La festa di Carnevale cui avevo partecipato vestito da pagliaccio fu un incubo. Non per mia madre: dalle mamme dei piccoli Spider-man, Moschettieri, Goldrake e Principi azzurri, ricevette un sacco di complimenti per l’ingegno, la fantasia e la perizia dimostrata nel mortificare così il suo secondogenito.
Io da parte mia cercai di socializzare, sebbene fossi un bambino un po’ timido; in realtà fu facilissimo: tutti volevano giocare con me, ero il più facile da trovare a nascondino, con la parrucca bionda più visibile di un giubbotto catarifrangente; se si giocava ad acchiapparella la pancia mi ingombrava e finivo per stare “sotto” tutto il tempo. Dei giochi da maschio, tipo duelli, lotta, prove di forza, preferisco soprassedere, ma diciamo che negli anni ’80 i bambini non nutrivano particolari remore a malmenare un pagliaccio, ancora non li temevano come Pennywise di IT, né li amavano come quello inquietante del Mc Donald. Continua a leggere

Non ho mai amato il Carnevale. Mi piacerebbe dire che alla base di questa mia refrattarietà a maschere e travestimenti ci sia un istintivo rifiuto di celare la realtà, la voglia di arrivare a vedere la vera essenza delle persone e non la proiezione che esse fanno di sé aiutate da un costume, una parrucca, un po’ di trucco.



