA ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Io: conosci Liberi sulla Carta?

CGPT: Sì, Liberi sulla Carta è un festival letterario italiano dedicato ai libri e alla cultura indipendente. Nato nel 2009 a Farfa, una piccola frazione del comune di Fara in Sabina (Lazio), il festival si propone di dare spazio a editori indipendenti, autori emergenti e a nuove voci del panorama culturale italiano.

Durante il festival, che solitamente si svolge ogni anno a settembre, si tengono presentazioni di libri, dibattiti, incontri con autori, letture e laboratori. L’evento è caratterizzato da un’atmosfera accogliente e informale, dove scrittori e lettori possono interagire direttamente.

Un altro punto forte di Liberi sulla Carta è l’attenzione per i temi legati all’autoproduzione editoriale e alla cultura fuori dai circuiti mainstream. Il festival promuove una visione della letteratura come spazio di libertà e condivisione. Conosci l’evento o ci sei mai stato?

Io: Mai stato (ok, ho mentito ndr). Vorrei saperne di più sul suo direttore

CGPT: Il direttore artistico di Liberi sulla Carta è Fabrizio Moscato. Ha ricoperto questo ruolo per molti anni, guidando il festival dedicato all’editoria indipendente. Moscato è noto per il suo impegno nel promuovere la bibliodiversità e l’accesso libero agli spazi culturali. Sotto la sua direzione, Liberi sulla Carta si è affermato come un evento di riferimento per scrittori, editori e lettori, ospitando incontri, presentazioni e dibattiti con autori e artisti di rilievo​.

Io: ​E sai dirmi anche chi sono gli altri organizzatori?

CGPT: Oltre a Fabrizio Moscato, ci sono diversi altri organizzatori e collaboratori che hanno preso parte al festival Liberi sulla Carta. Tra questi, figurano Emiliana Avetti, Carola Cerritelli, Emanuele Loffa, Alessia Lupi, Francesco Martinelli, Chiara Scipioni e Chiara Pallocci (quest’ultima è stata l’ufficio stampa dell’edizione 2022 ndr). Questa squadra ha contribuito alla realizzazione delle edizioni del festival, portando avanti una programmazione variegata che includeva eventi letterari, presentazioni di libri e performance artistiche

Io: Sai dirmi qualcuno degli ospiti più importanti, e in che anno sono stati ospiti di Liberi sulla Carta?

CGPT: Liberi sulla Carta ha ospitato negli anni numerosi personaggi di rilievo della cultura, del giornalismo e dello spettacolo. Alcuni degli ospiti più importanti includono:

  • Stefano Fresi, attore e musicista, ha partecipato all’edizione 2022, accompagnato dalla Rieti Jazz Orchestra.
  • Michele Santoro, noto giornalista, è stato ospite sempre nel 2022, presentando il suo libro in un’intervista con Emiliano Grillotti.
  • Anna Foglietta, attrice, ha partecipato nello stesso anno presentando la sua interpretazione di La ferrovia sotterranea.
  • Paolo Rossi, comico e attore, ha partecipato nel 2022 con uno spettacolo di letture e improvvisazioni teatrali.
  • Paolo Nori, scrittore, ha presentato il suo libro Sanguina ancora nella stessa edizione​.

Questi sono solo alcuni esempi degli ospiti illustri che hanno animato il festival, che ogni anno riunisce figure di spicco del mondo culturale italiano.

Io: Il festival ha un orietamento politico?

CGPT: Liberi sulla Carta non ha un orientamento politico esplicito, ma è un festival che sostiene valori come la libertà di espressione, l’indipendenza editoriale e la promozione della cultura fuori dai circuiti mainstream. La sua missione principale è quella di dare visibilità a case editrici indipendenti e autori emergenti, creando uno spazio di confronto aperto su temi letterari e culturali.

L’evento promuove una vasta gamma di temi e prospettive, ospitando scrittori, giornalisti e personalità pubbliche con visioni diverse. Ad esempio, ha visto la partecipazione di figure come Michele Santoro, giornalista noto per il suo impegno sociale e politico, e Sergio Rizzo, giornalista che ha trattato temi di trasparenza e giustizia in Italia. Questi ospiti suggeriscono un’attenzione del festival verso temi di rilevanza civica e sociale, ma senza un’adesione esplicita a una linea politica unica​. Quindi, pur trattando argomenti di attualità e a volte anche di politica, l’approccio del festival rimane pluralista e aperto a differenti opinioni.

