Intervista a Lanternaweb e Paginabianca.docx

La rivista online Lanternaweb e l’Associazione Lapaginabianca.docx  mi hanno chiesto di fare due chiacchiere su Liberi sulla Carta dopo la sua rinascita a Roma.

L’ho fatto volentieri con il direttore Alessandro Verrelli e Aurora Cino.

Al link di seguito potete recuperare l’incontro.

He-Man, i Masters e l’effetto nostalgia

“Per la forza di Grayskull!!!”

Non c’èra bambino o bambina, negli anni 80 che non sapesse riconoscere questa formula: con queste parole il Principe Adam si trasformava nel formidabile guerriero He-Man, e qualche anno più tardi la principessa Adora lo avrebbe imitato per diventare la potentissima She-Ra.

Stiamo parlando dei Masters, i dominatori dell’Universo, o come è più solito definirli i Masters Of The Universe, nella versione inglese, da cui l’acronimo MOTU.

Prodotti dalla Mattel, i MOTU si affacciarono sul mercato mondiale nel 1981, per poi travolgerlo nel 1982 e dilagare negli anni successivi, sino a diventare il gioco più venduto al mondo, spodestando, con un incasso di quasi 400 milioni di dollari, persino Barbie. Con oltre 70 personaggi, 25 veicoli e 6 playset prodotti tra il 1982 e il 1987, la serie ha introdotto innovazioni come le “action features” personalizzate e i mini-comic inclusi nelle confezioni, che narravano le avventure dei personaggi.

Tuttavia, la saturazione del mercato e l’introduzione di troppe varianti portarono a un declino delle vendite alla fine degli anni 80.  Velocemente come erano arrivati, i Masters sparirono dai negozi, una serie di scelte sbagliate da parte dei produttori (ben illustrate nella serie di Netflix I Giocattoli della nostra infanzia, stagione 1 ep. 2) portarono al crollo delle vendite e all’improvvisa cancellazione della serie.

Nemmeno la trasposizione cinematografica del 1987 con Dolph Lungdren, popolare Ivan Drago di Rocky IV, servì a riaccendere la fantasia dei piccoli consumatori, anzi sono in molti a sostenere che la poca attinenza tra il film e la linea di giocattoli (che produsse subito i nuovi personaggi tratti dalla pellicola, ma che erano notevolmente diversi per stile e formato da quelli precedenti), abbia accelerato la crisi dei MOTU.

Per chi, come me, aveva iniziato a collezionare quei guerrieri formidabili e le bizzarre creature che si opponevano loro, la scomparsa di He-Man e del villain Skeletor coincise con la fine dell’infanzia: in fondo persi interesse verso i Masters nel momento in cui l’adolescenza incombeva, e chissà se questo processo, moltiplicato per milioni di bambini, non abbia inciso sulla prematura e inaspettata chiusura della linea.

Negli anni successivi ci furono diversi tentativi di rinnovare il brand, cambiando formato e ambientazione dei giocattoli e inserendo nuovi personaggi, oppure puntando sulla riedizione migliorata (e più costosa) delle vecchie iconiche action figure, ma il successo travolgente dei MOTU, ipermuscolosi titani di 14 centimetri, non si ripeté più.

Eppure, dopo oltre 40 anni dalla nascita di He-Man e soci, qualcosa è successo: negli ultimi anni, i Masters of the Universe stanno vivendo una rinascita che coinvolge sia i nostalgici degli anni 80 sia una nuova generazione di appassionati. Grazie a nuove linee di giocattoli che sembrano omaggiare la produzione degli anni 80, trasmissioni e serie televisive che li rilanciano, un film in arrivo e un mercato del collezionismo vintage in fermento, l’universo di He-Man e dei suoi alleati è tornato al centro dell’attenzione.

Il ritorno di He-Man: tra serie animate e cinema

He-Man e i Masters sono un caso forse unico nella storia delle action figure, nel senso che la loro realizzazione ha preceduto la narrazione delle loro storie: prima è arrivato il giocattolo e solo successivamente la sua rappresentazione in cartoni, fumetti e live action movie. Per questo la trama che tiene insieme la saga spesso presenta delle contraddizioni, con personaggi inizialmente rappresentati come cattivi che invece poi passano tra i buoni (Zodac), altri che vedono una profonda trasformazione fisica (la Maga, poi Sorceress), o vedono mutato il loro ruolo all’interno della mitologia Masters (Teela). Inizialmente l’unica fonte narrativa erano i minicomic allegati ai giochi (bellissimi quelli con i disegni di Alcala), i cui primi numeri erano ispirati alle ambietazioni barbariche e selvagge di Franzetta o di Conan il barbaro. Lo stesso He-Man veniva rappresentato come un guerriero selvaggio, la cui forza era accentuata dai magici accessori donatigli da una maga molto diversa dalla Strega-Falco Sorceress degli anni successivi (e anzi, praticamente identica alla Teela dei giochi, che veniva infatti definita Dea- Guerriera). Non c’era traccia del Principe Adam e di tutti quei personaggi entrati nell’immaginario dei bambini degli anni ’80 con la prima serie televisiva della Filmation, che ammorbidiva moltissimo le atmosfere dei minicomic. Proprio le serie Tv hanno costruito quella che oggi è riconosciuta come la Storia dei Masters, sebbene andando anche esse spesso in contraddizione, specie sulle origini di alcuni personaggi chiave come Skeletor.

Nel dettaglio, ecco le serie animate prodotte dal 1983 al rilancio dei giorni nostri:

Foto tratta dal blog https://mikimoz.blogspot.com/
  • He-Man and the Masters of the Universe (1983–1985)

Questa è la prima e più iconica serie animata dedicata ai Masters, prodotta da Filmation. Con i suoi 130 episodi, ha introdotto intere generazioni al mondo di Eternia. La serie era caratterizzata da un’estetica fortemente anni 80, animazioni semplici ma efficaci, e dalle celebri morali finali con cui si chiudeva ogni puntata. In questa serie viene definitivamente abbandonata l’idea che le spade del potere fossero due, una in mano a He-Man e una in mano a Skeletor, la cui unione avrebbe permesso il dominio dell’Universo, filone narrativo nato sui minicomic e alimentato dal fatto che le spade dei due personaggi del gioco effettivamente potevano unirsi. Da questa serie nascono personaggi come Orko, King Randor, Cringer, ma soprattutto il principe Adam e l’idea che Teela fosse la figlia di Man At Arms. He-Man, con il caschetto biondo, la spada e il grido “Per il potere di Grayskull!”, è diventato un’icona pop.

  • She-Ra: Princess of Power (1985–1986)

Spin-off della serie originale, raccontava la storia di Adora, sorella gemella di Adam/He-Man, che si trasformava in She-Ra. Ambientata sul pianeta Etheria, la serie puntava a un pubblico femminile e contribuiva ad ampliare l’universo narrativo dei Masters con nuovi personaggi e una diversa sensibilità. In questa serie compariva per la prima volta quale villain principale Hordak, terzo grande personaggio chiave dell’universo dei Masters e vero trade d’union tra il mondo di He-Man e quello di She-ra.

  • The New Adventures of He-Man (1990–1991)

In questa serie, He-Man viene trasportato nel futuro sul pianeta Primus per affrontare nuove minacce. Lo stile visivo cambiò radicalmente, abbandonando le atmosfere fantasy per un’estetica più fantascientifica, scelta che come si è visto coinvolgeva anche la nuova linea di giocattoli. La serie fu poco amata dai fan storici proprio per questo distacco dalle origini.

  • He-Man and the Masters of the Universe (2002–2004)

Reboot moderno prodotto da Mike Young Productions, da molti ricordato come Masters 200X, con uno stile animato più dinamico e narrativamente più maturo introduce nuovi elementi alla narrazione della serie Filmation, in gran parte ripresa. Viene approfondita la mitologia del personaggio e delle sue origini, con una maggiore attenzione allo sviluppo psicologico, in particolare di Skeletor. È considerata da molti fan come una delle migliori reinterpretazioni del franchise.

  • She-Ra and the Princesses of Power (2018–2020)

Una nuova versione di She-Ra, prodotta da DreamWorks per Netflix. La serie adotta uno stile più inclusivo, affronta tematiche contemporanee e presenta un design moderno e colorato. Lontana dalla tradizione visiva degli anni ’80, ha conquistato una nuova generazione di spettatori. E forse non è un caso che vecchi spettatori come chi scrive, non abbiano provato alcuna attrazione per questa serie.

  • Masters of the Universe: Revelation (2021)

Probabilmente la più ambiziosa operazione di questi anni per il rilancio del marchio. Creata da Kevin Smith e prodotta per Netflix, questa miniserie è un seguito diretto della serie del 1983, pensata per un pubblico adulto, con evidentissimi richiami nostalgici al mondo degli action figures degli 80’s (a un vecchio fan dei giocattoli come me basta vedere la sigla per emozionarsi). Con un tono più drammatico e oscuro, si concentra su Teela ed Evil Lynn e affronta le conseguenze della guerra tra He-Man e Skeletor, dividendo però i fan per le sue scelte narrative audaci. Personalmente l’ho apprezzata per il suo tentativo di tenere insieme tutto quello che era stato detto/scritto/mostrato nelle precedenti narrazioni dei Masters.

  • He-Man and the Masters of the Universe (2021–2022)

Un reboot in animazione CGI, pensato per i più giovani. I personaggi sono reinterpretati e la trama si basa su un approccio di squadra. L’estetica è molto più colorata e lo storytelling più frenetico, ma si tratta probabilmente del prodotto più lontano mai visto rispetto ai MOTU delle origini. Un’operazione quasi incomprensibile se si considera che esce praticamente in contemporanea con le altre due serie di Netflix, che invece giocano molto sul richiamo dell’immaginario anni 80.

