“Questa è Roma!”

Lega a roma 3Il rischio di cadere nel luogo comune c’è, è evidente. La possibilità di generalizzare assegnando a una moltitudine di individui una caratteristica comune, ereditata dall’appartenenza ad una stessa città, anche.

Eppure, c’è molto del mito della romanità nella protesta che in queste ore sta prendendo forma sui muri della città, indirizzata verso la manifestazione che la Lega di Matteo Salvini organizza a Roma per l’8 dicembre.

Come, la Lega? A Roma? Quelli del “Roma Ladrona la Lega non perdona?”

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Violenza sulle donne: decalogo anti-ipocrisia

700394c5460EDNmainDADAD54E-D083-47BC-A10B-67110237939BLa violenza sulle donne e il femminicidio sono piaghe terribili, molto facili da condannare per un uomo: in fondo riguardano una minoranza di individui, facilmente identificabili come il nemico da sconfiggere.

Ma se allargassimo il campo degli atteggiamenti offensivi della dignità delle donne? Magari facendoci qualche domanda su dove si annidi la mentalità che porta alle aberrazioni che tutti condanniamo.

Per esempio, forse offendiamo una donna quando:

  1. La costringiamo ad essere bella e la deridiamo se non lo è;
    “Dovresti valorizzarti”
    “Inchiavabile”
  2. Ne valutiamo le potenzialità sessuali anche se non è una sex worker;
    “Chissà questa che fa?”
  3. Ci domandiamo a chi ha concesso i suoi favori se ricopre una postazione professionale importante;
    “A chi l’ha data?”
  4. Consideriamo “uterino” o isterico ogni comportamento non conforme alle nostre aspettative;
    “Mi sa che sta in quei giorni”
  5. Facciamo considerazioni o diamo consigli sulle scelte che riguardano la sua vita sessuale;
    “Se vai con tutti, poi come puoi pretendere rispetto?”
  6. La invitiamo a prendere in considerazione una maternità perché l’età è quella giusta o le domandiamo perché non lo fa;
    “All’età tua bisogna che ti sbrighi!”
  7. Ne giudichiamo l’abbigliamento o l’atteggiamento in base al nostro stereotipo o al ruolo sociale che per noi dovrebbe ricoprire;
    “È una suora”
    “Ma ti pare che una mamma faccia così?”
  8. La educhiamo da bambina ponendo limiti alle sue possibilità future;
    “Dài, fai così, da brava signorina”
  9. Le chiediamo di tenere sempre in considerazione le reazioni che i suoi comportamenti possono provocare su un maschio.
    “Se fai così te la cerchi”
    “Quello è un uomo, figurati se puoi trattarlo così”
  10. Pensiamo di doverle proteggere perché sono le nostre donne: Non sono nostre, e non dobbiamo proteggere loro, ma educare noi.

 

 

Erano gli anni

The-original-Kurt-Cobain-e1434985362228Erano gli anni del grunge, c’erano i Nirvana e le camicie a quadrettoni, i maglioni grandissimi che quasi ti nascondevano le mani, che se eri figo li portavi sulla pelle. C’erano gli anfibi, per le ragazze anche sotto la gonna, loro tutte o quasi con la frangetta e vai a capire perché, noi tutti o quasi col bomber, gli occhiali scuri comprati alla bancarella, le magliette a maniche lunghe con i bottoni al collo.

Erano gli anni in cui ci si passavano poche sigarette, nessun libro e qualche Dylan Dog, fumetti da scoprire e selle del motorino da dividere, come i soldi per la birra: la Du Demon per i più duri, per tutti gli altri Ceres. Vicino lo specchio gel o spuma, se ti andava bene il Denim del supermercato e se ti andava male anche il Clerasyl, se era finito il Topexan, o peggio il dentifricio. Continua a leggere

Festeggiavamo quando i muri crollavano

Avevo dodici anni.

Ricordo le immagini buie di una festa, illuminata da sorrisi e fuochi d’artificio. Tanti ripetevano la stessa parola: speranza.

