Prodotto o azione culturale? Le politiche culturali oltre i numeri, dentro le comunità

Misurare il successo

Ho iniziato la mia esperienza come operatore culturale venti anni fa, gestendo uno spazio in cui venivano organizzati eventi, concerti, mostre, rappresentazioni teatrali, corsi delle più svariate discipline artistiche e non solo. Da quella esperienza sono nate collaborazioni con festival e realtà locali fino al 2009, quando la messa a sistema di tante capacità e sensibilità diverse ha dato vita a Liberi sulla Carta, festival letterario e fiera dell’editoria indipendente di cui, per quasi quindici anni, ho avuto la responsabilità e il grandissimo piacere di coordinare gli straordinari organizzatori, in tutte le fasi necessarie (progettazione, realizzazione, comunicazione e rendicontazione). Dopo le prime, pionieristiche edizioni, la partecipazione del pubblico a questo evento, come la sua visibilità sui media anche nazionali, sono cresciute fino a diventare consistenti. Nell’ambito degli eventi letterari indipendenti, si può dire che Liberi sulla Carta sia stata una manifestazione di successo.

E’ stato il quel momento che ci siamo chiesti: “Ma cos’è davvero il successo? Come si misura l’efficacia di un’azione culturale?”

Spesso il nostro lavoro è stato descritto in termini lusinghieri proprio perché riusciva a “muovere tanta gente”. Eppure, se ci fermassimo a riflettere, ci accorgeremmo di quanto la partecipazione sia un dato importante, ma non sufficiente. Qualsiasi evento gratuito che vedesse la presenza di una personalità molto popolare potrebbe attrarre numeri considerevoli, ma ciò basterebbe a definirlo un’azione culturale incisiva?

Al contrario, alcuni appuntamenti delle prime edizioni di Liberi sulla Carta — come il recital di David Riondino o il reading di Paolo Briguglia con i racconti di Camilleri — furono seguiti da poche decine di persone. Eppure non furono eventi meno significativi. Anzi. Non erano prodotti culturali meno utili, né scelte meno efficaci. Al contrario, rappresentavano in modo limpido una visione dell’azione culturale ambiziosa, che la voleva non solo capace di intercettare l’interesse collettivo, ma anche di essere uno strumento di trasformazione.

È per questo che mi ha sempre imbarazzato l’idea che l’impatto delle politiche culturali potesse essere valutato esclusivamente attraverso criteri numerici. Non si può prescindere dal come e dal perché un’azione culturale viene realizzata: è un concetto difficile da trasmettere ai propri interlocutori (soprattutto sponsor e istituzioni) eppure è in esso che risiede la quasi totalità del valore di un progetto.

L’azione culturale autentica

Intendiamoci: rivolgersi a un pubblico il più possibile ampio non è un vulnus, né un obiettivo da sottovalutare: in fondo cultura vuol dire anche inclusione, ogni autentica azione culturale è per definizione inclusiva, altrimenti è una contraffazione, è una rivendicazione identitaria, e stiamo parlando di qualcosa di molto diverso.

Ed ecco che tornano prepotenti il “come” e il “perché”, elementi alla base non solo della valutazione di efficacia di un’azione culturale, ma anche della partecipazione o meno del pubblico, che può rendersi parte attiva di questo processo. Lo spiega meglio di quanto farei io Franco De Biase: “Se la questione dell’innovazione culturale va affrontata in termini strutturali e di sistema (di ecosistema?), dobbiamo allora mirare all’obiettivo di coltivare per la cultura un pubblico non solo attivo e partecipe, ma anche disposto a diventare consapevolmente parte attiva di questo (eco)sistema. Un pubblico consapevole delle criticità relative alla forma di produzione e circolazione di cultura, cioè delle condizioni in cui si determina l’offerta culturale” (I pubblici della cultura – a cura di Franco De Biase – Franco Angeli Editore, 2014).

Pensiamo agli eventi culturali che si svolgono nelle province, lontano dai riflettori delle città più importanti: una passerella di volti noti può avere un suo valore, certamente; può divertire, può accendere i riflettori su un territorio, può persino attrarre turismo. Ma è questa (o meglio: solo questa) l’essenza di un’azione culturale? Io non l’ho mai pensata così. Non mi ha mai convinto la considerazione che la cultura fosse un’industria, un settore da cui tirare fuori potenzialità economiche, lo “sbigliettamento” o “l’applausometro” come strumento di misurazione del successo. L’azione culturale è — o dovrebbe essere — invece, un mezzo per cambiare le cose, un mezzo potentissimo.