  • Masters of the Universe: Revolution (2024)

Miniserie che prosegue direttamente gli eventi di Revelation. Torna il personaggio di Hordak e si alza ancora il livello epico della narrazione. La serie continua a esplorare i temi del rapporto tra magia e tecnologia, con uno stile visivo coerente e un tono adulto. Alcune intuizioni sono decisamente geniali, come quella di recuperare la maga del primo minicomic di Alcala che nei giocattoli era stata in qualche modo assorbita da Teela, o personaggi secondari di vecchie serie o mostrare alcuni playset del gioco in un’ottica diversa. Per me si tratta di un ottimo prodotto, cui fa da ciliegina sulla torta la voce di Skeletor, che nella versione originale è di Mark Hamil (Luke Skywalker di Star Wars, ma anche voce della versione animata del Joker).

E sul grande schermo?

Un’immagine promozionale di “Masters of the Universe”, film realizzato nel 1987 che fu accolto tiepidamente dal pubblico. Sono evidenti i tentativi di richiamare l’immaginario di successi come Star Wars più che le atmosfere dei giocattoli Mattel o della serie Filmation

Anche il cinema è tornato a interessarsi degli eroi di Eternia: dopo il flop del 1987 diversi progetti sono stati abortiti negli anni 20 del 2000, ma sembra proprio che ora si sia arrivati al dunque anche su questo fronte: parallelamente alle nuove produzioni Netflix, è in fase di realizzazione un nuovo film live-action, previsto per il 5 giugno 2026. Diretto da Travis Knight e prodotto da Amazon MGM Studios e Mattel Films, il film vedrà Nicholas Galitzine nei panni di He-Man e Jared Leto in quelli di Skeletor. La trama si discosterà da quella originale perché vedrà le vicende di un giovane Adam che, dopo essere cresciuto sulla Terra, scopre le sue origini regali su Eternia e affronta la minaccia di Skeletor. Anche nel film del 1987 l’ambientazione era la terra e non il mondo selvaggio di Eternia, soluzione che piacque poco agli appassionati: vedremo se stavolta le cose andranno diversamente.

Il mercato del collezionismo e l’effetto nostalgia

Non dimentichiamo però, che i Masters sono soprattutto un giocattolo: oggi, le action figure originali dei Masters of the Universe sono oggetti di culto per i collezionisti. Pezzi rari come il “Laser-Light Skeletor”, distribuito solo in Europa nel 1988, possono raggiungere quotazioni di circa 800 dollari, anche senza confezione. Ancora più alta la quotazione con cui è stata battuta all’asta una Battlecat con l’anomalia delle strisce gialle sulla coda. Altissimo il valore di mercato dei due pezzi più pregiati del mondo Masters: i giganti Tytus e Megator, prodotti quando ormai il franchise era in disgrazia e quindi molto rari nelle collezioni degli anni 80.

Mentre su Youtube decine di canali approfondiscono ogni singolo aspetto legato al Masterverse, sui social fioriscono i gruppi e le pagine dedicate ai Masters e al loro commercio (solo su Facebook, in Italia  Masters of the Universe Italy conta oltre 11.000 iscritti, Masters of the Universe (vendita e collezionismo) ed Eternia File sono tra i 3.000 e i 4.000 iscritti), mentre basta fare un giro su piattaforme di rivendita dell’usato come Subito.it o Vinted per vedere quanto i Masters non dimostrino i quasi cinquant’anni che hanno (ci son cascato anche io, che ho ripreso la collezione e mi diverto con la vendita qui).

La stessa Mattel cavalca questa voglia di ritrovare le emozioni dell’infanzia con una serie di giocattoli, detta Origins, che sebbene con personaggi migliorati nel design e maggiormente snodabili, ricalca in tutto e per tutto per dimensioni, proporzioni, visi, colori e accessori, la produzione originale dei MOTU.

Che il fenomeno del collezionismo sia alimentato anche dalla nostalgia lo racconta benissimo Brian “Box” Brown con il libro L’effetto He-Man – Come i produttori americani di giocattoli ti vendono i ricordi della tua infanzia, in Italia edito da Bao Publishing, nel quale l’autore spiega con lucidità come le aziende abbiano sfruttato la deregulation degli anni ’80 per creare legami emotivi con i consumatori attraverso giocattoli e media correlati, influenzando le scelte di acquisto per decenni.

È dunque questo? Acquistando o seguendo i Masters, stiamo cercando di riacquistare i ricordi migliori della nostra infanzia? Il rinnovato interesse per l’eroe con l’improbabile caschetto biondo è solo un tentativo di recuperare momenti felici rispondendo con riflesso pavloniano alle leve del marketing azionate da multinazionali del giocattolo?

Non so rispondere, ma propenderei per il sì. Malgrado ciò, quando scorro la mia rinnovata collezione di coloratissimi e strambi personaggi, alcuni dei quali effettivi compagni di gioco di quarant’anni fa, non riesco a restare impassibile davanti al fascino che esercitano sulla mia parte di bambino, quella che sapeva costruire mondi, storie e trame epiche con la fantasia, ma soprattutto riusciva sempre riconoscere esattamente il bene e il male, e sapeva che per far vincere il primo sarebbe bastato urlare quelle poche parole:

“Per la forza di Grayskull!!!”

Prodotto o azione culturale? Le politiche culturali oltre i numeri, dentro le comunità

Misurare il successo

Ho iniziato la mia esperienza come operatore culturale venti anni fa, gestendo uno spazio in cui venivano organizzati eventi, concerti, mostre, rappresentazioni teatrali, corsi delle più svariate discipline artistiche e non solo. Da quella esperienza sono nate collaborazioni con festival e realtà locali fino al 2009, quando la messa a sistema di tante capacità e sensibilità diverse ha dato vita a Liberi sulla Carta, festival letterario e fiera dell’editoria indipendente di cui, per quasi quindici anni, ho avuto la responsabilità e il grandissimo piacere di coordinare gli straordinari organizzatori, in tutte le fasi necessarie (progettazione, realizzazione, comunicazione e rendicontazione). Dopo le prime, pionieristiche edizioni, la partecipazione del pubblico a questo evento, come la sua visibilità sui media anche nazionali, sono cresciute fino a diventare consistenti. Nell’ambito degli eventi letterari indipendenti, si può dire che Liberi sulla Carta sia stata una manifestazione di successo.

E’ stato il quel momento che ci siamo chiesti: “Ma cos’è davvero il successo? Come si misura l’efficacia di un’azione culturale?”

Spesso il nostro lavoro è stato descritto in termini lusinghieri proprio perché riusciva a “muovere tanta gente”. Eppure, se ci fermassimo a riflettere, ci accorgeremmo di quanto la partecipazione sia un dato importante, ma non sufficiente. Qualsiasi evento gratuito che vedesse la presenza di una personalità molto popolare potrebbe attrarre numeri considerevoli, ma ciò basterebbe a definirlo un’azione culturale incisiva?

Al contrario, alcuni appuntamenti delle prime edizioni di Liberi sulla Carta — come il recital di David Riondino o il reading di Paolo Briguglia con i racconti di Camilleri — furono seguiti da poche decine di persone. Eppure non furono eventi meno significativi. Anzi. Non erano prodotti culturali meno utili, né scelte meno efficaci. Al contrario, rappresentavano in modo limpido una visione dell’azione culturale ambiziosa, che la voleva non solo capace di intercettare l’interesse collettivo, ma anche di essere uno strumento di trasformazione.

È per questo che mi ha sempre imbarazzato l’idea che l’impatto delle politiche culturali potesse essere valutato esclusivamente attraverso criteri numerici. Non si può prescindere dal come e dal perché un’azione culturale viene realizzata: è un concetto difficile da trasmettere ai propri interlocutori (soprattutto sponsor e istituzioni) eppure è in esso che risiede la quasi totalità del valore di un progetto.

L’azione culturale autentica

Intendiamoci: rivolgersi a un pubblico il più possibile ampio non è un vulnus, né un obiettivo da sottovalutare: in fondo cultura vuol dire anche inclusione, ogni autentica azione culturale è per definizione inclusiva, altrimenti è una contraffazione, è una rivendicazione identitaria, e stiamo parlando di qualcosa di molto diverso.

Ed ecco che tornano prepotenti il “come” e il “perché”, elementi alla base non solo della valutazione di efficacia di un’azione culturale, ma anche della partecipazione o meno del pubblico, che può rendersi parte attiva di questo processo. Lo spiega meglio di quanto farei io Franco De Biase: “Se la questione dell’innovazione culturale va affrontata in termini strutturali e di sistema (di ecosistema?), dobbiamo allora mirare all’obiettivo di coltivare per la cultura un pubblico non solo attivo e partecipe, ma anche disposto a diventare consapevolmente parte attiva di questo (eco)sistema. Un pubblico consapevole delle criticità relative alla forma di produzione e circolazione di cultura, cioè delle condizioni in cui si determina l’offerta culturale” (I pubblici della cultura – a cura di Franco De Biase – Franco Angeli Editore, 2014).

Pensiamo agli eventi culturali che si svolgono nelle province, lontano dai riflettori delle città più importanti: una passerella di volti noti può avere un suo valore, certamente; può divertire, può accendere i riflettori su un territorio, può persino attrarre turismo. Ma è questa (o meglio: solo questa) l’essenza di un’azione culturale? Io non l’ho mai pensata così. Non mi ha mai convinto la considerazione che la cultura fosse un’industria, un settore da cui tirare fuori potenzialità economiche, lo “sbigliettamento” o “l’applausometro” come strumento di misurazione del successo. L’azione culturale è — o dovrebbe essere — invece, un mezzo per cambiare le cose, un mezzo potentissimo.