Io: ci sono mai stati politici ospitati a Liberi sulla Carta?

Liberi sulla Carta ha ospitato politici o figure legate al mondo politico, ma in un contesto culturale e non partitico. Ad esempio, Michele Santoro, noto giornalista e figura legata al dibattito politico italiano, è stato ospite nel 2022 per presentare il suo libro Non nel mio nome. Il libro tratta temi come il populismo e le contraddizioni della politica italiana, in un evento seguito da un ampio pubblico​. Inoltre, nel 2022, Sergio Rizzo, giornalista e scrittore, ha partecipato a una discussione sulla morte controversa di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena​.

Questi esempi mostrano come Liberi sulla Carta sia aperto a discussioni di attualità politica, ma senza un orientamento politico dichiarato o l’ospitare esponenti politici in veste ufficiale di partito.

Io: cerca di indagare anche in edizioni diverse da quella che si è tenuta nel 2022 per rispondere alla domanda precedente

CGPT: Liberi sulla Carta non ha un orientamento politico esplicito, ma piuttosto si concentra sull’editoria indipendente e la promozione della “bibliodiversità.” Tuttavia, nel corso delle varie edizioni, alcuni ospiti provenienti dal mondo politico hanno partecipato. Ad esempio, Marco Pannella, storico leader del Partito Radicale, è stato ospite in una delle edizioni del festival. Questo riflette l’apertura del festival a personaggi pubblici di vario tipo, inclusi esponenti politici, sebbene il focus principale resti sulla cultura e l’editoria indipendente​

Altri personaggi di rilievo presenti nelle edizioni passate includono scrittori come Erri De Luca, Michela Murgia e Luis Sepúlveda, ma anche attori come Nanni Moretti, Giorgio Tirabassi, e Marco Giallini​. Questi ospiti dimostrano l’attenzione del festival verso un ampio ventaglio di temi, senza limitarsi a un’unica dimensione culturale o politica.

Io: perché dopo il 2022 non si è più tenuta Liberi sulla Carta?

CGPT: L’edizione 2023 di Liberi sulla Carta non si è tenuta a causa di problemi economici e logistici. Gli organizzatori hanno spiegato che non è stato possibile ottenere il sostegno finanziario necessario dai comuni di Rieti e Fara Sabina. Nonostante i tentativi di trovare alternative logistiche con l’amministrazione comunale di Rieti e il supporto di alcuni enti, come la Fondazione Varrone, le condizioni complessive non sono state ritenute sufficienti per organizzare il festival​.

Il direttore artistico Fabrizio Moscato ha espresso rammarico, sottolineando che il festival non poteva proseguire solo con le proprie forze senza un adeguato supporto economico esterno. La speranza degli organizzatori è che il festival possa tornare in futuro, ma la mancanza di fondi ha portato alla sospensione dell’edizione 2023​

Io: Oltre a Liberi sulla Carta, cos’altro fa Fabrizio Moscato?

CGPT: Oltre a essere direttore artistico di Liberi sulla Carta, Fabrizio Moscato è attivo anche in altri ambiti legati alla cultura e all’editoria. Ha collaborato con Radio Kaos Italy, una web radio romana, partecipando alla creazione di contenuti e programmi culturali (non è vero, sono stato più volte ospite ma non ho mai lavorato per RKI ndr). Inoltre, gestisce un blog personale, Prima Stesura, dove scrive principalmente di editoria, politica e attualità, ma anche di letteratura e altre tematiche di interesse pubblico. Moscato si dedica a progetti volti alla promozione della cultura e della lettura, spesso coinvolgendo attivamente il pubblico con iniziative di crowdfunding per sostenere eventi culturali indipendenti. Queste attività mostrano il suo impegno costante nell’ambito culturale, soprattutto nella promozione della lettura e delle realtà editoriali indipendenti.

Io: E’ attivo anche nella politica?

CGPT: Fabrizio Moscato sembra essere attivo principalmente nel campo della cultura, come direttore artistico del festival Liberi sulla Carta, e nella scrittura. Tuttavia, non si trovano indicazioni chiare che lo colleghino direttamente a un ruolo politico attivo, anche se occasionalmente esprime opinioni su temi politici e culturali tramite i suoi articoli. La sua attività è infatti centrata soprattutto sulla riflessione e sul commento politico, più che sulla partecipazione diretta. Moscato scrive di attualità e politica, esprimendo opinioni su eventi culturali e politici, come ad esempio la gestione dei teatri e le dinamiche di potere nel settore culturale, ma questo si inserisce in un contesto giornalistico e critico, piuttosto che in un coinvolgimento istituzionale diretto​.