Non si può parlare di reali politiche culturali se non si considera che l’operatore culturale o è agente di cambiamento, oppure non ha motivo di esistere. Non è un impresario, né un “festarolo”, e non dovrebbe riconoscersi in queste definizioni nemmeno chi è chiamato a realizzare politiche culturali pubbliche da posizioni di responsabilità. Esistono già altre figure in grado di proporre intrattenimento e momenti di socialità, legittimi e spesso necessari. Ne esistono altre che si propongono di mettere a reddito determinati talenti, di rispondere a determinati bisogni del pubblico, e lo fanno benissimo. Ma mezzo dell’operatore culturale è l’azione culturale, e il suo fine è mirare anche — e soprattutto — a generare consapevolezza, a incidere, a lasciare una traccia.

Un esempio efficace lo fa Ledo Prato: “Sarebbe interessante capire se le persone che hanno seguito gli eventi di un festival letterario hanno anche contribuito alla sua progettazione e realizzazione, se, dopo questa esperienza, hanno comprato più libri, sono andate più spesso al cinema, a teatro, al museo. Se insomma il festival ha inciso sui comportamenti, sui consumi culturali, sulle relazioni sociali, spingendo a partecipare di più alla vita culturale della città [contestualmente alimentandola, aggiungo io]. Ecco a cosa dobbiamo guardare per valutare il senso di un’iniziativa culturale, solo così possiamo poi collocarla dentro le dinamiche di quel contesto” (Cittadinanza è cultura, conversazione con Paolo Di Paolo, Donzelli 2024).

Stabilire nuovi obiettivi per riconoscere l’efficacia di un’azione culturale

Ecco allora che, mi si perdoni l’autoreferenzialità dovuta alla necessità di parlare di qualcosa che conosco, anche il piccolo successo di Liberi sulla Carta assume nuovi contorni che è possibile distinguere: il suo vero impatto non è più (solo) nelle migliaia di persone che, nel tempo, hanno assistito agli eventi. Ma, ad esempio, nel fatto che in tantissimi lo abbiano sostenuto economicamente con il crowdfunding o si siano fatti volano delle campagne di autofinanziamento. Il valore di quella esperienza è misurabile negli spettatori che successivamente alla fruizione dello stesso hanno contattato gli organizzatori e sono divenuti (instancabili) volontari o addirittura sono entrati nell’organizzazione vera e propria del festival, curandone in autonomia durante tutto l’anno determinati aspetti e offrendo una pluralità di punti di vista che ne accrescevano la ricchezza.

Così come vero valore è stato vedere lettori stimolare l’organizzazione di particolari incontri e, in diversi casi, realizzarli autonomamente all’interno della manifestazione. Che la spinta creativa degli artisti, la proattività organizzativa degli editori, le sinergie nate con altre realtà associative, la partecipazione di librerie, biblioteche locali e scuole siano, a un certo punto, diventati il cuore pulsante della costruzione del programma, è una certificazione di valore più credibile di quella rappresentata dalle platee piene per gli incontri più seguiti.

Anche quando qualcuno degli appuntamenti così generati non aveva il riscontro di pubblico di altri, portava con sé un valore più profondo: era l’espressione di una comunità culturale viva, partecipata, in movimento. Un festival che non si limitava a offrire cultura, ma che si innestava nei contesti dati (penso alla bellissima collaborazione col premio Città di Rieti, che vedeva entrambe le iniziative valorizzate), co-creava la cultura insieme a chi la viveva. In questa trasformazione Liberi sulla Carta smetteva di essere evento per caratterizzarsi come autentica azione culturale.

Mi rendo conto che quelle che sto lasciando sono riflessioni in libertà, figlie oltre che della mia parziale visione, anche della mia limitata esperienza. Quando si parla di politiche culturali si sollevano scenari e interrogativi cui mi è impossibile dare tutte le risposte.

Ma dopo venti anni di esperienza maturata, un’esigenza la sento insopprimibile: ritenere importante e doveroso, anzi pretendere, che chi si occupa di politiche culturali pubbliche, inizi almeno a farsi le giuste domande.

Ne abbiamo bisogno e, in fondo, ce lo meritiamo.