Non si può parlare di reali politiche culturali se non si considera che l’operatore culturale o è agente di cambiamento, oppure non ha motivo di esistere. Non è un impresario, né un “festarolo”, e non dovrebbe riconoscersi in queste definizioni nemmeno chi è chiamato a realizzare politiche culturali pubbliche da posizioni di responsabilità. Esistono già altre figure in grado di proporre intrattenimento e momenti di socialità, legittimi e spesso necessari. Ne esistono altre che si propongono di mettere a reddito determinati talenti, di rispondere a determinati bisogni del pubblico, e lo fanno benissimo. Ma mezzo dell’operatore culturale è l’azione culturale, e il suo fine è mirare anche — e soprattutto — a generare consapevolezza, a incidere, a lasciare una traccia.

Un esempio efficace lo fa Ledo Prato: “Sarebbe interessante capire se le persone che hanno seguito gli eventi di un festival letterario hanno anche contribuito alla sua progettazione e realizzazione, se, dopo questa esperienza, hanno comprato più libri, sono andate più spesso al cinema, a teatro, al museo. Se insomma il festival ha inciso sui comportamenti, sui consumi culturali, sulle relazioni sociali, spingendo a partecipare di più alla vita culturale della città [contestualmente alimentandola, aggiungo io]. Ecco a cosa dobbiamo guardare per valutare il senso di un’iniziativa culturale, solo così possiamo poi collocarla dentro le dinamiche di quel contesto” (Cittadinanza è cultura, conversazione con Paolo Di Paolo, Donzelli 2024).

Stabilire nuovi obiettivi per riconoscere l’efficacia di un’azione culturale

Ecco allora che, mi si perdoni l’autoreferenzialità dovuta alla necessità di parlare di qualcosa che conosco, anche il piccolo successo di Liberi sulla Carta assume nuovi contorni che è possibile distinguere: il suo vero impatto non è più (solo) nelle migliaia di persone che, nel tempo, hanno assistito agli eventi. Ma, ad esempio, nel fatto che in tantissimi lo abbiano sostenuto economicamente con il crowdfunding o si siano fatti volano delle campagne di autofinanziamento. Il valore di quella esperienza è misurabile negli spettatori che successivamente alla fruizione dello stesso hanno contattato gli organizzatori e sono divenuti (instancabili) volontari o addirittura sono entrati nell’organizzazione vera e propria del festival, curandone in autonomia durante tutto l’anno determinati aspetti e offrendo una pluralità di punti di vista che ne accrescevano la ricchezza.

Così come vero valore è stato vedere lettori stimolare l’organizzazione di particolari incontri e, in diversi casi, realizzarli autonomamente all’interno della manifestazione. Che la spinta creativa degli artisti, la proattività organizzativa degli editori, le sinergie nate con altre realtà associative, la partecipazione di librerie, biblioteche locali e scuole siano, a un certo punto, diventati il cuore pulsante della costruzione del programma, è una certificazione di valore più credibile di quella rappresentata dalle platee piene per gli incontri più seguiti.

Anche quando qualcuno degli appuntamenti così generati non aveva il riscontro di pubblico di altri, portava con sé un valore più profondo: era l’espressione di una comunità culturale viva, partecipata, in movimento. Un festival che non si limitava a offrire cultura, ma che si innestava nei contesti dati (penso alla bellissima collaborazione col premio Città di Rieti, che vedeva entrambe le iniziative valorizzate), co-creava la cultura insieme a chi la viveva. In questa trasformazione Liberi sulla Carta smetteva di essere evento per caratterizzarsi come autentica azione culturale.

Mi rendo conto che quelle che sto lasciando sono riflessioni in libertà, figlie oltre che della mia parziale visione, anche della mia limitata esperienza. Quando si parla di politiche culturali si sollevano scenari e interrogativi cui mi è impossibile dare tutte le risposte.

Ma dopo venti anni di esperienza maturata, un’esigenza la sento insopprimibile: ritenere importante e doveroso, anzi pretendere, che chi si occupa di politiche culturali pubbliche, inizi almeno a farsi le giuste domande.

Ne abbiamo bisogno e, in fondo, ce lo meritiamo.

Quanto ci piace il Premio Strega

Adesso che conosciamo la “dozzina”, può ricominciare il rituale: ogni anno, tra fine primavera e inizio estate, la letteratura italiana si accende di riflettori, sussurri, polemiche e scommesse. Succede sempre quando arriva il momento del Premio Strega, il più noto e ambìto riconoscimento letterario italiano. Io lo seguo da sempre, con un misto di passione, curiosità e – lo ammetto – una punta di ironico affetto per tutto quel mondo che gli muove intorno.

Qualcuno, parlando del premio, lo ha definito una sorta di Festival di Sanremo della letteratura italiana. O forse sarebbe più corretto dire dell’editoria italiana. Si tratta di una definizione ingenerosa, ma in fondo lo Strega è anche questo: non solo una celebrazione dell’eccellenza narrativa, ma anche un grande palcoscenico dove si intrecciano gusti, poteri editoriali, strategie, simpatie e risentimenti. È l’Italia che legge e che si racconta, nel bene e nel male.

Premio Strega: un po’ di storia

Il Premio nasce nel 1947, da un’idea di Maria Bellonci, con il sostegno del marito Goffredo e il contributo della famiglia Alberti, produttrice del celebre liquore Strega, che dà il nome al premio. Il primo vincitore fu Ennio Flaiano con Tempo di uccidere. Da allora, lo Strega ha premiato alcuni dei più grandi scrittori italiani: Cesare Pavese, Corrado Alvaro, Elsa Morante, Alberto Moravia, Mario Soldati, Giorgio Bassani, Dino Buzzati, Carlo Cassola, Natalìa Ginzburg, Anna Maria Ortese, Primo Levi, Umberto Eco, Antonio Tabucchi, Claudio Magris, Giuseppe Berto, fino ai più recenti protagonisti delle librerie, da Niccolò Ammaniti a Paolo Giordano, da Sandro Veronesi (due volte) ad Antonio Scurati (me ne dimentico almeno una dozzina meritevoli di menzione).

A guidare il premio nel corso degli anni, figure centrali della cultura italiana. Oltre alla fondatrice Maria Bellonci, non si possono non citare Anna Maria Rimoaldi, che dopo la morte della Bellonci ne raccolse l’eredità con rigore e passione, o Tullio De Mauro, illustre linguista e intellettuale, che per anni fu presidente della Fondazione Bellonci. Da diversi anni, il testimone è passato al direttore Stefano Petrocchi, che ha saputo rinnovare il Premio, mantenendone però lo spirito originario.

Lo Strega si trasforma: le innovazioni dell’era Petrocchi

Stefano Petrocchi e Nicola Lagioia, cincitore del premio Strega 2015, a Liberi sulla Carta
Stefano Petrocchi e Nicola Lagioia, vincitore del premio Strega 2015, a Liberi sulla Carta

Immagino che se leggesse “era Petrocchi” probabilmente il direttore si metterebbe a ridere, ma al di là della definizione è indubbio che, sotto la direzione di Stefano Petrocchi, lo Strega abbia conosciuto una vera stagione di riforme. Nel 2014 è nato lo Strega Giovani, che premia il libro della dozzina più votato da centinaia di studenti delle scuole superiori italiane e delle scuole italiane all’estero. Sempre del 2014 è l’istituzione dello Strega Europeo, che premia autori stranieri vincitori di un rilevante premio nel Paese d’origine. Nel 2023 è arrivato lo Strega Poesia, e nel 2025, ultima novità in ordine di tempo, anche lo Strega Saggistica, a conferma di una volontà precisa: allargare il campo, moltiplicare gli sguardi.

Sempre in questi ultimi anni sono state introdotte regole a tutela dell’editoria indipendente: una norma garantisce che almeno un libro pubblicato da una casa editrice non appartenente ai grandi gruppi abbia un posto nella cinquina finale o, in caso contrario, venga ripescato: un passo importante per equilibrare un premio spesso percepito come dominato dai colossi editoriali.

Un’altra delle ultime novità è stata la possibilità per ogni singolo Amico della domenica di segnalare un libro (prima ne servivano almeno due): questa modifica del regolamento ha reso più facile partecipare alla prima fase della selezione, per cui ora sono molti di più i libri che non entrano nella dozzina, ma allo stesso tempo godono comunque di una accresciuta visibilità in virtù della partecipazione.

Il premio Strega e le polemiche (immancabili)

Perché sì, diciamolo: il Premio Strega è anche questo. Polemiche, discussioni, rivalità editoriali. Le cronache sono ricche di edizioni travagliate. Indimenticabile quella del 1952, con Gadda che non riconosceva la vittoria del rivale Moravia. O ancora nel 1953, quando il libro più votato, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fu aspramente osteggiato da molti scrittori legati al PCI, in particolare Pasolini e Moravia.

Pasolini stesso non ha avuto particolare confidenza con il premio Strega, cui ha partecipato con Ragazzi di vita e con una Una vita violenta senza riuscire ad aggiudicarsi il premio, dal quale si è anche ritirato nel 1968, in aperta polemica con un riconoscimento “completamente e irreparabilmente nelle mani dell’arbitrio neocapitalistico” (In nome della Cultura mi ritiro dallo Strega, di Pier Paolo Pasolini, su “Il Giorno” del 24 giugno 1968).  In anni più recenti hanno fatto discutere le due sconfitte al fotofinsish di Antonio Scurati, nel 2009 contro Tiziano Scarpa con Stabat Mater e nel 2014 contro Antonio Piccolo con Il desiderio di essere come tutti.

Ma nonostante tutto, o forse proprio per tutto questo, lo Strega continua a contare. È il premio che più di ogni altro riesce a incidere sul destino di un libro. Come scrive The Book Advisor, vincerlo significa entrare in “un’altra dimensione”: vendere migliaia di copie in più, avere una visibilità mediatica impensabile per qualunque altro riconoscimento italiano. È una consacrazione, ma anche un punto di svolta.

La premiazione a Villa Giulia, e non solo

Un viaggio tra storia, polemiche e riforme del Premio Strega: il riconoscimento letterario più celebre d’Italia, tra aneddoti, innovazioni e la sua irresistibile centralità nel panorama editoriale.