Io: Quale futuro ha Liberi sulla Carta?

CGPT: Per quanto riguarda il futuro del festival, ci sono speranze che possa tornare. Nonostante l’annullamento dell’edizione 2023 a causa di difficoltà economiche e logistiche, gli organizzatori, tra cui Fabrizio Moscato, hanno espresso l’auspicio che si tratti solo di una pausa temporanea (non è vero ndr). La mancanza di sostegno economico da parte delle amministrazioni locali ha giocato un ruolo chiave nella sospensione, ma la risposta del pubblico e il valore che il festival ha acquisito nel tempo lasciano aperta la possibilità di una sua ripresa, se le condizioni dovessero migliorare​​.

La passione dei suoi organizzatori e il sostegno di chi crede nella cultura indipendente sono motivi per sperare che Liberi sulla Carta possa tornare a svolgersi in futuro.

Io: Ti ringrazio per la chiacchierata. Salutami producendo un’immagine che riassuma questo nostro confronto.

CGPT:

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Senza Parole / 17

Per il Ministro della cultura Sangiuliano, Cristoforo Colombo voleva circumnavigare il globo basandosi sulle teorie di Galileo Galilei, che però nacque dopo 70 anni.

Maturità, e poi? Quante incognite per il futuro dei diplomandi. Ne ho scritto per Left

Come ogni anno in questo periodo arrivano per migliaia di studenti gli esami di maturità.

Per tutti loro si chiude un importante ciclo di studi e di vita, ma poi? Il contesto sociale, culturale ed economico, quanto indirizza i percorsi dei neo maturandi? E la scuola è un valido aiuto?

Ne ho scritto per Left, che ringrazio.

(Qui invece, il ricordo del mio personale, drammatico, esame orale)

L’intervista di Amadeus a John Travolta mai andata in onda a Sanremo

Amadeus: Grazie John, grazie per essere qui al Festival di Sanremo!

John Travolta: Grazie a te, grazie a voi per avermi invitato, è sempre un piacere venire in Italia, è un Paese bellissimo.

A: Questo è il festival della canzone italiana, che rapporto hai con l’Italia? E la sua musica? Conoscevi il festival di Sanremo? Ascolti musica italiana?

JT: Oh, sì. Da cinque anni in USA non si parla d’altro! (pubblico ride). Tutti si chiedono chi sarà il nuovo Presidente e chi sarà il nuovo conduttore di Sanremo! Forse torna Trump, forse torna Pippo Baudo? (pubblico ride). Seriamente, amo la musica italiana, l’italiano è la lingua della lirica, Nessun dorma di Luciano Pavarotti, adoro! Ma anche Bocelli, o Volare! Se penso al canto, alla musica, penso all’Italia.

A: La musica ha sempre avuto un ruolo importante nella tua carriera, indissolubilmente legata ad alcuni brani come Staying Alive, Grease o You Never Can Tell, che ballavi con Uma Thurman in una scena iconica in Pulp Fiction. Nella tua vita quanto conta la musica?

JT: Oh, veramente tanto! Non dimentico mai che dentro di me sono principalmente un ballerino, prima di essere un attore sono uno che ama muoversi a tempo di musica. Non vado molto ai concerti, ma non potrei vivere senza la musica, che unisce le persone, le generazioni, i Paesi: io sono americano e sono qui in Italia, dove tante persone conoscono Stayng Alive, cantata in una lingua diversa e in anni in cui molti degli artisti che sono qui, non erano nemmeno nati. Questa è la magia dell’arte, la magia della musica, unire ciò che è ancora troppo diviso. Il mondo ha bisogno di unione, e di musica! (parte la colonna sonora di Staying Alive, lui accenna un passo, lo fa anche tutto il pubblico esortato da Amadeus)

A: Davvero un pezzo indimenticabile del cinema e della musica, un personaggio, quello di Tony Manero, che è ormai nell’immaginario collettivo da mezzo secolo. Ecco, con La febbre del sabato sera interpretavi un giovane della fine degli anni ’70, la tua generazione, mentre in Grease davi vita a ragazzi della generazione precedente. Ultimamente con tua figlia Ella hai ballato proprio Grease, al Superbowl (vediamo le immagini), un video che ha milioni di visualizzazioni su tik tok, che oggi contribuisce a creare l’immaginario quanto il cinema o la TV facevano una volta. Che differenze trovi tra i ragazzi di oggi, la generazione di Tik Tok e di Ella, e quelli del passato?