Abbracci e lacrime, l’espressione solenne dei miei che prendevano atto che il mondo stava cambiando. Mi spiegarono che diventava migliore. Io non capivo come un muro che veniva distrutto contribuisse al miglioramento, perché fosse così importante per tutto il mondo e non solo per gli abitanti di quella città.

Ero rapito da quelle immagini, ovunque veniva ribadito che si trattava di un momento epocale. Io di epocale non avevo mai visto nulla: la luna, l’omicidio di Kennedy, il ritrovamento del corpo di Moro: erano tutte immagini che mi erano state trasmesse con la stessa enfasi, ma che avevo vissuto sempre successivamente, addomesticate in un documentario o un vecchio servizio del Tg, senza nemmeno i colori.

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Politica, cultura, possibilità: ne parlo con Pippo Civati

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A Latina lo scorso anno è nato un festival davvero interessante. Si chiama Potere alle Storie ed è dedicato alle narrazioni, sotto qualunque forma vengano eseguite. Lo scorso anno il tema era “Spiegare il mondo attraverso il calcio, quest’anno invece le parole chiave sono Rivoluzione, Possibilità, Cambiamento.

Liberi sulla Carta è partner di questa bella e vitale realtà, per cui mi fa sempre molto piacere che gli organizzatori mi invitino a partecipare.

Lo scorso anno abbiamo parlato di come il calcio rispecchi la società nel quale si muove, spesso influenzandola, partendo dal bellissimo libro di Guy Chiappaventi “Aveva un volto bianco e tirato”, sul caso Re Cecconi.

Quest’anno il tema è ben più impegnativo: dovrò parlare di cultura, politica e possibilità: lo farò con un ospite che ha sempre dimostrato di avere idee chiare in merito: Pippo Civati. Al di là di ogni appartenenza politica, Civati è una delle rare voci che mi pare abbia sempre compreso non solo l’importanza della cultura, ma anche della missione che può svolgere nella società: ad oggi una vera e propria possibilità inespressa. E forse non è un caso che stia per partire un interessante progetto editoriale: People, una casa editrice indipendente che lo vede impegnato in prima persona.

Insomma, spunti ce ne saranno e a possibilità che ne venga fuori un confronto interessante ci sono. Per questo ringrazio Potere alle Storie per avermi invitato e Pippo Civati per aver a sua volta accettato e, per chi può, vi aspetto domenica 11 novembre, al Museo Cambellotti di Latina.

Se proprio non riusciremo a cambiare il mondo, proveremo almeno a raccontarlo, attraverso le possibilità.

 

E il ritorno per molti non fu

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La mattina del cinque di agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia, le terre lontane
e dolente ognun si partì.
Sotto l’acqua che cadeva a rovescio grandinavano le palle nemiche;
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:
O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza; dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu
O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana,
schernitori di noi carne umana,
questa guerra ci insegna a punir.
Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dei confini;
qui si muore gridando: assassini! maledetti sarete un dì.
Cara moglie, che tu non mi senti raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini,
che io muoio col suo nome nel cuor.
Traditori signori ufficiali
che la guerra l’avete voluta,
scannatori di carne venduta,
e rovina della gioventù
O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza; dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.
Tra il 9 e il 10 agosto del 1916, a Gorizia furono massacrati 52.000 italiani e 41.000 austriaci.
Il 4 novembre dovrebbe rappresentare la fine di una follia (“l’inutile strage” la definì Benedetto XV) da ricordare, non una vittoria da festeggiare.
Perché al di là della retorica, non si è mai visto un popolo uscire vincitore da una Guerra.

“Dillo ancora che la ami!”

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Ha il volto irregolare di Totò

Uno dei meccanismi alla base della comicità, è molto chiaro: fa ridere riconoscere le proprie debolezze, innocue come un difetto fisico o ingombranti come la pochezza d’animo, a patto che avvenga una cosa: siano rappresentate da qualcuno nel quale ci si riconosce, ma al tempo stesso si percepisce come peggiore di noi. Qualcuno che si comporta come potremmo farlo noi, ma non come effettivamente facciamo: una denuncia della nostra inadeguatezza, sì, ma rassicurante, ché in fondo c’è di peggio.