Il cuore del Premio è la serata finale a Villa Giulia, Roma, tra alberi e statue neoclassiche, con il palco tra le colonne e i voti letti in diretta. Lì si respirano tensione e mondanità, letteratura e strategia: ogni volta è un rito.

Non tutte le edizioni, però, si sono svolte a Villa Giulia. Nel 2016 l’organizzazione scelse l’Auditorium Parco della Musica quale sede della premiazione, ma in molti sostennero che l’anima del premio restasse lì, tra i giardini e i marmi di Villa Giulia, dove è puntualmente tornato.

Qualche volta mi è capitato con piacere di partecipare alle serate conclusive del premio: quello che successe nel 2010, quando vinse Antonio Pennacchi con Canale Mussolini, è ancora uno degli aneddoti che mi piace più ricordare: a scrutinio aperto, quando ormai i voti erano praticamente tutti contati, avendo seguito le operazioni mi resi conto, come altri, che Pennacchi avrebbe vinto. Lo dissi ad alcuni amici di Latina, che di quel libro avevano seguito la genesi e che facevano il tifo dalla TV. Poi mi avvicinai al tavolo dello scrittore (che successivamente incontrai tante volte, ma che allora non conoscevo affatto) e dissi ad alta voce: “Antonio, hai vinto tu!” Lui mi guardò di traverso fece un gesto per allontanare la malasorte, e poi tornò a fissare la lavagna con i numeri. Poco dopo arrivò l’annuncio ufficiale: per fortuna non mi ero sbagliato, altrimenti non so come l’avrebbe presa Pennacchi!

Un premio che somiglia all’Italia

Lo Strega mescola l’alto e il basso, la letteratura pura e le dinamiche editoriali più spietate, la poesia e la diplomazia, il talento e il calcolo. E se non è proprio così, è comunque così che ci piace raccontarlo, perché in fondo è anche il racconto dello Strega che rende così unico lo Strega.

È, a vederla bene, un premio che somiglia incredibilmente al nostro Paese: imperfetto, ma vitale; criticato, ma imprescindibile.

Io continuerò a seguirlo, come faccio da anni. A volte con entusiasmo, altre con scetticismo, ma sempre con curiosità e rispetto. Perché dietro ogni edizione dello Strega si nasconde un racconto più grande, quello della letteratura italiana contemporanea e della sua rappresentazione, non sempre fedele ma spesso vitale, col suo eterno bisogno di farsi ascoltare.

O almeno premiare.

L’anno vecchio e quello nuovo

2024:
Oh regazzì, aho, vieni qua ‘n attimo, te devo dì ‘na cosa. Mo’ che sei ‘r protagonista che fai, me scappi via? Guardate, tutto impettorito, ‘sti fuochi, ‘sti cori: ma chi te credi da èsse, er Messia?

2025:
Ah, ma chi sei? Er vecchio 2024? Beh, me dispiace, ma è normale: la gente ormai guarda avanti, ar mijoramento generale. Io porto speranza, novità, soluzioni! Te n’ ce sei riuscito, e questi se so’ accorti, che mica so’ fregnoni!

2024:
Oh bello, piano co’ ‘sta sicumera! Ma che te credi, che ce lo so da stasera? Pure a me me guardaveno così, quando era er turno mio. “Er 2024 risolverà tutto!”, diceveno, “te lo dico io”.
E mo’? Mo’ so’ er bersaglio de tutti ‘sti rancori.
Sai com’è, le cose vanno male, e se scordano botti, luci e cori.
Nun so’ mai loro, c’è sempre qualcun artro da incolpa’.
E siccome io so uno e loro tanti, m’è toccato de abbozza’.

2025:
Ahò, ma che vorresti di’? Che pure con me non so’ sinceri?
Nun ce penso proprio! Io porterò cambiamenti veri: meno problemi, più felicità, tutto a posto! So’ l’anno novo, mica un anno qualsiasi: so’ l’anno giusto!

2024:
A regazzì’, tu non me darai retta ma io te lo dico pe’ tenerezza: ma tu pensi davero che tirando la caretta, te faranno ‘na carezza?
Che le cose cambino solo perché sei “er nuovo”?
La gente mica è nova! E lo sanno pure loro.
Ar massimo, de novo, c’hanno l’agenda.
Ce metteno su obbiettivi, sogni, progetti, e a marzo, quanno guardano quei fogli, se mettono ‘na benda.
Ad aprile, già nun se ricordano quello che volevano. E sai chi paga?
Un colpevole lo trovano.
Molleranno dicendo che tu non eri quello bono, per non guardasse loro, per quelli che poi sono.
Diranno che er 2026 sarà migliore, modello nuovo, cromato, risolutore.

2025:
Ma io c’ho ancora tutto da dimostrà! Lasciame pensa’ che le cose possano cambia’ davero.
E se pure finisce male, ahó! Io almeno ce provo. Dumilaventiqua’, Va’, vatte a riposa’. Che te sei stanco e io c’ho da comincia’!

2024:
Bravo, provace, nun te dico de no. D’altronde l’ho fatto pure io (e pure er ’23 in fondo ce provo’).
Ma ricordate ‘na cosa: nun te gonfià troppo er petto, Non pensa’ che devi fa’ tutto te, solo soletto.
Te ‘na cosa devi fa’: passa.
È tutto quello che te spetta, er resto a loro lassa.
Te passa, che è il dovere tuo, e non te preoccupa’ degli impicci de ‘sti ingrati! Fidate, giovane amico mio, meno promesse fai, meno li troverai incazzati.

2025:
Vabbè te me l’hai detto e io ho sentito, adesso però va’, lassame solo.
Che vuoi, che quando te toccava scintillavi, e adesso che hai finito io te consolo?

2024:
Ma sì hai ragione, godite li botti, le luci, l’illusione che i giochi non so’ fatti.
E daje quello che cercano, che in fondo se lo meritano:
Falli sta’ un po’ insieme,
faje senti’ che se vonno un po’ de bene,
mettije le lenticchie nella panza,
e in còre, te che puoi, armeno ‘na speranza.

Calo della Lettura in Italia: Dati 2024, disparità tra Nord e Sud

Peggiora la qualità della lettura in Italia, un Paese che continua a essere spaccato tra Nord e Sud. Secondo la rilevazione dell’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori (AIE) su dati Pepe Research, il 30% dei lettori legge in maniera frammentaria, dedicandosi a questa attività solo qualche volta al mese se non qualche volta all’anno. Il tempo medio settimanale dedicato alla lettura si riduce a 2 ore e 47 minuti contro le 3 ore e 16 minuti del 2023 e le 3 ore e 32 minuti del 2022.

Le persone tra i 15 e i 74 anni che dichiarano di aver letto, anche solo in parte, un libro nell’ultimo anno (a stampa, e-book, o ascoltato un audiolibro) sono il 73%, contro il 74% del 2023.

Cala anche la lettura di soli libri a stampa, che riguarda il 66% della popolazione, contro il 68% del 2023. Il 66% è una media tra il 72% della lettura delle donne e il 60% degli uomini. Se guardiamo invece alle fasce d’età, leggono libri a stampa in percentuale sopra la media i 18-24enni (74%), i 15-17enni (73%), i 35-44enni (71%), i 25-34enni (70%).

“I dati sulla flessione dei tempi di lettura e del numero di lettori, che vanno di pari passo alla flessione del mercato, confermano la necessità di tornare a sostenere la domanda di libri nel nostro Paese soprattutto tra i più giovani, creando una consuetudine con i libri che prosegua nel corso di tutta la vita – ha spiegato il presidente di AIE Innocenzo Cipolletta –. Non c’è crescita e sviluppo culturale ed economico per l’Italia se non facciamo crescere i lettori, soprattutto al Sud e nelle aree meno prospere del Paese”.

I dati sono stati presentati a Più libri più liberi, Fiera nazionale della piccola e media editoria, durante l’incontro La lettura debole. Pochi lettori o letture troppo brevi?, dove sono intervenuti il presidente di AIE Innocenzo Cipolletta, Renata Gorgani (presidente del Gruppo di Varia di AIE), Monica Manzotti (NielsenIQ-GfK Italia), Giovanni Peresson (ufficio studi AIE) e Florindo Rubbettino (delegato AIE per il sud).

Al centro del dibattito le disparità territoriali, così come le difficoltà a definire in maniera univoca la pratica della lettura e a quantificarla nella popolazione, per effetto delle diverse domande che vengono poste agli intervistati nelle differenti rilevazioni, condotte con tecniche di somministrazioni e di campionamenti altrettanto diversi. Mentre l’Osservatorio AIE stima i lettori il 73% della popolazione, Istat li valuta il 39% (popolazione di più di sei anni, vedi nota in fondo), 35% Eurostat (popolazione di più di 16 anni). Doxa per Osservatorio Politecnico stima invece la lettura italiana al 79% (popolazione tra i 18 e i 75 anni), 80% SWG (popolazione tra i 18 e i 75 anni).

Le disparità tra Nord e Sud sono confermate dai dati di NielsenIQ-GfK sul mercato del libro trade in Italia suddiviso per aree geografiche, dati presentati per la prima volta al pubblico. I 79,2 milioni di libri a stampa venduti in Italia nel mercato trade tra gennaio e ottobre del 2024 sono così distribuiti: 35,8% nel Nord-Ovest, 22,2% nel Nord-Est, 22,7% al Centro, il 19,3% al Sud e Isole.

Se guardiamo, infine, al numero di librerie per abitante, il Nord-Ovest è sopra alla media nazionale (0,28 librerie per 10mila abitanti) dell’11%, il Nord-Est del 17%, il Centro del 7%. Le Isole sono sotto la media del 6%, il Sud del 30%.