Quanto ci piace il Premio Strega

Adesso che conosciamo la “dozzina”, può ricominciare il rituale: ogni anno, tra fine primavera e inizio estate, la letteratura italiana si accende di riflettori, sussurri, polemiche e scommesse. Succede sempre quando arriva il momento del Premio Strega, il più noto e ambìto riconoscimento letterario italiano. Io lo seguo da sempre, con un misto di passione, curiosità e – lo ammetto – una punta di ironico affetto per tutto quel mondo che gli muove intorno.

Qualcuno, parlando del premio, lo ha definito una sorta di Festival di Sanremo della letteratura italiana. O forse sarebbe più corretto dire dell’editoria italiana. Si tratta di una definizione ingenerosa, ma in fondo lo Strega è anche questo: non solo una celebrazione dell’eccellenza narrativa, ma anche un grande palcoscenico dove si intrecciano gusti, poteri editoriali, strategie, simpatie e risentimenti. È l’Italia che legge e che si racconta, nel bene e nel male.

Premio Strega: un po’ di storia

Il Premio nasce nel 1947, da un’idea di Maria Bellonci, con il sostegno del marito Goffredo e il contributo della famiglia Alberti, produttrice del celebre liquore Strega, che dà il nome al premio. Il primo vincitore fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere. Da allora, lo Strega ha premiato alcuni dei più grandi scrittori italiani: Cesare Pavese, Corrado Alvaro, Elsa Morante, Alberto Moravia, Mario Soldati, Giorgio Bassani, Dino Buzzati, Carlo Cassola, Natalìa Ginzburg, Anna Maria Ortese, Primo Levi, Umberto Eco, Antonio Tabucchi, Claudio Magris, Giuseppe Berto, fino ai più recenti protagonisti delle librerie, da Niccolò Ammaniti a Paolo Giordano, da Sandro Veronesi (due volte) ad Antonio Scurati (me ne dimentico almeno una dozzina meritevoli di menzione).

A guidare il premio nel corso degli anni, figure centrali della cultura italiana. Oltre alla fondatrice Maria Bellonci, non si possono non citare Anna Maria Rimoaldi, che dopo la morte della Bellonci ne raccolse l’eredità con rigore e passione, o Tullio De Mauro, illustre linguista e intellettuale, che per anni fu presidente della Fondazione Bellonci. Da diversi anni, il testimone è passato al direttore Stefano Petrocchi, che ha saputo rinnovare il Premio, mantenendone però lo spirito originario.

Lo Strega si trasforma: le innovazioni dell’era Petrocchi

Stefano Petrocchi e Nicola Lagioia, cincitore del premio Strega 2015, a Liberi sulla Carta
Stefano Petrocchi e Nicola Lagioia, vincitore del premio Strega 2015, a Liberi sulla Carta

Immagino che se leggesse “era Petrocchi” probabilmente il direttore si metterebbe a ridere, ma al di là della definizione è indubbio che, sotto la direzione di Stefano Petrocchi, lo Strega abbia conosciuto una vera stagione di riforme. Nel 2014 è nato lo Strega Giovani, che premia il libro della dozzina più votato da centinaia di studenti delle scuole superiori italiane e delle scuole italiane all’estero. Sempre del 2014 è l’istituzione dello Strega Europeo, che premia autori stranieri vincitori di un rilevante premio nel Paese d’origine. Nel 2023 è arrivato lo Strega Poesia, e nel 2025, ultima novità in ordine di tempo, anche lo Strega Saggistica, a conferma di una volontà precisa: allargare il campo, moltiplicare gli sguardi.

Sempre in questi ultimi anni sono state introdotte regole a tutela dell’editoria indipendente: una norma garantisce che almeno un libro pubblicato da una casa editrice non appartenente ai grandi gruppi abbia un posto nella cinquina finale o, in caso contrario, venga ripescato: un passo importante per equilibrare un premio spesso percepito come dominato dai colossi editoriali.

Un’altra delle ultime novità è stata la possibilità per ogni singolo Amico della domenica di segnalare un libro (prima ne servivano almeno due): questa modifica del regolamento ha reso più facile partecipare alla prima fase della selezione, per cui ora sono molti di più i libri che non entrano nella dozzina, ma allo stesso tempo godono comunque di una accresciuta visibilità in virtù della partecipazione.