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E’ spettinato come Pappagone

Così il comico è buffo, brutto, con le maniche troppo larghe e i calzoni troppo stretti, è spettinato come Pappagone-Peppino De Filippo e Mario Cioni-Roberto Benigni, oppure ha il volto irregolare di Totò e Marty Feldman; è troppo come Aldo Fabrizi o troppo poco come Woody Allen, è fuori posto, a disagio, come Massimo Troisi e Carlo Verdone oppure è arrogante e padrone della situazione come Diego Abatantuono; è brutto e sfortunato come Lino Banfi, oppure si muove seguendo logiche proprie, surreali, come Renato Pozzetto; ha i nostri difetti come Sordi o ce li rinfaccia senza pietà, diventando una caricatura surreale come i Monty Python o cinica come Nanni Moretti (che proprio comico non è).

Il comico deve piacere a tutti, ma nessuno dovrebbe voler essere come lui.

Non deve essere stato facile per lei, così bella, perfetta, invidiabile, farci ridere così tanto.

Nessuna, come lei.

Nessuna come Monica Vitti.

“Dillo ancora che la ami!” 

“Sì che la amo!”

(Ciao Monica!)

Monica VittiLa splendida Monica Vitti

I due libri di mio padre

papillon a livella totòPapà sapeva quanto mi piacesse leggere. Eppure, in tutta la sua vita, mi ha parlato solo di due libri.
Lo ha fatto spessissimo, ogni volta come se stesse condividendo una magnifica esperienza, lui che a quanto ricordo non era un gran lettore.
Succedeva che a intervalli regolari li prendesse dalla libreria, li sfogliasse, dicesse che avrebbe voluto rileggerli, e poi li riponesse.
Uno dei due libri era Papillon, di Henri Charrière (e la seconda parte della sua storia, Banco), che raccontava di un uomo che non si arrende al carcere duro cui è stato condannato (non ricordo se ingiustamente) e, dopo decenni di soprusi e tentativi falliti, alla fine riesce ad evadere. Continua a leggere

“Stefano Cucchi non è un eroe”

stefano-cucchi-storiaSi parla molto dell’opportunità o meno di dedicare una Via a Stefano Cucchi, nell’VIII Municipio di Roma. 
Una scelta incomprensibile per molti che, indignati, ricordano come Cucchi fosse nelle mani della giustizia per via di suoi comportamenti al di fuori della legalità. “Perché una via? Non è un eroe!” dicono, snocciolando una lunga lista di altri maggiormente meritevoli del riconoscimento.
Trovo un po’ macabra questa presunta classifica dei morti, ma soprattutto mi fa sorridere tanto accanimento per l’assegnazione di una medaglia di cui Stefano, ne sono certo, avrebbe volentieri fatto a meno.
Senza nulla togliere ai tanti eroi che ha avuto il nostro Paese, faccio notare che si dedicano vie, strade e piazze anche a persone che è importante ricordare perché la loro storia sia di monito.
Cucchi non era certo un eroe, ma è stato una vittima. Nemmeno le vittime delle fosse ardeatine erano eroiche, sono state vittime innocenti e sfortunate della furia altrui.
 
Con questa cosa bisogna che ci facciate pace: Cucchi è stata una vittima.
Innocente.
Completamente innocente.
 
Ma soprattutto (è quasi ridicolo doverlo ribadire, ma tant’è), Cucchi non se l’è cercata: si è cercato l’arresto, si sarebbe cercato la pena che probabilmente un giudice gli avrebbe inflitto e che lui avrebbe meritato in base alle leggi vigenti.
Ma non si sarebbe mai meritato la tortura di un pestaggio e la morte.
Con quello che gli è capitato non c’entra niente chi era, cosa faceva, perché era stato arrestato
E’ morto, lo ha ammazzato lo Stato mentre lo teneva in custodia.
Il minimo che lo Stato possa fare è ricordarlo.