Il ritardo del Meridione è drammatico e non si risolve con interventi estemporanei o slegati da una visione d’insieme – spiega Florindo Rubbettino, delegato AIE per il sud –. Gli indici di lettura dipendono dalla scolarizzazione, dalla presenza di infrastrutture sul territorio quali librerie e biblioteche, dal sostegno all’imprenditorialità locale, da iniziative sul territorio quali festival, premi, rassegne culturali. Una legge di sistema del libro non può non prevedere un piano per il Meridione che miri a costruire un ambiente favorevole alla cultura del libro agendo su tutti questi fattori, attraverso iniziative pubbliche e incoraggiando l’iniziativa privata”.

I DATI SULLA LETTURA: ISTAT E AIE A CONFRONTO

Il tasso di lettura degli italiani rilevato da AIE differisce profondamente da quello rilevato da ISTAT a causa del tipo di domanda diversa che è stato posta ai due campioni intervistati, a loro volta espressione di fasce di popolazione differenti. L’indagine ISTAT sulla popolazione di sei anni e più chiede al campione “Negli ultimi 12 mesi ha letto libri (cartacei, ebook, libri online o audiolibri)? Consideri solo i libri letti per motivi non strettamente scolastici o professionali”.  

La domanda dell’indagine AIE rivolta alla popolazione tra i 15 e i 74 anni – dopo aver premesso all’intervistato che l’indagine esclude tutte le forme di lettura obbligatorie: scolastiche, di studio e professionale – invece, è “Pensando agli ultimi 12 mesi le è capitato di leggere, anche solo in parte, un libro di qualsiasi genere, non solo di narrativa (come un romanzo, un giallo, un fumetto, un fantasy…)  ma anche un saggio, un manuale, una guida di viaggio o di cucina, ecc. su carta o in formato digitale come un e-book, o di ascoltare un audiolibro?”.


Roma, 5 dicembre 2024

Comunicato stampa di AIE sul rapporto presentato a Più Libri Più Liberi 2024

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I libri in TV: tra fallimenti e successi, le esperienze di una sfida culturale

Il 17 novembre del 2013 la Rai lanciava Masterpiece, il primo talent show italiano dedicato alla scrittura. L’idea era tanto innovativa quanto rischiosa: trasformare il processo creativo della scrittura in uno spettacolo televisivo, con il sogno di portare la letteratura nelle case degli italiani attraverso le dinamiche accattivanti di un talent, sembrò da subito piuttosto audace. Anche se almeno inizialmente sul web si creò una certa attenzione verso Masterpiece, Il format che prometteva di scoprire nuovi autori e dare visibilità al mondo dell’editoria, registrò risultati contrastanti (ne scrissi più volte anche io, all’alba di questo blog).

Giancarlo De Cataldo, Taiye Selasi e Andrea De Carlo. I tre scrittori erano i giudici del talent Masterpiece.

Il tentativo di adattare la scrittura alle regole del prime time mise in luce un problema di fondo: la difficoltà di rendere semplice e televisivo un processo creativo che nasce intimo e complesso. Gli autori in gara, più che per il loro talento letterario, sembravano spesso giudicati per la loro capacità di “funzionare” in video. Tuttavia, il programma ebbe il merito di accendere i riflettori su una categoria di persone – gli aspiranti scrittori – che mai prima erano stati al centro dell’attenzione mediatica, né lo furono dopo. Nonostante ciò, l’esperimento durò appena una stagione, il programma fu chiuso e mai più riproposto, lasciando dietro di sé un vago ricordo e qualche giorno di sonnolento dibattito sul rapporto tra cultura e intrattenimento televisivo.

Il complesso rapporto tra letteratura e piccolo schermo

Masterpiece ha rappresentato solo uno dei tanti tentativi della televisione italiana di raccontare i libri. Anche prima di quell’esperimento, portare la letteratura in TV non era mai stato semplice. I programmi dedicati ai libri si sono sempre scontrati con le logiche di un mezzo che privilegia l’immediatezza e la leggerezza e hanno faticato a conciliare contenuti di qualità e riscontri in termini di ascolti televisivi, complice anche il confino in spazi del palinsesto non proprio destinati al grande pubblico. Negli anni ’90 questa sorte toccò a una trasmissione che cercava di rendere la lettura un fenomeno pop, A tutto volume, in onda su Canale 5 in tarda serata e condotto prima dall’ottima Alessandra Casella, poi dalla coppia formata da Daria Bignardi e David Riondino, mentre in tempi più recenti la Rai propone in quella collocazione Milleeunlibro: Scrittori in TV con Gigi Marzullo.

Anche se spazi dedicati esclusivamente ai libri la TV li ha sempre riservati e tuttora ne prevede alcuni. La televisione pubblica ha realizzato da anni anche un portale dedicato, Rai Letteratura, oggi all’interno dello spazio Rai Cultura, ma è chiaro che si tratti di prodotti indirizzati al pubblico ristrettissimo dei lettori forti e non certo capaci di divulgare tra tutti gli altri un minimo interesse verso il mondo dei libri.

Riprendendo la suddivisione già indicata dalla giornalista e divulgatrice culturale Marta Perego, si può dire che la televisione italiana, nel corso degli anni, abbia sviluppato tre principali modalità di approccio al tema dei libri: ci sono stati programmi che si concentravano esclusivamente sulla letteratura, riprendendo lo stile delle pagine culturali dei giornali, con classifiche, interviste e approfondimenti. Questo modello, inaugurato negli anni Sessanta con trasmissioni come L’Approdo, ha avuto il merito di trattare la materia in modo rigoroso, ma il suo stile sobrio e accademico si è rivolto troppo spesso a un pubblico di nicchia.

Stas Gawronski e la redazione di Cult Book

Un secondo approccio ha cercato di narrare i libri attraverso la forma televisiva, trasformando i romanzi in esperienze visive grazie a immagini suggestive, musica e storytelling. Programmi come Cult Book, condotto da Stas Gawronski, o Pickwick di Alessandro Baricco hanno avuto il pregio di rendere i libri protagonisti di una narrazione accattivante, senza perdere di vista la loro essenza: si tratta forse ancora oggi dei migliori programmi televisivi che siano stati realizzati per parlare di libri, ma anche in questo caso i numeri fatti registrare furono significativi ma non certo esaltanti.

La terza via, forse la più praticata, è quella cui abbiamo fatto cenno, che utilizza gli scrittori come ospiti in talk show, quiz o salotti televisivi: “scrittori che parlano”, che arrivano al grande pubblico molto di più di quanto lo facciano scrivendo. Questo approccio spesso riduce il mondo letterario a un contesto accessorio, ma ha comunque permesso alla cultura di dialogare con il pubblico generalista.

Forse non è un caso che la presenza di scrittori maggiormente percepita dal pubblico televisivo sia proprio quella registrata in trasmissioni generaliste, capaci di amplificare la loro voce e renderli figure riconoscibili anche da chi abitualmente non frequenta le librerie.

L’esempio più datato e riuscito è probabilmente quello del Maurizio Costanzo Show, popolare talk show nel quale la presenza di scrittori, nel variegato parterre di ospiti, era piuttosto frequente, tanto da rendere familiari al grande pubblico i volti (se non proprio i libri) di personaggi come Alberto Bevilacqua, Romano Battaglia o Andrea Camilleri.

Giorgio Faletti alle Invasioni barbariche con Daria Bignardi (LA7); Silvia Avallone con Serena Dandini a Parla con me (Rai Tre); Alessandro Baricco con Fabio Fazio a Che tempo che fa (La9)

In tempi più recenti altri programmi hanno svolto più o meno la stessa funzione, decretando, celebrando o certificando il successo degli scrittori più noti. È il caso di molti programmi condotti da Serena Dandini (Parla con me), Daria Bignardi (Le invasioni barbariche) e Fabio Fazio (Che tempo che fa), che hanno rappresentato per gli autori un’importante opportunità di uscire dai confini della propria nicchia e raggiungere un pubblico più vasto. C’è da chiedersi se senza la televisione, i suoi conduttori e la loro capacità di valorizzare le personalità degli ospiti, scrittori come Alessandro Baricco, Margaret Mazzantini, Antonio Scurati o Roberto Saviano sarebbero stati capaci di diventare non solo autori di successo, ma veri e propri personaggi mediatici. È questo modello di proposta dei libri in TV a risultare ancora il più efficace, dimostrando come la letteratura possa trovare una propria collocazione anche in spazi dedicati all’intrattenimento popolare, ma resta l’impressione che anche in questo caso sia il mezzo (cioè la TV) a imporre il suo linguaggio e non l’oggetto del racconto (cioè la letteratura) a trasmettere i suoi contenuti.

Eccellenze televisive che hanno raccontato i libri

Marta Perego e Nick Hornby a Ti racconto un libro (Iris)

Nonostante le difficoltà, alcuni programmi sono riusciti a trovare un equilibrio tra divulgazione e intrattenimento. Abbiamo detto di Marta Perego, che con il suo Ti racconto un libro, in onda su Iris a cavallo dei primi due decenni del 2000, ha dimostrato, insieme al co-conduttore Christian Mascheroni, come si potesse parlare di letteratura con freschezza e profondità, usando un linguaggio capace di attirare (verso lo schermo, ma forse anche in libreria) anche gli spettatori meno avvezzi alla lettura.

Un altro esempio di successo è stato sicuramente rappresentato dalla trasmissione di Rai 3 Per un pugno di libri. Condotto da volti noti della televisione che non avevano legato prima la loro immagine ai libri, da Patrizio Roversi a Neri Marcorè, fino a Veronica Pivetti e a Geppi Cucciari, Per un pugno di libri ha saputo combinare sin dal 1997 una sfida tra studenti con momenti di approfondimento culturale, trasformando la letteratura in un gioco coinvolgente e intelligente. La sua capacità di conquistare il pubblico è stata tale da convincere la Rai a reinserirlo nei palinsesti dopo una breve cancellazione nel 2010, dieci anni prima della chiusura definitiva del format.