Il premio Strega e le polemiche (immancabili)

Perché sì, diciamolo: il Premio Strega è anche questo. Polemiche, discussioni, rivalità editoriali. Le cronache sono ricche di edizioni travagliate. Indimenticabile quella del 1952, con Gadda che non riconosceva la vittoria del rivale Moravia. O ancora nel 1953, quando il libro più votato, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fu aspramente osteggiato da molti scrittori legati al PCI, in particolare Pasolini e Moravia.

Pasolini stesso non ha avuto particolare confidenza con il premio Strega, cui ha partecipato con Ragazzi di vita e con una Una vita violenta senza riuscire ad aggiudicarsi il premio, dal quale si è anche ritirato nel 1968, in aperta polemica con un riconoscimento “completamente e irreparabilmente nelle mani dell’arbitrio neocapitalistico” (In nome della Cultura mi ritiro dallo Strega, di Pier Paolo Pasolini, su “Il Giorno” del 24 giugno 1968).  In anni più recenti hanno fatto discutere le due sconfitte al fotofinsish di Antonio Scurati, nel 2009 contro Tiziano Scarpa con Stabat Mater e nel 2014 contro Antonio Piccolo con Il desiderio di essere come tutti.

Ma nonostante tutto, o forse proprio per tutto questo, lo Strega continua a contare. È il premio che più di ogni altro riesce a incidere sul destino di un libro. Come scrive The Book Advisor, vincerlo significa entrare in “un’altra dimensione”: vendere migliaia di copie in più, avere una visibilità mediatica impensabile per qualunque altro riconoscimento italiano. È una consacrazione, ma anche un punto di svolta.

La premiazione a Villa Giulia, e non solo

Un viaggio tra storia, polemiche e riforme del Premio Strega: il riconoscimento letterario più celebre d’Italia, tra aneddoti, innovazioni e la sua irresistibile centralità nel panorama editoriale.

Il cuore del Premio è la serata finale a Villa Giulia, Roma, tra alberi e statue neoclassiche, con il palco tra le colonne e i voti letti in diretta. Lì si respirano tensione e mondanità, letteratura e strategia: ogni volta è un rito.

Non tutte le edizioni, però, si sono svolte a Villa Giulia. Nel 2016 l’organizzazione scelse l’Auditorium Parco della Musica quale sede della premiazione, ma in molti sostennero che l’anima del premio restasse lì, tra i giardini e i marmi di Villa Giulia, dove è puntualmente tornato.

Qualche volta mi è capitato con piacere di partecipare alle serate conclusive del premio: quello che successe nel 2010, quando vinse Antonio Pennacchi con Canale Mussolini, è ancora uno degli aneddoti che mi piace più ricordare: a scrutinio aperto, quando ormai i voti erano praticamente tutti contati, avendo seguito le operazioni mi resi conto, come altri, che Pennacchi avrebbe vinto. Lo dissi ad alcuni amici di Latina, che di quel libro avevano seguito la genesi e che facevano il tifo dalla TV. Poi mi avvicinai al tavolo dello scrittore (che successivamente incontrai tante volte, ma che allora non conoscevo affatto) e dissi ad alta voce: “Antonio, hai vinto tu!” Lui mi guardò di traverso fece un gesto per allontanare la malasorte, e poi tornò a fissare la lavagna con i numeri. Poco dopo arrivò l’annuncio ufficiale: per fortuna non mi ero sbagliato, altrimenti non so come l’avrebbe presa Pennacchi!

Un premio che somiglia all’Italia

Lo Strega mescola l’alto e il basso, la letteratura pura e le dinamiche editoriali più spietate, la poesia e la diplomazia, il talento e il calcolo. E se non è proprio così, è comunque così che ci piace raccontarlo, perché in fondo è anche il racconto dello Strega che rende così unico lo Strega.

È, a vederla bene, un premio che somiglia incredibilmente al nostro Paese: imperfetto, ma vitale; criticato, ma imprescindibile.

Io continuerò a seguirlo, come faccio da anni. A volte con entusiasmo, altre con scetticismo, ma sempre con curiosità e rispetto. Perché dietro ogni edizione dello Strega si nasconde un racconto più grande, quello della letteratura italiana contemporanea e della sua rappresentazione, non sempre fedele ma spesso vitale, col suo eterno bisogno di farsi ascoltare.

O almeno premiare.

Senza Parole / 17

Per il Ministro della cultura Sangiuliano, Cristoforo Colombo voleva circumnavigare il globo basandosi sulle teorie di Galileo Galilei, che però nacque dopo 70 anni.