JT: Devo dirtelo; nessuna differenza. C’è nei giovani una grande passione. Ella ha ereditato la mia per il ballo, ma vediamo come i giovani in tutto il mondo hanno energia e la spendono per quello che credono: l’arte, l’ambiente, la pace, qualsiasi sia il loro percorso, hanno forza e passione. Forse dovremmo cercare di ricordarlo, non dire sempre “ai miei tempi era meglio” ma capire che era meglio perché avevamo quella passione, e cercare di ritrovarla. Come quella che c’è qui, per la musica, per i fiori, per quello che riteniamo bello e ci fa stare bene. No, non c’è nessuna differenza.

A: Grazie John, quello che dici è moto bello. La passione è importante, so che tu ne hai una particolare… (ammicca)

JT: A cosa ti riferisci? (Fa la faccia sospettosa e preoccupata, il pubblico ride)

A: Agli aerei! So che ti piace volare.

JT: Ah QUELLA passione! (sospiro di sollievo plateale, nuove risate del pubblico) Credevo avessi indagato di più! Comunque sì, adoro gli aerei, mi piace volare, ho il brevetto da tanti anni e stare così in alto mi fa stare bene. Non so spiegartelo, ma è come se avessi bisogno di salire per vedere tutto più chiaramente. Adoro il volo, è libertà.

A: Il volo in qualche modo ti permette di isolarti, tu che sei una star internazionale e immagino sarai sempre circondato dall’attenzione degli altri.

JT: È così. Non fraintendermi, adoro il mio lavoro, adoro il pubblico, vivo per stare tra la gente. Ma a volte è importante avere uno spazio in cui sei solo con te stesso, le nuvole non ti fotografano, non ti fanno domande, non sanno chi sia Johnn Travolta. Nella vita ho condiviso i momenti belli con il pubblico, ma ci sono momenti difficili in cui ti salvi solo se riesci a stare con te stesso (l’attore ha perso la moglie e un figlia ndr). Anche così forse ho potuto superare momenti di solitudine come quelli avuti nella pandemia, cercando di trovare nella solitudine le risposte alle domande che tutti noi ci facevamo in qual momento difficile, per fortuna oggi superato.

A: E come ha detto stasera il Maestro Allevi, ritrovare noi stessi, le cose importanti, anche la musica, può permetterci di dare un senso anche al dolore.

JT: È assolutamente così! Viva la musica, viva Sanremo! (Applausi)

A: Grazie John, davvero! Lì c’è Fiorello, vuoi fare il ballo del qua qua con un cappello da papera?

JT: No grazie.

A: Ok, salutiamo il grande John Travolta, e  a più tardi con il dodicesimo cantante in gara.

Amadeus e John travolta al Festival di Sanremo (Foto Bestmovie.it)

NB: Le risposte di John Travolta sono tratte, più o meno, da interviste rilasciate in passato. Alcuni passaggi sono inventati e i siparietti su Sanremo sono scritti con la stessa (scarsa) originalità che avrebbe avuto un autore del festival (Si veda Amadeus che si stupisce per ogni cosa che avviene sul palco, credibile come un Babbo Natale da centro commerciale). Ne risulta un’intervista tutto sommato breve, banale, non particolarmente accurata, che avrebbe richiesto un paio d’ore di sforzo a un autore mediocre: sarebbe stata migliore dell’umiliante teatrino andato in onda? Sì.

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Le nomine al Teatro di Roma e la spartizione della cultura

Per capire perché sulla nomina di Luca Di Fusco a direttore generale del Teatro di Roma siano volati gli stracci tra le Istituzioni e sia nata una protesta che ha coinvolto anche molti attori e registi (Elio Germano, Vinicio Marchionne, Matteo Garrone per ricordarne alcuni), bisogna fare un piccolo passo indietro che contestualizzi la scelta del Ministero e della Regione Lazio.