Ilaria Gaspari con Gioia Salvatori in PlayBooks (RaiPlay)

Ma il tentativo più interessante forse è quello realizzato più recentemente, quando un approccio multimediale ha permesso un nuovo modello di racconto letterario nella trasmissione PlayBooks, trasmessa su RaiPlay. Questo format propone brevi episodi dedicati a temi ricorrenti in diversi romanzi e autori, con un linguaggio dinamico e immediato, pensato per un pubblico abituato alla fruizione digitale e strizzando l’occhio alla crossmedialità. Libero dalle logiche più stringenti dei palinsesti con la sua collocazione principalmente on demand, il programma presentato inizialmente da Vittorio Castelnuovo, prima affiancato e poi sostituito dalla filosofa e scrittrice Ilaria Gaspari, con i suoi “flash letterari” e l’apporto di figure note sul web, rende i libri accessibili senza rinunciare alla loro profondità, fornendo chiavi di lettura comuni a più opere e sfruttando al massimo le potenzialità del web.

Un futuro per i libri in televisione

Il rapporto tra libri e televisione continua a essere una sfida. Tuttavia, esperienze come quelle raccontate dimostrano che la cultura può trovare il suo spazio sul piccolo schermo, a patto che si trovi la giusta formula narrativa. Con un approccio creativo e il coraggio di sperimentare, la letteratura può diventare protagonista anche in un mondo dominato dall’intrattenimento veloce.

I libri, in fondo, hanno ancora molto da raccontare, anche in televisione.

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Sorpresa! La Serie A non è più scarsa come la raccontiamo

Quando si pensa agli anni d’oro della Serie A, sicuramente si fa riferimento agli anni ’80 e ’90, quando il nostro campionato era considerato il più bello del mondo, i nostri club dominavano in Europa e anche la nazionale azzurra era protagonista nelle principali competizioni internazionali. D’altronde basta scorrere l’Albo d’Oro del Pallone d’Oro dal 1980 al 2008 per notare come soli due giocatori, Belanov e Owen, non abbiano giocato in Serie A, mentre dal 2009 al 2024 un solo vincitore ha poi calcato anche i nostri campi, Cristiano Ronaldo, giunto tra l’latro a fine carriera.

Da tanti anni la Serie A ha perso il suo predominio a favore di campionati più ricchi e spettacolari, Premier inglese e Liga spagnola su tutti, ma per molti il livello della Serie A è stato superato anche dalla Bundesliga tedesca e insidiato dalla League 1 francese.

Oggettivamente i risultati dei nostri club dopo l’ultimo canto del cigno dell’Inter di Mourinho capace di centrare il Triplete nel 2010 sono stati molto deludenti, con cinque stagioni consecutive che hanno visto le squadre italiane fare da spettatrici più che da comprimarie nelle Coppe europee.

Sicuramente oggi il livello della Serie A e del calcio italiano in generale è lontanissimo da quello degli anni d’oro, eppure qualche segnale di ripresa, nemmeno troppo timido, sembra vedersi all’orizzonte. Vediamo però a partire dagli anni ’80 che posto ha occupato nel mondo il calcio italiano, con l’augurio che il decennio in corso possa vedere una sua ripresa i cui segnali in parte si intuiscono già.

Gli anni 80, il Mundial e i grandi stranieri

Paolo Rossi vincitore del Pallone d’Oro

Il decennio che tutti ricordano per il Mundial trionfale del 1982 ha regalato anche tante altre soddisfazioni ai tifosi italiani: gli azzurri oltre al Campionato del Mondo del 1982 hanno chiuso il decennio con una semifinale ad Euro ’88 e il terzo posto nelle notti magiche di Italia ’90. L’Under 21 porta a casa una finale ai campionati europei con il nucleo che poi sarà protagonista della nazionale maggiore di Vicini.

A livello di club le cose sono andate ancora meglio: in Italia sono arrivate 3 Coppe dei Campioni /Champions League (2 Milan, 1 Juventus), cui si sommano due finali perse (Roma e Juventus), una persino ai rigori, 1 Coppa Uefa/Europa League (Napoli), 3 Supercoppe Europee (2 Milan, 1 Juventus), 2 Coppe delle Coppe (1 Juventus, 1 Sampdoria, con un’altra finale persa dai blucerchiati), e 3 Coppe Intercontinentali (2 Milan, 1 Juventus). A decretare il livello della serie A anche il Pallone d’Oro: in anni in cui i giocatori sudamericani non possono vincerlo e Maradona, Junior, Socrates, Falcao, Careca e tantissimi altri campioni deliziano i tifosi della Serie A, i giocatori europei del nostro campionato si aggiudicano ben 8 edizioni su 10, con la perla del successo dell’azzurro Paolo Rossi (Juventus), cui si aggiungono i tre di Michel Platini (Juventus), i due di Marco Van Basten (Milan), quello di Ruud Gullit (MIlan) e quello di Lothar Matthaus (Inter). Tuttavia anche la Serie B italiana dimostra grande competitività, con la rinnovata Mitropa Cup che viene trasformata in una Coppa dei Campioni della Serie B e vede vincere le italiane per cinque edizioni, con il Pisa (2 volte), il Milan, l’Ascoli e il Bari.

Gli anni 90, il calcio che conta è in Serie A

Sono questi gli anni in cui il livello tecnico medio della Serie A cresce moltissimo, tanto che spesso oggi si sente dire che alcuni calciatori di seconda fascia di quegli anni sarebbero ancora protagonisti assoluti del nostro campionato. La nazionale Azzurra deve fermarsi alla finale persa ai rigori ai mondiali di USA ’94, ma nel decennio si assiste al dominio della nostra Under 21, capace di vincere ben quattro campionati europei.

A livello di Club la Serie A fa una scorpacciata di trionfi europei: le squadre italiane sono costantemente protagoniste, sia in Coppa dei Campioni/Champions League, che conquistiamo due volte (Milan), con un successo che sfuma ai supplementari (Sampdoria), ma soprattutto in Coppa Uefa/Europa League, che portiamo a casa 6 volte (3 volte Inter, 1 Napoli, 1 Juventus e 1 Parma), con ben tre finali tutte italiane (Fiorentina, Roma e Lazio le squadre sconfitte). Arrivano anche 4 supercoppe europee (2 Milan, 1 Parma, 1 Juventus, 1 Lazio), due Coppe delle Coppe (Sampdoria e Lazio), 1 Coppa Intercontinentale (Milan) e 3 Trofei Intertoto (Bologna, Juventus Udinese), competizione appena introdotta. Non manca un successo anche per la nostra serie B, con il Torino che si aggiudica la Mitropa Cup e la Cremonese che vince il Torneo Anglo Italiano. Durante questo decennio il Pallone d’Oro viene aperto a giocatori di qualsiasi nazionalità e la Serie A è ancora assoluta protagonista, con cinque affermazioni, una delle quali all’italiano Roberto Baggio (Juventus), mentre le altre sono dei milanisti Van Basten e Whea e dello juventino Zidane e dell’interista Ronaldo; colpisce tuttavia notare come tutti i giocatori che hanno vinto il pallone d’oro in questo decennio hanno comunque poi giocato in serie A.

Gli anni 2000, il trionfo di Berlino e il canto del cigno in Champions League

L’Italia Campione del Mondo nel 2006

Anche il primo decennio del nuovo secolo è capace ancora di dare soddisfazioni al calcio italiano. La più grande in assoluto è il Campionato del Mondo vinto dalla Nazionale nel 2006, cui si aggiunge anche un europeo Under 21. Ma anche a livello di club le squadre italiane salgono sul tetto d’Europa, con 3 Coppe dei Campioni/Champions League (2 Milan, 1 Inter) con la finale tutta italiana tra Milan e Juventus nel 2003 (cui si aggiunge la finale persa Istambul dal Milan contro il Liverpool), 2 Supercoppe Europee (Milan), 1 Mondiale Fifa per Club (Milan) e un Trofeo Intertoto (Perugia). In questi anni arrivano gli ultimi Palloni d’Oro in Serie A, che sono ancora ben 4 (i milanisti Kakà e Shevchenko e gli juventini Nedved e soprattutto Cannavaro, ultimo trionfatore italiano) così come giocano in Serie A due dei trionfatori della Scarpa d’Oro, entrambi italiani: Toni (Fiorentina) e Totti (Roma). L’assenza di squadre protagoniste in Coppa UEFA/Europa League però, inizia a denotare come, malgrado le eccellenze ancora presenti, forse il livello medio della Serie A non è più quello del decennio precedente.

Gli anni 10, il declino del calcio italiano

La Scarpa d’Oro di Ciro Immobile nel 2020, unico riconoscimento internazionale al calcio italiano di tutto il decennio

Sono gli anni che segnano il declino inesorabile del calcio italiano. La nostra nazionale disputa due campionati mondiali, gli ultimi per cui si qualifica, senza vincere neppure un incontro ed essendo eliminata al primo turno. Va un po’ meglio agli Europei, che ci vedono una volta in finale (2012), così come un timido sorriso lo strappa il terzo posto alla Confederation Cup (2013). Arriva in questo decennio anche la prima non qualificazione ai mondali dopo oltre mezzo secolo dalla precedente. Anche a livello di club il bottino è magro, sebbene ci siano due finali di Coppa dei Campioni/Champions League (entrambe della Juventus) e, dopo oltre un ventennio, torniamo a disputare una finale di Europa League (con l’Inter). Ma per la prima volta il decennio si chiude senza alcun trionfo del calcio italiano a livello internazionale, con i calciatori della Serie A assenti dall’albo d’oro del Pallone d’Oro. L’unico riconoscimento internazionale al calcio italiano negli anni Dieci arriva in chiusura, con la Scarpa d’Oro 2020, vinta da Ciro Immobile (Lazio).

Gli anni 20, Campioni d’Europa, il risveglio

L’Atalanta che riporta l’Europa League in Italia dopo 25 anni.