Le nomine al Teatro di Roma e la spartizione della cultura

Per capire perché sulla nomina di Luca Di Fusco a direttore generale del Teatro di Roma siano volati gli stracci tra le Istituzioni e sia nata una protesta che ha coinvolto anche molti attori e registi (Elio Germano, Vinicio Marchionne, Matteo Garrone per ricordarne alcuni), bisogna fare un piccolo passo indietro che contestualizzi la scelta del Ministero e della Regione Lazio.

Esattamente dieci anni fa, nel 2014, Luca Barbareschi, attore e produttore, nonché ex deputato del centrodestra, acquista il Teatro Eliseo.
Dagli articoli che si trovano in rete l’operazione è costata tra i quattro e i (più  credibilmente) sette milioni di euro.
Negli anni la gestione di questo teatro ha messo a rischio la continuità della sua programmazione, richiedendo “salvataggi” ad opera di corposi innesti di soldi pubblici (due milioni nel 2017 anche dal governo di centrosinistra), tanto che nel 2022 l’On. Barbareschi mette in vendita il Teatro. La cifra richiesta è di 24 milioni di euro, non certo un affare: infatti non arrivano offerte.

A dicembre 2023 la Regione Lazio del presidente Rocca ritiene però che non ci sia modo migliore di spendere quei soldi e prova ad acquistare il Teatro Eliseo per l’iperbolica cifra richiesta da Barbareschi, che ne vorrebbe, stando alle dichiarazioni, mantenere la direzione artistica.
L’operazione non va in porto, perché l’opposizione in Consiglio Regionale solleva proteste tante e tali, che pure qualcuno a destra probabilmente si vergogna e quei soldi vengono destinati ad altre iniziative culturali nelle aree periferiche della Regione, pur prevedendo il nuovo emendamento comunque dei fondi a favore del Teatro di Luca Barbareschi.


Nel frattempo a Roma nel maggio 2023 era nata la Fondazione Teatro di Roma, con l’intento di proseguire la funzione della omonima associazione e che oltre a gestire il Teatro Argentina, secondo la volontà del Comune di Roma che ne ha promosso la costituzione, dovrebbe gestire anche il Teatro Valle, che verrebbe quindi restituito alla cittadinanza dopo anni in cui all’esperienza dell’occupazione che ha portato su quel palco molti dei migliori artisti italiani, è seguito uno sgombero e una chiusura. Due teatri che appartengono al Comune di Roma, vale la pena specificare.

Dopo la bocciatura dell’acquisto dell’Eliseo da parte della Regione, succede nel giro di pochi giorni, una cosa inaspettata: i consiglieri d’amministrazione della Fondazione indicati dalla Regione Lazio e dal Ministro Sangiuliano (sono tre in totale, contro i due nominati da Comune di Roma) scelgono Luca De Fusco quale Direttore Generale del teatro di Roma, riconoscendogli uno stipendio più che raddoppiato rispetto a quanto dallo stesso percepito allo Stabile di Catania per lo stesso ruolo.
Il Comune di Roma contesta la scelta nel merito (Gualtieri voleva un manager e non un regista) e nel metodo: la destra ha votato un nome in assenza dei consiglieri del Comune, e senza alcuna concertazione con l’Ente che di fatto ha immaginato la costituzione della Fondazione quale strumento per la realizzazione delle proprie politiche culturali.
Attori, registi, lavoratori dello spettacolo e dipendenti del teatro sono contrari a una nomina che non veda la partecipazione del Comune (questo al di là del valore del prescelto, che non è il tema in questione) ma la premier Meloni, quella che ha un cognato Ministro del suo Governo e la sorella dirigente del suo partito, commenta così: “È finito il tempo dell’amichettismo di sinistra”.

Ora, io non è che sia bravo a predire il futuro, ma secondo voi, nel caso l’assetto del management di Teatro di Roma non cambi, a qualcuno verrà in mente di fare entrare nella gestione della fondazione anche il Teatro Eliseo?

Mi gira in testa questa idea, insieme a una considerazione un po’ bislacca: quella che la cultura si debba produrre, diffondere, e non spartire.

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Senza parole / 14

Giorgia Meloni e Gennaro Sangiuliano (Foto Adnkronos)

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Social Media e Marketing culturale: comunicare un prodotto culturale è promuovere il territorio che lo ospita

Comunicare un evento o uno spazio culturale

Che significa curare un piano di comunicazione di un evento o uno spazio culturale?