Esattamente dieci anni fa, nel 2014, Luca Barbareschi, attore e produttore, nonché ex deputato del centrodestra, acquista il Teatro Eliseo.
Dagli articoli che si trovano in rete l’operazione è costata tra i quattro e i (più  credibilmente) sette milioni di euro.
Negli anni la gestione di questo teatro ha messo a rischio la continuità della sua programmazione, richiedendo “salvataggi” ad opera di corposi innesti di soldi pubblici (due milioni nel 2017 anche dal governo di centrosinistra), tanto che nel 2022 l’On. Barbareschi mette in vendita il Teatro. La cifra richiesta è di 24 milioni di euro, non certo un affare: infatti non arrivano offerte.

A dicembre 2023 la Regione Lazio del presidente Rocca ritiene però che non ci sia modo migliore di spendere quei soldi e prova ad acquistare il Teatro Eliseo per l’iperbolica cifra richiesta da Barbareschi, che ne vorrebbe, stando alle dichiarazioni, mantenere la direzione artistica.
L’operazione non va in porto, perché l’opposizione in Consiglio Regionale solleva proteste tante e tali, che pure qualcuno a destra probabilmente si vergogna e quei soldi vengono destinati ad altre iniziative culturali nelle aree periferiche della Regione, pur prevedendo il nuovo emendamento comunque dei fondi a favore del Teatro di Luca Barbareschi.


Nel frattempo a Roma nel maggio 2023 era nata la Fondazione Teatro di Roma, con l’intento di proseguire la funzione della omonima associazione e che oltre a gestire il Teatro Argentina, secondo la volontà del Comune di Roma che ne ha promosso la costituzione, dovrebbe gestire anche il Teatro Valle, che verrebbe quindi restituito alla cittadinanza dopo anni in cui all’esperienza dell’occupazione che ha portato su quel palco molti dei migliori artisti italiani, è seguito uno sgombero e una chiusura. Due teatri che appartengono al Comune di Roma, vale la pena specificare.

Dopo la bocciatura dell’acquisto dell’Eliseo da parte della Regione, succede nel giro di pochi giorni, una cosa inaspettata: i consiglieri d’amministrazione della Fondazione indicati dalla Regione Lazio e dal Ministro Sangiuliano (sono tre in totale, contro i due nominati da Comune di Roma) scelgono Luca De Fusco quale Direttore Generale del teatro di Roma, riconoscendogli uno stipendio più che raddoppiato rispetto a quanto dallo stesso percepito allo Stabile di Catania per lo stesso ruolo.
Il Comune di Roma contesta la scelta nel merito (Gualtieri voleva un manager e non un regista) e nel metodo: la destra ha votato un nome in assenza dei consiglieri del Comune, e senza alcuna concertazione con l’Ente che di fatto ha immaginato la costituzione della Fondazione quale strumento per la realizzazione delle proprie politiche culturali.
Attori, registi, lavoratori dello spettacolo e dipendenti del teatro sono contrari a una nomina che non veda la partecipazione del Comune (questo al di là del valore del prescelto, che non è il tema in questione) ma la premier Meloni, quella che ha un cognato Ministro del suo Governo e la sorella dirigente del suo partito, commenta così: “È finito il tempo dell’amichettismo di sinistra”.

Ora, io non è che sia bravo a predire il futuro, ma secondo voi, nel caso l’assetto del management di Teatro di Roma non cambi, a qualcuno verrà in mente di fare entrare nella gestione della fondazione anche il Teatro Eliseo?

Mi gira in testa questa idea, insieme a una considerazione un po’ bislacca: quella che la cultura si debba produrre, diffondere, e non spartire.

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Che cosa avete voluto?

Era il 1978.

“E allora signor Presidente che cosa abbiamo voluto, cosa avete voluto? La parità di diritti? Avete cominciato a scimmiottare l’uomo! Voi portavate la veste: perché avete voluto mettere i pantaloni?
Avevate cominciato con il dire “avevamo parità di diritto”. Avevate cominciato con il dire “perché io alle nove di sera devo stare a casa, mentre mio marito, il mio fidanzato, mio fratello, mio nonno, il mio bisnonno vanno in giro?”. Vi siete messe voi in questa situazione! Non l’abbiamo chiesto noi questo!
E allora purtroppo ognuno raccoglie i frutti che ha seminato!
Se questa ragazza si fosse stata a casa, l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente! Eh no signore, è una realtà questa!”

Nel 2023

“Ma se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi il lupo lo trovi.”