Il decennio non è ancora arrivato a metà, eppure qualche segnale di risveglio il calcio italiano sembra darlo. Su tutti il trionfo della nazionale agli Europei del 2021 (anche se per le statistiche si chiamano Euro 2020), cui fanno da corredo anche due terzi posti alla neo introdotta Nation League. Pessimo invece il bottino relativo al Campionato del Mondo, che ancora una volta non ci vede qualificati.

I club della Serie A invece tornano a mettere in bacheca trofei internazionali: In Coppa dei Campioni/Champions League sfioriamo soltanto l’impresa con l’Inter che si ferma in finale, ma portiamo a casa una Coppa Uefa/Europa League (Atalanta), cui si aggiunge una finale persa ai rigori (Roma) e una Conference League (Roma), cui vanno sommate anche le due sfortunate finali della Fiorentina. Nella stagione 2024-2025 inoltre si raggiunge il record di squadre italiane presenti in Champions League (5) e complessivamente nelle Coppe europee (8).

Quindi, va tutto bene?

Chiaro che no. La Champions League manca nelle bacheche italiane da troppi anni, così come l’assenza ai Mondiali di calcio dell’Italia è una ferita profonda. L’europeo del 2024 ha visto la nazionale in forte difficoltà e il miglior calciatore della Serie A è arrivato solo settimo nella classifica dell’ultimo Pallone d’Oro (l’interista Lautaro Martinez). Eppure segnali ci sono: nonostante il declino degli ultimi decenni, la Serie A ha dimostrato che il calcio italiano non è così “scarso” come spesso si racconta. In passato la Serie A ha saputo primeggiare a livello internazionale, regalando trionfi, campioni e momenti iconici che restano impressi nella storia, ma anche oggi, pur rimanendo lontani dai fasti degli anni ’80 e ’90, il calcio italiano sta mostrando segnali di ripresa; Club e Nazionale cercano di colmare il gap economico rispetto ai campionati più ricchi attraverso l’innovazione tattica e la valorizzazione dei giovani talenti: qualche risultato si è visto, e il trionfo europeo degli Azzurri nel 2021, così come il ritorno delle squadre italiane a competere per trofei continentali indicano che le idee possono sopperire, almeno in parte, alle differenze economiche. Certo servono investimenti, strutture, vivai, ma non manca la passione su cui costruire un nuovo modello di calcio, inseguendo un futuro che potrebbe riportare la Serie A e il calcio italiano a nuova competitività internazionale.

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La rissa nella giungla: 50 anni fa il leggendario incontro tra Alì e Foreman

Il 30 ottobre 1974 si svolse uno degli incontri di pugilato più celebri e significativi della storia: The Rumble in the Jungle, che vide scontrarsi Muhammad Alì e George Foreman a Kinshasa, Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). L’evento, tra i più importanti nella storia del pugilato, trascende il mondo dello sport per entrare nella cultura popolare, divenendo simbolo di una sfida di valori e di spirito oltre che di forza fisica. Alì e Foreman incarnavano due archetipi opposti: il pugile poetico e rivoluzionario contro il campione silenzioso e implacabile.

Muhammad Alì: da campione a leggenda

Muhammad Alì non era solo un pugile, ma un’icona di resistenza e ribellione. Si era distinto, non solo per la sua straordinaria abilità sul ring, ma anche per la sua capacità di attirare il pubblico grazie alla sua personalità magnetica, i suoi discorsi provocatori e la sua visione di giustizia sociale. Nato Cassius Clay, cambiò nome dopo essersi unito alla Nation of Islam e rifiutò di combattere nella guerra del Vietnam, un gesto che gli costò il titolo mondiale e la licenza di combattere per alcuni anni. Tornato sul ring, si trovava di fronte a George Foreman, un avversario più giovane, fisicamente più forte e apparentemente invincibile.

George Foreman: silenzioso Titano del Ring

Foreman era il campione in carica, noto per la sua forza devastante e un approccio al pugilato che non lasciava scampo agli avversari. La sua tecnica era una manifestazione pura di potenza e precisione: Foreman era il colosso contro cui ogni pugile temeva di misurarsi, anche perché aveva sconfitto senza problemi Frazier e Norton, entrambi in grado di battere Alì dopo il suo ritorno sul ring. La sua immagine era quella di un uomo di poche parole, che sul ring lasciava che fossero i suoi pugni a parlare. A differenza di Alì, Foreman rappresentava la disciplina silenziosa, una forza bruta che sembrava invulnerabile. I pronostici erano tutti a favore di Foreman, che aveva sette anni in meno del 32 enne ex campione del mondo, eppure proprio contro questa figura, apparentemente imbattibile, Alì costruì la sua leggenda.

Due pugili, due mondi

Alì e Foreman si allenavano in maniera completamente diversa: mentre Foreman si allenava in modo rigoroso e isolato, Alì era circondato da giovani fan locali, che lo seguivano con ammirazione durante le sessioni. Il suo celebre grido di battaglia, “Alì Bomaye” (Alì, uccidilo), risuonava nell’aria, creando un’atmosfera di fervore e vicinanza tra il pugile e la comunità locale. Questa immagine di Alì, con ragazzi che lo accompagnano nei suoi allenamenti, ha ispirato anche una famosa scena del film “Rocky”, in cui il protagonista corre seguito da un gruppo di bambini. Alì si trasformò durante la preparazione di questo match, che fu molto lunga per via di un incidente occorso a Foreman che fece slittare l’incontro, incarnando il ruolo di idolo delle folle. Il pubblico di Kinshasa vide in lui una rappresentazione della propria voglia di riscatto e libertà: Alì si proponeva come il campione della gente, colui che portava avanti la lotta contro il potere costituito e l’oppressione. Poco importava che anche l’avversario fosse nero: la vittoria di Alì non sarebbe stata semplicemente la vittoria di un atleta su un altro, ma la vittoria di un simbolo di libertà, di un uomo che non aveva mai smesso di sfidare le regole imposte e che voleva trasformare il suo personale trionfo in un messaggio universale. I canti di “Alì Bomaye!” univano la folla in un messaggio che andava oltre il significato delle parole, diventava un grido di speranza e di riscatto.

L’incontro e la mossa di Alì contro la potenza di Foreman: la strategia Rope-a-Dope

Sul ring, Alì utilizzò una strategia che nessuno si aspettava, il cosiddetto rope-a-dope, letteralmente “pugile tonto alle corde”. La tattica era rischiosa ma astuta: Alì si appoggiava alle corde, lasciando che Foreman sfogasse la sua energia colpendolo senza sosta, cercando di ammortizzare o schivare i colpi, ma risparmiando così le proprie forze in un clima caldissimo e attendendo il momento giusto per piazzare veloci colpi al viso, non potenti ma precisi, che nel corso delle riprese segnarono Foreman e ne fiaccarono la resistenza. Questa strategia, un misto di provocazione e controllo, permise ad Alì di sfiancare l’avversario, lasciando che la sua stessa potenza diventasse un’arma contro di lui.

Dopo otto round, con Foreman ormai stremato, Alì trovò l’apertura giusta e sferrò il colpo decisivo, mandando al tappeto il campione in carica. L’immagine di Foreman sconfitto rimane una delle scene più iconiche della boxe, un momento di pura intensità in cui Alì, con il colpo caricato, si trattiene e quasi danza intorno all’avversario accompagnandone con lo sguardo il corpo cadente, come per non guastare il gesto estetico di quella resa. In quella sequenza, immortalata perfettamente e raccontata come tutto l’incontro nel documentario When We Were Kings (Quando Eravamo Re), diretto da Leon Gast e vincitore di un premio Oscar, c’è la trasformazione di un campione in una figura intramontabile dello sport.

Cinquanta anni dopo, The Rumble in the Jungle rimane una delle imprese più straordinarie nella storia del pugilato e dello sport in generale. Alì non solo vinse, ma lo fece in modo tale da rendere il match un evento mitico, denso di significato simbolico e culturale. Muhammad Alì dimostrò che essere un campione significava anche saper combattere per qualcosa di più grande della vittoria stessa, e all’alba di Kinshahsa, mezzo secolo fa, smise di essere un pugile ed entrò nell’immaginario collettivo come un’icona, capace di competere persino con Superman in un celebre fumetto della DC Comics), simbolo dello sport e uno dei più grandi atleti di tutti i tempi.

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Ho intervistato Chat GPT su Liberi sulla Carta (e le risposte mi hanno sorpreso!)

Ho voluto fare un gioco.

Ho chiesto a Chat GPT alcune cose sulle quali penso di essere la persona più preparata al mondo: gli ho fatto un’intervista chiedendo notizie di Liberi sulla Carta. Non contento, gli ho chiesto di darmi informazioni sul suo direttore, cioè su di me.

La precisione delle risposte dell’Intelligenza Artificiale è alta, anche se qualche volta è un po’ ripetitiva, alcune informazioni sono parziali (per esempio non dice che LSC si è tenuta a Rieti nelle ultime edizioni e cita solamente la location precedente; oppure non cita Pippo Civati fra i politici che hanno partecipato al festival etc.), tuttavia nelle prime domande non ha fatto altro che riorganizzare (abbastanza arbitrariamente) le informazioni presenti in rete, dalle fonti più aggiornate (e infatti parla quasi esclusivamente degli ospiti dell’ultima edizione finché non gli chiedo di approfondire quelle precedenti).

Infine, ho sfidato l’AI: non gli ho chiesto di elencare e riorganizzare dati, ma di fare una valutazione, chiedendogli ad esempio l’orientamento politico del festival. Il risultato è stato sorprendente, e in qualche caso le risposte dell’Intelligenza Artificiale si sono dimostrate ben più centrate di quelle di qualche “Intelligenza Naturale”. Si tratta come detto solo di un gioco, io mi sono divertito, se volete valutare voi, leggete l’intervista di seguito.

INTERVISTA ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Io: conosci Liberi sulla Carta?