Quali sono i nostri referenti, gli strumenti a disposizione, il linguaggio più efficace, il budget necessario e gli obiettivi da raggiungere? E come possiamo misurarli?

Il lavoro di ufficio stampa e di social media strategist e manager risponde a regole precise, che è necessario conoscere, ma non basta: la comunicazione di un evento o di uno spazio che produce cultura ha bisogno di strumenti adeguati e parametri che gli sono specifici, perché non si può fare l’ufficio stampa di un museo, o di un festival, utilizzando la stessa tecnica che useremmo se svolgessimo il ruolo presso un’istituzione pubblica, una società sportiva o una catena di negozi.

Questo corso serve a realizzare quello che in potenza è già un piano integrato di comunicazione completo, e fornisce, attraverso lezioni interattive e laboratori pratici, gli strumenti di base per adattare le scelte del responsabile della comunicazione alle diverse realtà in base alle necessità, agli obiettivi, al budget, alla continuità del lavoro da realizzare.

Quanto dura il workshop?

Il Workshop si svolge in due moduli di tre ore, più un terzo di laboratorio pratico relativo all’impiego di un budget in Facebook, Instagram e TikTok Ads (contenuti sponsorizzati).

Chi tiene il workshop?

Il workshop è tenuto da me, che oltre a ricoprire il ruolo di direttore del festival letterario Liberi sulla Carta, sono il fondatore di LSC Agency, agenzia letteraria e di comunicazione, e ho maturato anni di esperienza in comunicazione pubblica.

Il laboratorio è tenuto da Francesco Martinelli, consulente di digital advertising, specializzato nel media buying su piattaforme di social media, ambito che conosce e frequenta professionalmente sin dagli inizi.

A chi è rivolto?

Giornalisti, uffici stampa e social media manager che vogliono specializzarsi in comunicazione culturale, organizzatori di eventi, responsabili di musei, teatri, associazioni culturali attive nella promozione del territorio, aspiranti addetti alla comunicazione per enti culturali che non possiedono conoscenze di base del marketing culturale o che intendono approfondire le potenzialità del web per aumentare visibilità, immagine e reputazione di un evento.

Non occorre una preparazione particolare per acquisire le competenze di base, ma solo una conoscenza e dimestichezza con i principali social network.

PER INFO O PRENOTAZIONI: 320 333 6944

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Quando muore un intellettuale

Quando viene a mancare un intellettuale della statura di Serianni, leggo grande rammarico, dolore e peana diffusi a piene mani, sia dalla gente comune che dal mondo politico.

Si parla sempre di grave perdita, eppure io non ricordo un periodo in cui gli intellettuali abbiano contato poco come in questa fase storica.

La cultura per taluni che la odiano è addirittura una colpa, il marchio della difesa di un’élite o dell’asservimento al sistema, l’orrenda pretesa del privilegio.

Per altri che la usano, la cultura è al massimo un orpello, da tirare fuori come si fa con l’argenteria buona, all’occasione e per fare bella figura, purché venga poi riposta nel cassetto una volta svolta la sua funzione.

Per altri ancora, i peggiori, essere intellettuali significa non usare la cultura a beneficio della collettività, ma brandirla come uno strumento di visibilità, la quale deve essere costantemente alimentata, coerentemente fine a sé stessa.

Quando muore un intellettuale vero (quale Serianni certamente era), tutti lo piangono.

Curioso che lo facciano anche quelli che, chiamati a prendere decisioni per la collettività, o a esprimere il proprio consenso o dissenso verso le scelte del potere, non siano mai stati sfiorati dall’idea di chiedere agli intellettuali indicazioni sul da farsi, finché questa opzione era disponibile.

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Renato Nicolini: il “Meraviglioso urbano” e “Qualcosa che rimane”

Dieci anni fa ci lasciava Renato Nicolini.
L’architetto che fu Assessore alla cultura della capitale in anni in cui si faceva cultura della politica, e che riscoprì la politica della cultura.

Aveva 34 anni quando immaginò che alla base di una politica culturale dovesse esserci l’incontro: l’antico e il modernissimo, con i resti di Massenzio che incontravano l’arte più giovane, quella del cinema.

In un momento in cui la cultura era elemento di distinzione, con l’università sottoposta a continui controlli per impedire che divenisse di massa, Nicolini osò unire l’alto col basso, l’élite con il popolare, Visconti con il Pianeta delle Scimmie.