Ecco, la frase di Giambruno dice che certi uomini non si sono mossi di un passo.
E non accetto il giochetto della speculazione politica, perché questa non è una questione imputabile alla destra, o per lo meno non solo alla destra. Quello che accomuna chi la pensa così non è l’appartenenza politica, ma una mentalità maschilista che permea ogni altra cosa, e che (sebbene appartenga persino a non poche donne), è un problema soprattutto di noi uomini.

(Sì ok, non di tutti gli uomini, ma facciamo anche un passo avanti ogni tanto, ok?
Che se non si individua il problema, figurati la soluzione.)

Io lo so cosa abbiamo voluto.
È il diritto a non essere stuprate mai, per nessun motivo, in nessun contesto. E quando invece avviene, quello che abbiamo voluto non è la ricerca delle cause di uno stupro, ma la condanna di uno stupratore.

Non impieghiamo altri 45 anni ad arrivarci.

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Ridi su tua sorella!

Il Ministro Lollobrigida parla di sostituzione etnica, essendo per sua stessa ammissione un ignorante, e scatena reazioni, fra le tante anche quella della satira o di chi si autodefinisce tale.

La vignetta di Natangelo sul Fatto Quotidiano (cui ne è seguita un’altra, che vede ancora protagonista la moglie del Ministro) ha fatto discutere perché fa leva sulle corna e sul gradimento della moglie del Ministro per una sostituzione che non è proprio quella che Lollobrigida intendeva.

Dunque ecco qua la trovata rivoluzionaria: la moglie a letto col nero che la tromba.
Diciamo che per me può valere il principio del “vale tutto perché la satira è satira“, e se c’è qualcuno che deve alzare il sopracciglio, certo non può essere il potente preso di mira (diverso è semmai il mio giudizio su cosa sia satira e cosa non lo sia, come in passato ho anche scritto su questo blog).
Ma.

Il problema non è solo che questa satira commetta l’errore di colpire una persona che non è un personaggio pubblico (attacca Lollobrigida ma usa sua moglie per farlo, incidentalmente sorella della Presidente del Consiglio), quanto che contemporaneamente perpetui anche lo stereotipo della donna fedifraga e del nero mandingo da monta, che manco in un film di Lino Banfi degli anni ’70.

Il tutto, che per me è la questione più grave, senza nemmeno far ridere.
Viva la libertà di satira, ma viva pure il diritto di dire che fa schifo, quando lo pensiamo.

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Donna, Vita, Libertà: la proposta del Patrocinio politico per chi in Iran lotta per la libertà

Il 16 gennaio 2023 al Teatro Manzoni di Roma si è svolto un incontro che ha dato vita a una Rete di solidarietà per le donne, gli studenti e tutto il popolo iraniano in lotta per la propria libertà, coordinato da WOMAN LIFE FREEDOM ITALY COMMUNITY in collaborazione con APS Donne di Carta, Amnesty International Italia e il Teatro Manzoni.

Un momento del dibattito del 16 gennaio al Teatro Manzoni.

Oltre a toccanti testimonianze e momenti artistici curati da artiste italiane ed iraniane, c’è stato anche un dibattito politico cui hanno partecipato diversi esponenti delle istituzioni, del giornalismo e della società civile, che ha rilanciato la proposta del Patrocinio politico per chi è vittima della repressione del regime.

L’iniziativa – già presentata alla Commissione esteri della Camera – propone di assumere, da parte di ciascun parlamentare italiano (ma probabilmente anche da parte di città metropolitane,Comuni, Municipi o altre importanti amministrazioni) il Patrocinio politico di una donna o di un uomo ingiustamente detenuti nelle carceri del regime, processati, in attesa di processo o in attesa dell’esecuzione della pena di morte, con una serie di azioni che mettano la pressione della comunità internazionale su giudici e carcerieri.

Io ho già firmato l’appello, per conoscere meglio l’iniziativa e sottoscriverlo anche tu l’appello, clicca qui. Te ne sarei davvero grato.

Per approfondire la questione puoi ascoltare il dibattito del 16 gennaio invece, cliccando qui.

Può essere un’azione utile o velleitaria, ma è l’unica che ci è concessa per non chiudere gli occhi di fronte all’orrore di questi mesi. C’è un popolo coraggioso che sta manifestando da mesi, cerchiamo di fargli arrivare il segnale che almeno idealmente (e per quanto possibile praticamente), non è solo.

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