CGPT: Sì, Liberi sulla Carta è un festival letterario italiano dedicato ai libri e alla cultura indipendente. Nato nel 2009 a Farfa, una piccola frazione del comune di Fara in Sabina (Lazio), il festival si propone di dare spazio a editori indipendenti, autori emergenti e a nuove voci del panorama culturale italiano.

Durante il festival, che solitamente si svolge ogni anno a settembre, si tengono presentazioni di libri, dibattiti, incontri con autori, letture e laboratori. L’evento è caratterizzato da un’atmosfera accogliente e informale, dove scrittori e lettori possono interagire direttamente.

Un altro punto forte di Liberi sulla Carta è l’attenzione per i temi legati all’autoproduzione editoriale e alla cultura fuori dai circuiti mainstream. Il festival promuove una visione della letteratura come spazio di libertà e condivisione. Conosci l’evento o ci sei mai stato?

Io: Mai stato (ok, ho mentito ndr). Vorrei saperne di più sul suo direttore

CGPT: Il direttore artistico di Liberi sulla Carta è Fabrizio Moscato. Ha ricoperto questo ruolo per molti anni, guidando il festival dedicato all’editoria indipendente. Moscato è noto per il suo impegno nel promuovere la bibliodiversità e l’accesso libero agli spazi culturali. Sotto la sua direzione, Liberi sulla Carta si è affermato come un evento di riferimento per scrittori, editori e lettori, ospitando incontri, presentazioni e dibattiti con autori e artisti di rilievo​.

Io: ​E sai dirmi anche chi sono gli altri organizzatori?

CGPT: Oltre a Fabrizio Moscato, ci sono diversi altri organizzatori e collaboratori che hanno preso parte al festival Liberi sulla Carta. Tra questi, figurano Emiliana Avetti, Carola Cerritelli, Emanuele Loffa, Alessia Lupi, Francesco Martinelli, Chiara Scipioni e Chiara Pallocci (quest’ultima è stata l’ufficio stampa dell’edizione 2022 ndr). Questa squadra ha contribuito alla realizzazione delle edizioni del festival, portando avanti una programmazione variegata che includeva eventi letterari, presentazioni di libri e performance artistiche

Io: Sai dirmi qualcuno degli ospiti più importanti, e in che anno sono stati ospiti di Liberi sulla Carta?

CGPT: Liberi sulla Carta ha ospitato negli anni numerosi personaggi di rilievo della cultura, del giornalismo e dello spettacolo. Alcuni degli ospiti più importanti includono:

  • Stefano Fresi, attore e musicista, ha partecipato all’edizione 2022, accompagnato dalla Rieti Jazz Orchestra.
  • Michele Santoro, noto giornalista, è stato ospite sempre nel 2022, presentando il suo libro in un’intervista con Emiliano Grillotti.
  • Anna Foglietta, attrice, ha partecipato nello stesso anno presentando la sua interpretazione di La ferrovia sotterranea.
  • Paolo Rossi, comico e attore, ha partecipato nel 2022 con uno spettacolo di letture e improvvisazioni teatrali.
  • Paolo Nori, scrittore, ha presentato il suo libro Sanguina ancora nella stessa edizione​.

Questi sono solo alcuni esempi degli ospiti illustri che hanno animato il festival, che ogni anno riunisce figure di spicco del mondo culturale italiano.

Io: Il festival ha un orietamento politico?

CGPT: Liberi sulla Carta non ha un orientamento politico esplicito, ma è un festival che sostiene valori come la libertà di espressione, l’indipendenza editoriale e la promozione della cultura fuori dai circuiti mainstream. La sua missione principale è quella di dare visibilità a case editrici indipendenti e autori emergenti, creando uno spazio di confronto aperto su temi letterari e culturali.

L’evento promuove una vasta gamma di temi e prospettive, ospitando scrittori, giornalisti e personalità pubbliche con visioni diverse. Ad esempio, ha visto la partecipazione di figure come Michele Santoro, giornalista noto per il suo impegno sociale e politico, e Sergio Rizzo, giornalista che ha trattato temi di trasparenza e giustizia in Italia. Questi ospiti suggeriscono un’attenzione del festival verso temi di rilevanza civica e sociale, ma senza un’adesione esplicita a una linea politica unica​. Quindi, pur trattando argomenti di attualità e a volte anche di politica, l’approccio del festival rimane pluralista e aperto a differenti opinioni.

Io: ci sono mai stati politici ospitati a Liberi sulla Carta?

Liberi sulla Carta ha ospitato politici o figure legate al mondo politico, ma in un contesto culturale e non partitico. Ad esempio, Michele Santoro, noto giornalista e figura legata al dibattito politico italiano, è stato ospite nel 2022 per presentare il suo libro Non nel mio nome. Il libro tratta temi come il populismo e le contraddizioni della politica italiana, in un evento seguito da un ampio pubblico​. Inoltre, nel 2022, Sergio Rizzo, giornalista e scrittore, ha partecipato a una discussione sulla morte controversa di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena​.

Questi esempi mostrano come Liberi sulla Carta sia aperto a discussioni di attualità politica, ma senza un orientamento politico dichiarato o l’ospitare esponenti politici in veste ufficiale di partito.

Io: cerca di indagare anche in edizioni diverse da quella che si è tenuta nel 2022 per rispondere alla domanda precedente

CGPT: Liberi sulla Carta non ha un orientamento politico esplicito, ma piuttosto si concentra sull’editoria indipendente e la promozione della “bibliodiversità.” Tuttavia, nel corso delle varie edizioni, alcuni ospiti provenienti dal mondo politico hanno partecipato. Ad esempio, Marco Pannella, storico leader del Partito Radicale, è stato ospite in una delle edizioni del festival. Questo riflette l’apertura del festival a personaggi pubblici di vario tipo, inclusi esponenti politici, sebbene il focus principale resti sulla cultura e l’editoria indipendente​

Altri personaggi di rilievo presenti nelle edizioni passate includono scrittori come Erri De Luca, Michela Murgia e Luis Sepúlveda, ma anche attori come Nanni Moretti, Giorgio Tirabassi, e Marco Giallini​. Questi ospiti dimostrano l’attenzione del festival verso un ampio ventaglio di temi, senza limitarsi a un’unica dimensione culturale o politica.

Io: perché dopo il 2022 non si è più tenuta Liberi sulla Carta?

CGPT: L’edizione 2023 di Liberi sulla Carta non si è tenuta a causa di problemi economici e logistici. Gli organizzatori hanno spiegato che non è stato possibile ottenere il sostegno finanziario necessario dai comuni di Rieti e Fara Sabina. Nonostante i tentativi di trovare alternative logistiche con l’amministrazione comunale di Rieti e il supporto di alcuni enti, come la Fondazione Varrone, le condizioni complessive non sono state ritenute sufficienti per organizzare il festival​.

Il direttore artistico Fabrizio Moscato ha espresso rammarico, sottolineando che il festival non poteva proseguire solo con le proprie forze senza un adeguato supporto economico esterno. La speranza degli organizzatori è che il festival possa tornare in futuro, ma la mancanza di fondi ha portato alla sospensione dell’edizione 2023​

Io: Oltre a Liberi sulla Carta, cos’altro fa Fabrizio Moscato?

CGPT: Oltre a essere direttore artistico di Liberi sulla Carta, Fabrizio Moscato è attivo anche in altri ambiti legati alla cultura e all’editoria. Ha collaborato con Radio Kaos Italy, una web radio romana, partecipando alla creazione di contenuti e programmi culturali (non è vero, sono stato più volte ospite ma non ho mai lavorato per RKI ndr). Inoltre, gestisce un blog personale, Prima Stesura, dove scrive principalmente di editoria, politica e attualità, ma anche di letteratura e altre tematiche di interesse pubblico. Moscato si dedica a progetti volti alla promozione della cultura e della lettura, spesso coinvolgendo attivamente il pubblico con iniziative di crowdfunding per sostenere eventi culturali indipendenti. Queste attività mostrano il suo impegno costante nell’ambito culturale, soprattutto nella promozione della lettura e delle realtà editoriali indipendenti.

Io: E’ attivo anche nella politica?

CGPT: Fabrizio Moscato sembra essere attivo principalmente nel campo della cultura, come direttore artistico del festival Liberi sulla Carta, e nella scrittura. Tuttavia, non si trovano indicazioni chiare che lo colleghino direttamente a un ruolo politico attivo, anche se occasionalmente esprime opinioni su temi politici e culturali tramite i suoi articoli. La sua attività è infatti centrata soprattutto sulla riflessione e sul commento politico, più che sulla partecipazione diretta. Moscato scrive di attualità e politica, esprimendo opinioni su eventi culturali e politici, come ad esempio la gestione dei teatri e le dinamiche di potere nel settore culturale, ma questo si inserisce in un contesto giornalistico e critico, piuttosto che in un coinvolgimento istituzionale diretto​.

Io: Quale futuro ha Liberi sulla Carta?

CGPT: Per quanto riguarda il futuro del festival, ci sono speranze che possa tornare. Nonostante l’annullamento dell’edizione 2023 a causa di difficoltà economiche e logistiche, gli organizzatori, tra cui Fabrizio Moscato, hanno espresso l’auspicio che si tratti solo di una pausa temporanea (non è vero ndr). La mancanza di sostegno economico da parte delle amministrazioni locali ha giocato un ruolo chiave nella sospensione, ma la risposta del pubblico e il valore che il festival ha acquisito nel tempo lasciano aperta la possibilità di una sua ripresa, se le condizioni dovessero migliorare​​.

La passione dei suoi organizzatori e il sostegno di chi crede nella cultura indipendente sono motivi per sperare che Liberi sulla Carta possa tornare a svolgersi in futuro.

Io: Ti ringrazio per la chiacchierata. Salutami producendo un’immagine che riassuma questo nostro confronto.

CGPT:

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