Realizzò concretamente la riscoperta dei luoghi attraverso non soltanto la mera conservazione, ma la restituzione ad essi di una funzione, una vivibilità, un uso, che li rendesse città e non più eredità o arredo urbano.

C’era nella sua visione, perseguita anche con sperimentazione, coraggio (come per il festival della poesia di Castelporziano) e la quasi gratuità degli eventi, l’importanza dell’aggregazione del diverso, la necessità di instaurare l’abitudine all’uscire, all’andare fuori: di casa (in anni in cui non era scontato), dalle proprie abitudini, gusti, sensibilità, per spingersi a stare con l’altro, per vivere un evento ed essere contemporaneamente, insieme all’altro, l’evento stesso.
Il cittadino vive la cultura e la città, alimentandole entrambe.

A Renato Nicolini e all’Estate Romana, nata come me nel 1977, venne contestata l’assenza di strutture, il mancato investimento in realtà stabili, durature e non fruibili solo in un dato momento.
La politica dell’effimero divenne per alcuni un dispregiativo.
“Bisogna spendere soldi per qualcosa che rimanga alla città”, dicevano i detrattori.
Eppure dopo quasi mezzo secolo ancora si parla di quell’esperienza, che è diventata essa stessa un patrimonio della città.

Quei romani, dell’alta borghesia o dei quartieri popolari, benestanti o proletari, colti o semplicemente curiosi, hanno vissuto un’esperienza che è rimasta nelle loro vite, nel loro modo di essere cittadini e di considerarsi in rapporto ai luoghi, all’arte, al “meraviglioso urbano”.

Un’abitudine alla fruizione della cultura che certo non ne esaurisce tutte le modalità di incontro con essa né tutte le funzioni, ma che senz’altro oggi è interiorizzata e si è ripetuta in moltissime esperienze successive, fino alle Notti bianche a cavallo degli anni duemila, cui partecipavano generazioni anagraficamente e culturalmente lontane da quelle di Massenzio.

Se la cultura non è di tutti, può però essere per tutti, così come può esserlo la città, che non conosce più barriere temporali, spaziali e sociali.

L’Estate Romana e l’effimero che ha rappresentato, hanno significato (anche) questo, e se non si tratta di qualcosa che rimane, cosa lo è?

#qualcosarimane

Renato Nicolini

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C’è bisogno di bellezza

bellezza paesaggio

Foto di Fabrizio Mei

Qualche settimana fa mi è stato chiesto di firmare un appello per una legge che tuteli la bellezza. Si tratta di un patrimonio diffuso del nostro Paese, non solo la bellezza del territorio e dell’ambiente, ma anche quella derivante dalla diffusione di istruzione e cultura, quella generata dall’arte, quella che è permessa da rapporti economici sani e sostenibili.

Non condivido ogni passaggio del testo (ad esempio la contrapposizione tra grandi eventi e spazi culturali diffusi: io credo invece che possano essere messi gli uni al servizio degli altri), ma la bellezza è un valore che non possiamo più dare per scontato e che anzi dobbiamo difendere nelle scelte di ogni giorno: per questo, sono orgoglioso di averlo sottoscritto insieme ad un gruppo di ricercatori, docenti, esperti e artisti. Continua a leggere

Premio “Potere alle storie”, i miei candidati

Moscato premio PASQuando mi hanno chiesto di far pare del Comitato di selezione del premio Potere alle Storie ne sono stato felice e onorato: felice perché questo premio nasce dall’omonimo festival letterario cui sono affezionato per aver partecipato negli ultimi due anni (con Guy Chiappaventi, Carlo Miccio e Luciana Mattei a parlare di calcio e narrazione nel 2017, con Pippo Civati per parlare del rapporto tra politica e cultura lo scorso anno); onorato perché nel comitato ci sono firme ben più autorevoli della mia che danno lustro all’iniziativa: tra gli altri Guy Chiappaventi, Flavia Perina e Filippo Rossi, per limitarmi a quelli che ho avuto il piacere di conoscere personalmente.

Il premio PAS intende promuovere racconti e storie capaci di offrire un punto di vista sulla nostra contemporaneità e prevede quattro categorie:

  • La migliore storia del 2019;
  • La narrazione che meglio di tutte ha saputo contribuire al rinnovamento dei linguaggi;
  • La migliore narrazione del 2019;
  • Il miglior narratore (storyteller) per efficacia e tecnica narrativa.

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